Intervista con Keith Mann* da rproject.it

A cura di Paolo Gilardi.

Paolo Gilardi: Mentre uragani e tempeste tropicali sconvolgono parti ogegli Stati Uniti, si ha l’impressione che un ciclone si sia abbattuto sulla Casa Bianca. La direzione politica della prima potenza mondiale sembra perlomeno affannata, incapace per l’appunto di dirigere, perché priva del sostegno dell’establishment repubblicano e di quello di Wall Street. Come spieghi, al di là delle querelle personali, questa situazione?

Keith Mann: L’instabilità e l’immobilismo non sono le sole caratteristiche di Trump e della sua squadra. Trump é il puro prodotto di una crisi di rappresentatività politica in seno al partito repubblicano, un partito che, pur disponendo di maggioranze assolute sia al Senato che alla Camera dei rappresentanti, non riesce a sfruttarle a causa della guerra feroce che impera tra i vari clan. Così, per esempio, il capo dei senatori repubblicani, Mitch Mc Connell, preso in ostaggio dall’ala destra del suo partito, dispone, nel suo Stato, il Kentuky, di un misero indice di popolarità, pari al 18%.

PG. Delle figure importanti del partito repubblicano (Paul Ryan, John Mc Cain ed altri) e a volte addirittura il vice-presidente prendono apertamente le distanze dal presidente. Ed è in seno al partito repubblicano che si è consumato il fallimento dell’intento di Trump di abolire l’Obamacare. Ma in fin dei conti, che cos’è che tiene assieme i repubblicani? È la promessa di riforme fiscali favorevoli ai più ricchi che tiene in sella Trump?

KM. Infatti. Malgrado le sciocchezze quotidiane e un protezionismo contrario all’ideologia liberista dominante nei due principali partiti politici e nonostante i suoi legami con l’estrema destra, Trump e tutti, insisto, tutti i repubblicani convergono su un punto, una riforma del sistema fiscale gravida di enormi regali ai ricchi ed alle grandi società.

Comunque, credo che per Trump ed i repubblicani si tratti di un regalo avvelenato…

PG. Spiegati…

KM. Beh, prima di tutto, delle masicce riduzione degli introiti fiscali approfondirebbero il deficit dello Stato allorché, la riduzione del debito pubblico è proprio uno dei cavalli di battaglia dei conservatori.

C’è poi il contesto. Non solo la gente è diventata più sensibile all’approfondirsi delle diseguaglianze, ma non crede più all’argomento, utilizzato senza risultati probanti dagli oramai lontani tempi di Reagan, secondo il quale “ridurre la fiscalità dei richi crea dei posti di lavoro”.

E questa diffidenza s’é vista al momento in cui hanno voluto sopprimere l’Obamacare a profitto di un sistema ancor più favorevole alle grandi compagnie assicurative. È successo più volte che dei comizi di repubblicani favorevoli alla sua soppressione fossero invasi da centinaia di manifestanti, molto spesso ben in là con gli anni, arrabbiati per la prospettiva di perdere la copertura assicurativa e, quindi, di non più aver accesso né alle cure, né ai medicinali…

Ma è anche possibile che dopo il dibattito sulla riforma fiscale, che questa venga adottata o rifiutata, una parte dei repubblicani prendano le distanze dal capo dello Stato. Ma, per il momento fanno blocco attorno a Trump, anche se questo resta fragile.

PG. I Democratici sembrano particolarmente prudenti. Sull’ingerenza russa per esempio, mai hanno preso seriamente in considerazione l’idea della destituzione, dell’impeachment. Perché tanta cautela? Speculano sull’approfondirsi dell’incapacità di Trump di governare nella prospettiva delle elezioni di mezzo-mandato? Oppure, dopo aver scartato Sanders, si trovano nel bel mezzo di una profonda crisi con degli strati importanti dell’elettorato che li identificano con l’1% di super-ricchi?

