Sa pos a pas ..s’an pos…a pas li stes

“ADIOS MUCHACHOS!”

ci trovammo ubriachi di sole e di mojitos e d’amore e fu quel pomeriggio, senza fine, a Santiago; quello di Cuba.

seduti e perduti dietro ogni ricordo e qualsiasi promessa.

cominciarono a suonare per provare la serata e arrivò questa canzone.

si interruppero e la ripresero.

bevemmo e cantammo e suonammo con loro.

fino alla sera, improvvisa, che non c’accorgemmo neppure che stava finendo tutto!”

“C’ERA UNA VOLTA LA RIVOLUZIONE
Sotto il sole, fra le palme , davanti al mare.
Era giovane, bella, vincente.
Profumava di sigari al rum.
Aveva barbe nere e giacche mimetiche.
Si misurava con le gambe danzanti delle ragazze ambrate.
Si faceva bere fra un daiquiri e un mojito.
Correva dalle montagne dell’est lungo la Carretera Central
fin dentro le strade del mito.
Parlava con le canzoni, col bianconero, coi diari e le magliette.
Si lasciava guardare e toccare e amare.
Ti sussurrava che era possibile ovunque.
E abbiamo camminato hasta la victoria siempre!
C’ERA UNA VOLTA UN SOGNO”

