Per accelerare lo sviluppo sociale d’Europa, è necessario operare per la catastrofe dell’Inghilterra ufficiale. A questo fine, bisogna attaccarla in Irlanda. È questa il suo punto vulnerabile. Perduta l’Irlanda, è l’“Impero” britannico a crollare, e la lotta di classe in Inghilterra, fino ad oggi sonnolenta e cronica, assumerà forme acute.” (Marx a Paul e Laura Lafargue, L’Irlanda e la questione irlandese, pag. 275, ediz. Progress, 1975)

Quando sono arrivato a Barcellona, una settimana fa, era palpabile il clima di sconfitta e delusione. Aldilà delle scritte indipendentiste o semplicemente contro la repressione che tappezzano i muri della città, frutto dell’ondata di mobilitazioni di massa dei giorni a cavallo tra settembre ed ottobre, il tira e molla tra il “govern” della Generalitat e il potere statale, con la rapida applicazione del nefasto e famigerato art.155 della costituzione monarchica del ’78 e la conseguente fuga di Puigdemont a Bruxelles hanno lasciato l’amaro in bocca a centinaia di migliaia di catalani, indipendentisti e no. Una bella frase di un amico bresciano, che vive a Barcellona da una decina d’anni, e che è tutto meno che indipendentista, dava un po’ la misura di questa sensazione di “desencanto”: “Coragio, scapom” (Coraggio, scappiamo, per chi non capisce il nostro dialetto). Non mi aspettavo certo, da parte di Puigdemont e del suo entourage, qualcosa di diverso. Fin dall’inizio la preoccupazione del gruppo dirigente raggruppato intorno a lui (che, non dimentichiamolo, viene dal liberalismo “autonomista” di Convergencia Democratica, ora PDeCat) è stata quella di evitare lo scontro col governo postfranchista di Rajoy, di cercare un compromesso che gli permettesse di salvare la faccia senza rischiare troppo. Sia a livello personale (ma questo mi interessa poco), sia livello di forze sociali che crede di rappresentare (la borghesia catalana). Il fatto che la sua amata borghesia catalana lo abbia mollato (com’era già successo con Primo De Rivera nel 1923 e con Franco nel 1936), lasciandolo in balìa (almeno credo che questa sia stata la sensazione dei neoindipendentisti moderati) dei suoi alleati più radicali di ERC, della CUP, ma soprattutto di un movimento di massa enorme, combattivo e determinato, lo ha portato alla soluzione “belga”. Tra questo movimento popolare che sbocca in uno sciopero generale imponente (quello del 3 ottobre), che cerca di auto-organizzarsi (tra l’altro anche tramite i famosi CDR, Comitati di Difesa della Repubblica) e un governo centrale che sembra galvanizzato dal poter finalmente mostrare il suo DNA franchista, il povero Puigdemont deve essersi sentito tra l’incudine e il martello. E non mi aspettavo certo che affrontasse l’aggressione della destra spagnolista facendo appello ad uno sciopero generale nazionale (e magari statale, in nome della difesa dei diritti democratici calpestati dalla repressione e della solidarietà di tutti i popoli dello Stato spagnolo), all’autorganizzazione, alla resistenza di massa. Detto questo, visto l’atteggiamento tutt’altro che combattivo del principale “socio” del governo di Puigdemont, l’ERC, visto che l’imposizione antidemocratica della scadenza elettorale del 21 dicembre sembrava aver messo alle corde l’intero movimento di massa, stretto tra la voglia di boicottare (che avrebbe consegnato il governo catalano ad una destra che rappresenta sì e no un quinto dei catalani) e la necessità di accettare il ricatto partecipando alle elezioni “imposte”, mi sarei aspettato, da parte di Rajoy e della sua cricca, un atteggiamento più duttile. In fin dei conti, dal punto di vista degli interessi della borghesia spagnola e catalana (ed europea), si era già portato a casa il risultato: crisi delle mobilitazioni, gli “avversari” cornuti e mazziati, risorgere di un nazionalismo spagnolista che ha sdoganato i “Cara al sol” (inno falangista che sembrava sepolto nell’immondezzaio della Storia) ed i saluti romani. Insomma, a nemico che fugge, ponti d’oro, dice il refrain. E invece no. Con proterva aggressività, i nostri eredi del caudillo non si sono accontentati: hanno preteso di stravincere. Non solo hanno arrestato i “due Jordi” (Cuixart e Sanchez, leader di due associazioni culturali indipendentiste), ma persino l’intero governo della Generalitat (i “coraggiosi” che si sono presentati a Madrid immediatamente, i fuggiaschi a Bruxelles in prospettiva, tramite mandato di cattura europeo). E così, invece di buttare acqua su un fuoco che già sembrava vicino a spegnersi, vi hanno buttato benzina. Giovedì, quando si è appreso dell’arresto di Oriol Jonqueras e degli altri “consellers” (io l’ho saputo verso le 18, tramite whatsapp), è partito il tam tam di whatsapp, facebook, email, telefonate. Un’ora dopo eravamo già in decine di migliaia davanti al Parlament, alla Ciutadella di Barcellona. C’erano tutte le anime dell’indipendentismo, dai moderati ai compagni della CUP, ma c’era anche buona parte della sinistra non indipendentista, da Barcelona en Comù di Ada Colau a Podem di Albano Dante Fachín, indignati per l’ennesimo salto di qualità repressivo. Persino alcuni sindaci “socialisti”, ancora non del tutto dimentichi del significato di quell’aggettivo nel nome del loro partito, hanno deciso che era troppo, e sono usciti dal PSC-PSOE. E questa mobilitazione si è estesa, giovedì sera e venerdì, alle altre città e cittadine catalane, ridando fiato ai “cornuti e mazziati” (che, forse, a questo punto, non lo sono poi tanto. E mercoledì ci sarà un nuovo sciopero generale, indetto dall’Intersindacale-Csc (il sindacato “indipendentista e di classe”, come si autodefinisce, membro della FSM, come, qui in Italia, l’USB) e al quale la CGT (principale organizzazione anarco-sindacalista) ha, pur non aderendo, lasciato “libertà d’adesione” ai suoi affiliati.