KM. I colpi bassi sferrati contro Sanders dalla direzione del partito democratico durante le primarie si pagano caro, in particolare in termini di legittimità. Il vero problema è che ciò che rischia di privarli dell’appoggio di milioni di persone disgustate da Trump è l’assenza di proposte alternative da parte loro alla politica attuale ed all’approfondirsi delle diseguaglianze. Pelosi e Schumer, rispettivamente capi-gruppo democratici alla Camera dei rappresentanti ed al Senato, cercano di temporeggiare lasciando il discredito sommergere Trump ed i repubblicani invece di proporre una vera alternativa che però non sono assolutamente in misura di proporre visto che seguono la stessa linea liberista dei loro avversari repubblicani. Quindi, io non scommetterei su un loro successo significativo alle prossime elezioni legislative.

PG. Dopo l’attentato terroristico di Charlotteville contro dei manifestanti anti-razzisti, Trump ha fatto di tutto per non alienarsi le simpatie dell’Alt right. Poi, ha concesso la grazia allo sceriffo Arpajo condannato per aver sistematicamente represso le popolazioni ispaniche in Arizona. E adesso, si permette di trattare da “figli di puttana” le stelle del basket e del calcio americano colpevoli di aver protestato contro le pratiche razziste della polizia. Come spieghi questo sostegno alle correnti più apertamente d’estrema destra, razziste e suprematiste?

KM. La parte più visibile della sua base elettorale è bianca, maschia, incolta e spontaneamente reazionaria. Trump sente istintivamente che, se né lui stesso, né la sua base sono necessariamente nazisti, razzisti del tipo Alt right o simpatizzanti del Ku Klux Klan, questa stessa base accetterebbe male delle misure dure contro i razzisti. È la ragione per la quale Trump, da un lato lancia dei messaggi pieni di sottintesi, dei Dog whistle’s (1) , come diciamo noi, destinati a calmare la sua base e dall’altro condanna con un fil di voce i razzisti ed i nazisti

PG. Su un altro piano, la mia impressione è che Trump cerchi di rispondere alla sua fragilità interna facendo la voce grossa, mostrando i muscoli, sul piano internazionale: minaccia la Corea del Nord ed addirittura la Cina, e, contro l’opzione del suo vice, non esclude un intervento militare in Venezuela. Bluff o realtà? Ma poi, pensi che il grande capitale statunistense sarebbe pronto a seguirlo in ipotetiche avventure militari?

KM. E’ troppo presto per dire se si o no Trump si lancerà in avventure militari per cercare di ricompattare un Paese diviso come fanno classicamente tutti i demagoghi al potere. L’America first e la volontà di difesa dei cosiddetti “valori americani” possono essere capiti tanto come un riflesso isolazionistico, quanto la preparazione di avventure militari.

Raramente il grande capitale ed i suoi due partiti si sono opposti a causa di una guerra che non hanno voluto. Pensa, per esempio, che durante gli otto anni di Obama i repubblicani l’hanno attaccato su tutti i fronti immaginabili, tranne uno, quello della guerra. Quando Obama ha deciso di aumentare la presenza militare statunitense in Afghanistan l’hanno appoggiato senza riserve. E recentemente, il Congresso ha votato nuovi crediti militari per 700 milliardi di dollari!

Trump sa che se decidesse di lanciare un’aventura militare avrebbe il sostegno del congresso e del grande capitale, tranne che per una guerra alla Corea del Nord.

Infatti, la borghesia non ci tiene mica tanto ad essere trascinata in un conflitto che comporta rischi atomici contro un paese che, per di più, non è un concorrente sul piano economico.

PG. Di questi tempi, si direbbe che qualcosa di nuovo si stia sviluppando negli USA. Per esempio, The Nation sostiene che, secondo un sondaggio, il 37% dei cittadini adulti degli Stati Uniti “preferiscono il socialismo al capitalismo”. Da parte sua, CNN si chiedeva recentemente se “la politica reazionaria di Trump non stia portando acqua al mulino dei socialisti-rivoluzionari”…

KM. Se l’elezione di Trump e la sua ambivalenza nei confronti dei razzisti e dell’estrema destra li rafforzano, la sua elezione e la sua politica reazionaria hanno anche stimolato le forze progressiste con l’emergere di nuove generazioni che guardano verso la militanza. Queste dinamiche suscitano pure un certo interesse per il socialismo.