Si sa ormai, son figlio di un partigiano e comunista romagnolo.
Nipote di un Ardito del Popolo; delle Terre di Romagna, lui pure.
E una zia staffetta partigiana tra Cesena, la campagna e l’Appennino; quello chiamato “tosco-romagnolo”.
Pronipote, chissà, di quali bastardi senza storia e gloria.
Fu semplice, per me, scoprire la terra dei comunisti più conseguenti, più determinati, più duri, più violenti e più allegri, mai apparsi sulla nostra Madre Terra.
Mi capitò per via del sangue che mi scorreva ( e scorre), in furibondo tumulto, nelle vene aperte dalle parole e dalle pratiche del padre mio. Fu dagli anni Sessanta, con la ragione in costruzione e il cambiamento generale che corrispondeva alla mia crescita naturale.
Ogni estate, alla fine della scuola, si arrivava in Romagna con un viaggio epico di valige e bambini e coincidenze fra Verona e Bologna, fino a Cesena (alle porte di Cesenatico, il Mare!). Perduti nella casa grande dei nonni, nei tre lunghi mesi che ci lasciavano stupiti di sole e di sapori nuovi. Dentro la lingua ritrovata dei romagnoli che sapeva di avventure e di mirabolanti imprese fatte e da fare, ancora. Bastava sognarle!
“Tutti gli uomini sognano ma non allo stesso modo. Quelli che sognano di notte nei polverosi recessi delle loro menti si svegliano al mattino per scoprirne la fatuità, ma i sognatori di giorno sono persone pericolose, perché possono agire sul loro sogno con occhi aperti, per renderlo possibile.” Un pensiero di Lawrence d’Arabia (I SETTE PILASTRI DELLA SAGGEZZA) che ben si adattava ai romagnoli che furono.
Giravo da un’estate all’altra fra le storie in crescita come la mia consapevolezza. Lasciavo la Franciacorta puzzolente di incenso sparso intorno dai turiboli ondeggianti e dall’alito fetido delle beghine e dei politici democristiani. Lasciavo i paesi della mia vita quotidiana, dove imperava la legge dell’obbedienza e della compiacenza al Capitale e al suo Stato.
In Romagna, per sua natura, non vivevano i democristiani. C’erano i comunisti e i loro oppositori: i repubblicani di Mazzini che là avevano la bandiera rossa e ragionavano come estremisti rivoluzionari. Gli altri erano anarchici!
Le donne e gli uomini che incontravo, nel girovagare dietro mio padre, avevano militato nelle diverse formazioni partigiane: le SAP (Squadre di Azione Patriottica), le GAP (Gruppi di Azione Patriottica), le Brigate Garibaldi, le Bande Autonome dei ribelli e degli anarchici.
Me li ricordo i partigiani, non ancora invecchiati. Le parole sfacciate, le mani pronte. I sorrisi duri e affilati come quelle lame dei coltelli che i contadini usavano per i maiali. Le risate sguaiate fino alla provocazione, come uno sputo in faccia a ogni tipo di potere che non fosse quello proletario. Uno sputo in faccia al prete, allo sbirro, al fascista e al padrone!
Me li ricordo, le giacche appena aperte per far spuntare l’impugnatura della Walther P38; la pistola che a centinaia di esemplari erano state sequestrate ai nazisti in fuga. Chi non le mostrava più, aveva le sue parole da buttare in faccia al mondo che voleva cambiare. Meglio, un mondo schifoso da fare letteralmente a pezzi; mangiarselo e cagarlo lontano in qualche campo che, anche, l’odore di marcio se lo portasse via il vento e la pioggia.
Me li ricordo i loro racconti, quasi come un canto che si ripeteva da una cascina all’altra; da un incontro a quello successivo. Non c’era mica la televisione allora. E quando c’era, per le grandi occasioni, era nel Circolo dei Comunisti. Così che la sera si usciva sotto il portico; ognuno con la propria sedia di legno e di paglia intrecciata. Là fra una risata e un silenzio di pensieri coincidenti, si restava a ascoltare le storie grandi della vita; che era fatta dello scontro di classe continuo e senza tregua. Per passare a quelle boccaccesche e liberatorie che mi facevano abbassare gli occhi sotto le risate forti delle donne e degli uomini, quando nel buio si cercavano e si promettevano.
Lungo le strade di Romagna, su ogni pilone dell’elettricità, sventolavano le bandiere rosse e, sui muri di mattoni rossi, si inseguivano le scritte fatte con la pittura bianca: VOTA PCI, W STALIN, W MAO. MORTE AI FASCISTI. Quest’ultima non era solo un’invettiva, un’espressione di fastidiosa frustrazione, una dichiarazione di intenti; ma proprio una promessa mantenuta!
E Stalin, non il tiranno che era, ma il simbolo trasfigurato della vittoria sul nazi-fascismo. Il costruttore del socialismo, pur, “reale”! Già nella sua definizione realista, in qualche modo, sminuito rispetto al sogno immenso esploso nei cuori proletari. D’altra parte, il Migliore (al secolo, Palmiro Togliatti) pensava per tutti.
E Mao, invece, la polemica diretta e confusa alla gerarchia, burocratica e imbelle, del PCI; in anticipo vertiginoso su ogni SESSANTOTTO di là da venire.
In ogni caso, in termini pratici, quando fosse arrivata l’ora, se qualcuno avesse provato a fare davvero come in Unione Sovietica o nella Cina Popolare, coi loro gulag e la tirannia del partito unico e della burocrazia, in Romagna non sarebbe durato un giorno. Non lo sapevano, ma tutti loro, i comunisti, erano, in realtà, dei libertari pronti a tutto per sbattere via ogni potere dello Stato, della Chiesa e dei reciproci mandarini e stregoni. Che nessuno si provasse a mettere i piedi addosso alla loro voglia immensa di libertà e di giustizia e d’amore e d’allegria.
Il loro comunismo libertario aveva quei sapori e se qualcuno, per disciplina o dovere o sano realismo, osava discuterli, riceveva sul muso il solito duro e definitivo “CH’AT VEGNA UN CANCHER!”

Una domenica, al circolo (dei comunisti), a bere gazzosa e in attesa del cinema dove davano la storia di uno dei supereroi nostrani e mitologici; il papà giocava a carte. Si alza uno dei giocatori e mi apostrofa: “ ehi baioc bresciano! (baioc è la monetina antica: il centesimo e sta per ragazzino) L’Unità dice che su da voi gli operai si stanno scaldando. Tutte balle! Da voi fate gli scioperi contro il padrone, ma vi piace il padrone. In fondo, lo invidiate e volete essere come lui.”.
Io lo guardo intimorito e lui si avvicina. Mi mette una mano tra i capelli e sorride. Ma i romagnoli non sorridono mai benevoli e il loro spostare le labbra non è davvero un ridere, ma la premessa dell’azione e delle parole.
Dal tavolo dicono senza convinzione: “Tì na testa com al dó ad copi! (traduco per i profani: “Tu hai una testa come il due di coppe! In sostanza, non capisci nulla; com’è notorio a tutti.) Lascia stare il ragazzo e gioca”. Ma lui non parlava a me. Mi teneva la mano sulla testa e guardava il tavolo: “sì! Su al nord vi piacciono i padroni. Scioperate, ma vorreste essere al loro posto. Vi daranno la casetta e la televisione e la macchina e vi sentirete tutti dei padroni. Così continueranno a comandare e a sfruttarvi. Qui da noi, quando Corbari ha saputo che il capo dei padroni pagava i fascisti per dare la caccia ai partigiani, è andato a casa sua e gli ha sparato. Dopo l’ha appeso fuori dal cancello della sua villa; a testa in giù! E il padrone non c’è più. Ma sì! Voi fate gli scioperi per la casetta e noi romagnoli facciamo la rivoluzione. Non ti preoccupare, baioc, ci pensiamo noi|!”.
“Te te propri voia ad zuca zala!” (sempre per i profani:”Tu hai proprio voglia di una zucca gialla! Come dire: stai cercando un cavillo per discutere e polemizzare a qualsiasi costo. Nella frase è già implicito l’avvertimento che ha proprio rotto i maroni!).
Era mio padre che si era alzato e sorrideva. Si guardarono, un momento, e l’uomo che mi aveva parlato rispose: “agli ordini Colonel!” e mentre ritornava verso il gioco, si abbassò su di me e sussurrò:
” bisogna fare come il Che!”.