Perché Rajoy, il PP (con l’appoggio di Ciudadanos e, seppur con qualche timido distinguo, anche del PSOE) e la monarchia spagnola hanno deciso di provocare ancora in Catalogna? Perché, invece di accontentarsi della loro sostanziale vittoria e di tornare al “business as usual” tanto caro alla borghesia, hanno preferito rischiare una nuova radicalizzazione? Difficile dare una risposta univoca. Può darsi che, oltre a quelli che possiamo definire gli interessi storici delle classi dominanti, si tratti di privilegiare quelli che sono gli interessi immediati dei gruppi politici rappresentativi di questi stessi interessi. A Rajoy e a Felipe non sarà sembrato vero di vedere centinaia di migliaia di spagnoli (ed anche molti catalani, una minoranza certamente, ma non quattro gatti) scendere in piazza con la “rojigualda” (la bandiera monarchica), dimenticare gli scandali che coinvolgono il PP e il suo governo (oltre che la casa reale), la disoccupazione, la perdita di potere d’acquisto dei salari, i tagli alla sanità e alla scuola, ecc. E visto che il gioco sembra promettente (anche se i sondaggi sembrano per ora premiare poco il PP) scommettere sull’aumento delle tensioni anti-catalane. Magari c’è pure il “richiamo della foresta” di questa gentaglia erede non pentita del franchismo. Non dimentichiamo che, se Mussolini è finito a Piazzale Loreto, il boia spagnolo è morto nel suo letto, e nessuno dei franchisti (non solo i boss, che hanno continuato a ricoprire ruoli di primo piano fino alla pensione o alla morte – Fraga docet -, ma persino l’ultimo degli sbirri assassini e torturatori) ha mai pagato per le sue malefatte. E non c’è niente di più tentatore, per un criminale, dell’impunità (giuridica e morale) per invogliarlo a commettere gli stessi crimini. Non so se questa protervia pagherà, alla lunga. Spero che il popolo catalano, collegandosi al popolo basco, a quello galiziano, ai lavoratori e agli oppressi di tutto lo stato spagnolo, dimostri ai neofranchisti di Madrid che la loro scommessa è stata azzardata. E che, per dirla con i manifestanti di Barcellona, finiranno con bruciarsi con tanta “cara al sol”.

Flavio Guidi, 5 novembre 2017

P.S. Una cosa su alcuni della sinistra non indipendentista la devo dire, anche solo per sfogarmi. Non entro nel merito della polemica tra Pablo Iglesias e i nostri compagni di Anticapitalistas, accusati dal “líder maximo” di Podemos di aver solidarizzato troppo con la Repubblica Catalana. Su questo c’è già un altro articolo sul blog ( e su quello nazionale). Ancor meno voglio entrare nelle speculazioni della stampa borghese (El País in testa) sulle divergenze tra il nostro gruppo dirigente andaluso e il resto dell’organizzazione. Volevo solo soffermarmi su ua nota, diciamo così, di colore, quasi folcloristica. Ho notato che molti compagni (in alcuni casi dovrei usare le virgolette, ma non lo farò per carità di patria) che da molti anni, se non decenni, non usavano citare Marx (o Lenin, o Bakunin, o altri luminari del pensiero socialista), in quanto più attenti al pensiero di Renzi, Prodi, D’Alema (o Gonzalez, Zapatero, Carrillo) hanno scoperto improvvisamente di essere marxisti, in quanto seguaci di un internazionalismo a 360 gradi, nemico di tutti i “nazionalismi”. Sono contento del loro ritorno all’ovile. Credo che, pur essendo vegetariano, sacrificherò l’agnello grasso per questi figlioli prodighi che hanno riscoperto l’internazionalismo. Ma se li becco con una bandiera italiana o spagnola (monarchica) in una manifestazione, prometto di prenderli a calci in culo.

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