È finita l’epoca in cui il solo sostantivo “socialismo” era non solo tabù, ma immediatamente ricondotto ai crimini di Stalin ed a tutti i fantasmi e tutte le paure al suo riguardo.

Le radici di questa nuova radicalizzazione a sinistra risalgono al movimento Occupy del 2011 ed al sollevamento di Madison, nel Wisconsin, contro gli attacchi al diritto di contrattazione collettiva.

PG. Questo rinnovato interesse per il “socialismo” apre degli spazi per le organizzazioni socialiste. Per esempio, Democratic socialist of America, DSA, che esiste dal lontano 1973 e pare abbia triplicato i suoi effettivi durante gli ultimi sei mesi, passando da 8000 a 25000 membri. Cosa ci puoi dire di DSA?

KM. DSA é il principale benficiario di questa radicalizzazione. Fondato nel 1973, DSA è la social-democrazia statunitense. Riformista nel senso classico (2), spesso vicino al Partito democratico, DSA non ha seguito la svolta social-liberale operata dalla social-democrazia in Europa e in America latina.

La grande maggioranza dei suoi nuovi aderenti sono giovani e aperti alle differenti prospettive socialiste, comprese quelle del socialismo-rivoluzionario.

Per ora, DSA resta composto in maggioranza da militanti bianchi e attira pochissimi afro-discendenti, latino-americani o membri di altri gruppi etnici. È un grosso problema perché questi gruppi rappresentano una parte cospicua della popolazione degli Stati Uniti ed una parte notevole della classe operaia.

I risultati del sondaggio che tu citi sono veramente significativi. Per decenni, in particolare durante la guerra fredda, l’anticomunismo non è stato solo la bussola della politica estera degli USA. È stato anche lo strumento ideologico usato dal governo, dal padronato e dallo Stato per cacciare i militanti di sinistra dai sindacati e discreditare i dirigenti del movimento per i diritti civili, è stato anche il caso dello stesso Martin Luther King. L’anticomunismo permetteva di screditare qualsiasi discorso critico del capitalismo ed anche solo riguardo ai suoi aspetti più sconcertanti. La distruzione del muro di Berlino, la fine dell’URSS e della guerra fredda hanno privato la classe dominante ed i suoi ideologi dell’arma dell’anticomunismo. Non dimentichiamo che chi oggi é studente o giovane lavoratore, nell’ ‘89 ancora non era nato!

Nel 2011, Occupy ha messo in evidenza quanto tanta gente sentiva confusamente e che i sociologi ben conoscevano e cioé che viviamo in una società dalle disuguaglianze enormi e che queste sono proprie del sistema.

È l’articolazione di queste realtà che spiega il successo inedito di Bernie Sanders. Il fatto che lui stesso si definisse “socialista” ha stimolato l’interesse per il  socialismo malgrado l’ex-avversario di Hillary Clinton non sia altro che un socialdemocratico del tipo “social-democrazia europea del dopoguerra”, quella dello Stao-Provvidenza e così via.

PG. Tu sei membro di Solidarity (organizzazione simpatizzante della 4° internazionale). Qual’é la vostra posizione in quanto organizzazione di socialisti rivoluzionari rispetto a DSA?

KM. Tenuto conto della disponibilità al confronto della direzione e del rinnovo dei quadri militanti di DSA, il congresso di Solidarity che si è tenuto a Chicago lo scorso mese di luglio ha votato un testo che auspica la partecipazione alla costruzione di DSA al fine di rafforzarla e di spingerla verso posizioni rivoluzionarie. Così, decine di membri di Solidarity hanno preso la tessera di DSA (sia Solidarity che DSA ammettono la doppia appartenenza) e ne sono diventati dei membri attivi.

Da parte sua l’ISO (altra organizzazione simpatizzante della 4° internazionale), International socialist organisation, la più grossa organizzazione della sinistra radicale negli USA ha un approccio più classico: analizza DSA come una forza tipicamente riformista. Considerandola come una forza concorrente, l’ISO si limita a “dibattere” con DSA restandone fuori.