DOSSIER MATHIL
COMMANDANTE CHE GUEVARA
RAOUL CORRALES

Chi era ‘sto CHE? Che eroe nuovo era e dove agiva?
Qualcosa mi raccontò mio padre e mi piacque subito quando lo vidi in foto. Era un romagnolo con accento argentino in salsa cubana! Un rivoluzionario che non parlava tanto, ma agiva come tutti i partigiani che incontravo da un’estate all’altra.
Intanto la Romagna passava dentro la mia vita e mi cresceva nel sogno del Comunismo perfetto che il comunista ideale (romagnolo, s’intende!) stava preparando.
Il Che, romagnolo ad honorem, lo preparava in un altrove che si sarebbe ritrovato con la Romagna e il Vietnam e ovunque il mondo si stava rivoltando! E neppure il cinico sarcasmo di Giorgio Amendola, padre politico di Giorgio Napolitano, che definiva il CHE uno “stratega da farmacia”, incrinava le nostre certezze diffuse.

Il 19 luglio 1966, mio padre mi portò al Circolo (dei Comunisti, non c’è quasi bisogno di dirlo!) a vedere la partita dell’Italia contro la Nord Corea, girone delle qualificazioni durante il mondiale d’Inghilterra.
Che roba era la Nord Corea? Un paese asiatico abitato da persone magre e lavoratrici. Così mi apparivano e venivano descritti, più o meno. Io, naturalmente, a quell’età in costruzione, tifavo per la “mia” Italia.
La squadra italiana era formata dai giocatori dell’Inter e del Bologna; più qualche innesto eccezionale come Rivera. La prima, l’Inter, aveva vinto la Coppa dei Campioni e quella Intercontinentale del 1964 e del 1965 (roba mitica, una sorta di Iliade calcistica; mica la coppetta attuale dei Champions); più lo scudetto del 1966. La seconda, il campionato italiano del 1965.

La formazione italiana:
Albertosi, Landini, Facchetti, Guarneri, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Mazzola, Rivera, Barison (allenatore, Edmondo Fabbri che aveva vinto col Bologna il campionato; battendo in finale, l’unica fin’ora mai disputata, proprio l’Inter).
Dall’altra parte dei dilettanti, lavoratori delle braccia e della mente; destinati al certo sacrificio.
All’inizio, guidati dal telecronista sommo e ufficiale di ogni rito decisivo, Nicolò Carosio, vedemmo Perani sbagliare come uno sciagurato demente, ben tre occasioni da gol che io o qualsiasi altro dei miei amici, allora, avremmo realizzato a occhi chiusi. Ma ero tranquillo e sicuro del risultato e della sconfinata felicità che avrei realizzato.
Alle 21,15, circa, il “dentista” coreano Pak Doo Ik si trovò il pallone fra i piedi per un errore dell’insipido Mazzola. Breve scatto e tiro da fuori area. Volo plastico del grande Albertosi e gol!
Sentii subito il dolore fitto strangolarmi il cuore e spremermi le lacrime agli occhi; ma non ci arrivarono mai. Furono sommerse da un urlo collettivo di gioia di tutti i romagnoli presenti che esultavano al gol del compagno coreano.
Cercai, smarrito, gli occhi benevoli del papà che stava seduto come me e mi rassicurò, frenando la sua voglia evidente di unirsi all’esultanza degli altri: “non preoccuparti! Nel secondo tempo vinciamo noi …” tutti gli altri in piedi a vociare e io non volevo più sentirli.