PG. Malgrado questo rinnovato interesse per il socialismo, Trump gode sempre di un largo sostegno nella classe operaia bianca dove usa l’odio razziale, i riflessi protezionisti e la negazione dei disastri ambientali. In altri termini, seduce dei settori di lavoratori bianchi destabilizzati prendendosela con gli afro-discendenti, con la “concorrenza” di proletari di altri Paesi, messicani, certo, ma pure cinesi  e rendendo le misure di protezione dell’ambiente responsabili della disoccupazione. In che modo la sinistra radicale articola la necessità di dare delle risposte alla sofferenza sociale delle vecchie tute blu con la lotta contro il razzismo, contro il muro o, per esempio, contro la costruzione dell’oleodotto?

KM. L’uno non esclude l’altro: si può benissimo lottare per la difesa dei bianchi in tuta blu e lottare contro il razzismo. Di fatto, le due cose sono indissociabili. E poi, l’elettorato di Trump dev’essere osservato attentamente perché è tutt’altro che una massa omogenea. Anche se molti sono stati sedotti dal protezionismo, che apre poi la strada alle logiche anti-immigrazione –e, quindi, anti-immigrati-, una frangia importante di chi ha votato Trump aveva votato per Obama nel 2008 e nel 2012 e per Sanders alle primarie. Tutta questa gente, mica è diventata razzista da un giorno all’altro!

Sono milioni le tute blu che ancora alcuni anni or sono avevano un impiego stabile –ed erano magari anche iscritti al sindacato- che si ritrovano oggi in situazioni di grande precarietà. I salari del proletariato nel suo insieme non son stati rivalorizzati da anni e le differenze con i possidenti si sono approfondite. Qui, in questo Paese, l’1% della popolazione detiene 34,5% della ricchezza privata e riceve il 17% dell’insieme dei salari versati mentre i 20% più poveri si spartiscono il 3% dell’insieme delle remunerazioni versate. Sono loro, i più poveri, quelli che dispongono di quella che qui chiamano, pudicamente, una “ricchezza negativa”. Sono cioé, indebitati sino ai capelli…

PG. Si lasciano però sedurre da un miliardario…

KM. Ciò è in parte dovuto alla bancarotta strategica e all’immobilismo delle direzioni sindacali che hanno spinto tantissimi lavoratori disperati ad essere sedotti dal protezionismo di Trump. Però, il protezionismo porta in sé i germi del nazionalismo che, a sua volta, porta quelli dello sciovinismo e finisce per sostituire l’odio per i lavoratori immigrati o stranieri alla lotta contro il padronato.

Nell’industria automobilistica e nella siderurgia, i grandi sindacati difendono da anni delle posizioni pretezioniste attorno all’idea del “Buy american”, del “comprare americano”. Così, il discorso protezionista di Trump,  anche se lo mette in contraddizione con il suo partito, trova qui un terreno favorevole, ciò che spiega in buona parte il voto operaio bianco in favore di Trump.

Di fronte agli attacchi contro gli immigrati, contro i sindacati, di fronte all’esplosione del lavoro precario, all’approfondimento delle disuguaglianze, noi rispondiamo che la solidarietà dei salariati con le comunità oppresse è più che mai all’ordine del giorno.

La partecipazione di moltissimi bianchi alle manifestazioni antirazziste dimostrano che questo è compreso da frangie importanti della popolazione e della gioventù.

5 ottobre 2017

* Keith Mann: sociologo, docente alla Miami University (Ohio), membro di solidarity, una delle organizzazioni della sinistra radicale statunitense, vicina alla Quarta Internazionale.

(1) Il Dog whistle, letteralmente « fischietto per il cane » è un’espressione statunitense che caratterizza un messaggio che, sotto degli aspetti anodini, trasmette dei contenuti chiari ad un pubblico acquisito a certe convinzioni. Ad esempio, negli USA, la banale espressione «garantire la pulizia del centro-città » è capita senza equivoci dai razzisti come un’incitazione a «fare ripulisti nei quartieri dei negri » (pg)

(2) Cioé nel senso di chi vuole raggiungere la società socialista non attraverso la rivoluzione e la presa del potere ma tramite una politica di riforme, ma il cui scopo resta il superamento del capitalismo (pg)

 

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