Alla fine fu 1 a 0 per la Nord Corea e fummo eliminati. I romagnoli, al fischio finale, si alzarono all’unisono, papà compreso, coi pugni chiusi levati e cantarono: “COMPAGNI AVANTI IL GRAN PARTITO NOI SIAMO DEI LAVORATORI …”
E, dopo:
“Avanti o popolo alla riscossa
Bandiera rossa, bandiera rossa
Avanti o popolo alla riscossa
Bandiera rossa trionferà“

Era il mito del Comunismo sulla Terra; che ci volete fare. La guerra fredda danneggiava la ragione e toglieva la voglia di analizzare. L’imperialismo yankee furoreggiava ovunque e a qualcosa dovevi pur attaccarti. Da qualche parte dovevi far battere forte il cuore. Quasi più per strafottenza verso il sistema dominante che per reale convinzione. Sangue romagnolo, suvvia!
Del resto, anche il mio nuovo radioso eroe, il guerrigliero perfetto, al secolo Ernesto Guevara de la Serna, aveva i suoi bei problemi di comprensione, se nel suo “Discorso al Ministero dell’Industria”, del 5 novembre 1964, diceva:
“In Stalin sta la differenza fra la rivoluzione ed il revisionismo. Dovete guardare Stalin nel contesto storico in cui egli si muove, non dovete guardarlo come un bruto,ma in quel particolare contesto storico. Sono approdato al comunismo a causa di papà Stalin e nessuno deve venire a dirmi che non devo leggere Stalin. L’ho letto quando è stato dichiarato disdicevole… Continuo soprattutto in questo periodo che è proibito leggerlo. Ho trovato una serie di cose che sono molto interessanti.”
(…)
“Io credo che nelle questioni fondamentali su cui si fondava, Trozkij commetteva degli errori; credo che il suo comportamento posteriore fu erroneo e negli ultimi tempi anche oscuro. Credo che i trozkisti non abbiano apportato nulla al movimento rivoluzionario, in nessun paese, e dove hanno fatto di più hanno fallito perché i metodi erano sbagliati”.
Una continuità rispetto a quando, ancora adolescente, amava firmarsi “Stalin 2” e nel 1953 scriveva:
“Ho giurato davanti a una fotografia del vecchio e compianto compagno Stalin che non avrò riposo fino a che non vedrò annientare queste piovre capitaliste.”
(10 dicembre 1953, Lettera del Che a sua zia Beatriz da Costa Rica San José de Costa Rica)

Non mi interessa, qui almeno, il pensiero confuso e non ancora definito del Che; come quello della base comunista d’allora (dei “miei” romagnoli). Mi riguarda di più quello che fece, la pratica del suo ideale. Mi interessano le cose quotidiane delle donne e degli uomini che erano comunisti in ragione delle vite vissute, un giorno dopo l’altro. Il loro grande sogno, “romagnolo”, di rendere cadavere il mondo capitalista per dare spazio e ossigeno a quello nuovo; senza dio né stato né servi né padroni: DA CIASCUNO SECONDO LE SUE CAPACITA’ A OGNUNO SECONDO I SUOI BISOGNI!
Era, ancora, un giovane uomo, il CHE; con un cuore di impasto straordinariamente buono, quello che ti rende insopportabile qualsiasi autoritarismo, comunque mascherato. La luce della consapevolezza l’avrebbe abbagliato; come una lunga lama nel buio dell’ignoranza costruita nel secolo. Questa la speranza dentro le certezze del suo agire e della sua prolungata educazione alla ribellione.

D’altra parte, mio padre tenne, nel cassetto delle sue cose, l’Unità che annunciava la morte di Stalin. Almeno fino agli anni Settanta; quando sparì, improvvisamente, dopo l’ennesima discussione (più un litigio, a essere sinceri) che avemmo, allora, sul ruolo dell’URSS nella lotta di classe mondiale.

Per tornare alle cronache dei miei giorni romagnoli: il giorno dopo la disfatta coreana, mio padre, mi portò in un cimitero. Voleva andare a trovare un suo amico d’infanzia fucilato dai fascisti. Nel cimitero non c’erano croci o altri simboli religiosi, sulle tombe c’erano scolpite e intagliate delle stelle dipinte di rosso, delle falci e martello, il sole che s’alzava all’orizzonte,
i simboli del lavoro fatto in vita. Ogni nome dei morti era accompagnato dal soprannome, dal nome di battaglia.
“qui si fanno seppellire i comunisti, i socialisti, i repubblicani, gli anarchici. E’ il loro cimitero … il nostro!” “anche il CHE vorrebbe essere sepolto qui, papà?” “certo, anche, il CHE! Vicino a Casadei, Corbari e Iris”.

18 agosto 1944

Una mattina di ottobre del 1967, prima del solito, mio padre mi scosse per svegliarmi. Credo fosse il 10 ottobre o, forse, il giorno successivo. Era mia madre che ci svegliava per la colazione, ma quella mattina venne il papà. Aveva il viso serio, quasi stravolto. Era successo qualcosa, forse una disgrazia a un parente.“ vieni a ascoltare la radio!” “perché?” un silenzio troppo lungo. “perché papà?” “Hanno ucciso Che Guevara!”. “non c’erano i partigiani romagnoli a difenderlo?” “no, non sono arrivati in tempo!” “forse gli altri erano troppo forti; era inutile combattere e morire” “ma non si combatte solo per vincere. Si fa quello che è giusto come fecero i nostri partigiani e quelli in giro per il mondo. È sempre la solita lotta … leggiti questo libro e comincia a pensare che questa è una cosa lunga e non ne vedremo la fine” “IL TALLONE DI FERRO, l’ha letto anche il CHE?” “certo e anche i romanzi di Salgari e di Verne. Proprio come te!”

E NON DIMENTICARE CHE QUESTA “COSA” (della lotta per cambiare il mondo) E’ UNA STORIA LUNGA. COMINCIATA PRIMA DI NOI CHE NOI CONTINUIAMO E ALTRI, DOPO, PORTERANNO AVANTI; ANCHE QUANDO TUTTO APPARIRA’ INUTILE E IL NEMICO CI SOVERCHIERA’. IL “CHE” LO SAPEVA BENE!
PENSA A DON CHISCIOTTE, MA NON IN QUELLE PARTI CHE TI FANNO SORRIDERE; IN TUTTE LE ALTRE: QUELLE CHE FANNO PIANGERE E RIFLETTERE DURO.
NELLA LETTERA AI SUOI GENITORI, CHE GUEVARA SCRIVE PROPRIO COSI’: (era il 1° aprile 1965)
Cari vecchi,
Sento di nuovo sotto i talloni i fianchi di Ronzinante, riprendo la strada, scudo al braccio. (…)Può darsi che stavolta sia l’ultima. Non la cerco, ma è nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, vi abbraccio per l’ultima volta. (…).

“E’ morto un comunista!”
(7 ottobre 2016 e 9 ottobre 1967 e … 18 agosto 1944 a Forlì)

Vorrei avere la forza e il coraggio e la pazienza e la rabbia e l’amore,
per raccontare la storia, la luce e il buio,
di ogni comunista, di ogni ribelle, di ogni anarchico,
capitato su questa terra fatta dagli altri contro i suoi sogni e la sua ragione.
Vorrei correre da una vita all’altra e raccontare il desiderio, la scienza, l’indignazione e il furore. Le paure di sperare, il coraggio di continuare.
Di ogni comunista, di ogni ribelle, di ogni anarchico.
Morto, alla fine, per legge naturale, per assassinio. Per disperata insoddisfazione.
Per la voglia immensa d’amare questa umanità,
così bella e brutta com’è.
Fatti, come siamo, di materia delicata; ma insoddisfatti e sempre in cammino furibondo.
Perché, prima o poi, qualcuno toccherà l’orizzonte e noi ci saremo.
Certo, ci saremo!

(CLAUDIO TACCIOLI)

MUSICHE:
– “ADIOS MUCHACHOS” di Julio César Sanders e César Vedani
– “L’INTERNAZIONALE DI FORTINI” di Franco Fortini e di Chrétien Degeyter
– “BANDIERA ROSSA” di Carlo Tuzzi e altri
– “HASTA SIEMPRE” di Carlos Puebla

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