di Patrick Wintour (da “The Guardian)*

Il pilastro centrale e strategico sul quale si basano gli sforzi del governo italiano, affidatosi alla Libia per fermare il flusso migratorio nel Mediterraneo, è ora a rischio collasso: tale azione ha prodotto come risultato un conflitto sanguinoso per il controllo del potere nel porto libico principale, Sabratha, l’epicentro del traffico di esseri umani dalle coste della Libia a quelle italiane.
Il Primo Ministro italiano, Paolo Gentiloni, aveva acclamato con soddisfazione la notizia del calo dell’80% degli sbarchi tra luglio e agosto ma, nell’ultimo mese, il numero dei migranti in arrivo è improvvisamente tornato a risalire. A Sabratha è guerra aperta per la presa del potere: le bande rivali in lotta per il controllo del facoltoso business del traffico di esseri umani non sono evidentemente dei partner affidabili per il governo italiano.

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La strategia messa in campo per fermare i migranti in Libia – promossa e conclamata dal Ministro degli Interni Marco Minniti – è vista dal governo del PD come un nodo di rilevanza centrale nella campagna elettorale verso le elezioni della prossima primavera.
Il PD si ritrova a fare i conti con la pressione costante dell’opinione pubblica e di molti partiti populisti anti-migranti che, in caso di vittoria elettorale, romperanno i piani del leader pro-Europa in direzione di un’Unione Europea più forte e integrata.
Il calo estivo degli arrivi di migranti partiti dalla Libia sulle coste italiane è stato attribuito a diversi fattori, inclusa una più efficiente e più aggressiva guardia costiera libica (appositamente addestrata e finanziata dall’Italia), che ha respinto più del 60% delle barche che lasciavano la costa.
Ma il governo italiano ha in realtà anche stipulato accordi con le milizie locali per fare un giro di vite effettivo sul traffico di esseri umani a Sabratha, città a 70 chilometri da Tripoli nota proprio per essere il porto principale del traffico di migranti.

Numerosi report e testimonianze hanno dimostrato l’esistenza di un accordo clandestino concluso dal Ministro degli Interni con una potente banda di 500 trafficanti di Sabratha: la brigata Amu, guidata da Abu Dabbashi, noto anche come “lo Zio”.
Il clan Dabbashi, che controlla i tre principali centri di detenzione per i migranti nell’area, stando a quel che si dice ha acconsentito a mettere da parte i suoi affari in cambio di denaro e del riconoscimento di uno status politico. La milizia Dabbashi è stata ripetutamente citata nei rapporti delle Nazioni Unite e dei governi europei come una delle strutture cardine del business del traffico di esseri umani.
Ma questo accordo clandestino sembra aver scatenato una lotta per il potere ancora più feroce e diffusa nella città, in particolare tra il clan Dabbashi da un lato, l’Isis e la milizia rivale al-Wabi dall’altro. Ironicamente, tutti questi gruppi sono presenti sul libro paga dei sostegni economici pattuiti dal governo provvisorio delle Nazioni Unite di Tripoli.

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Nelle scorse tre settimane 26 persone sono state uccise, 170 ferite e centinaia forzatamente dislocate dal centro cittadino. Il governo italiano ha lanciato un allarme, poiché il numero dei migranti arrivati in Italia dalla Libia è improvvisamente tornato ad aumentare; questo lascia intuire che i patti stabiliti non stanno reggendo.
L’accordo era stato criticato anche da Gen Khalifa Haftar, il potente leader in ascesa dell’Esercito Libico Nazionale, una figura oggi corteggiata sia da Roma che da Parigi come soluzione politica che possa porre fine ai sei anni di caos che hanno esaurito e impoverito il popolo libico.
L’Occidente tende a vedere Haftar come anti-democratico e brutale, ma, nonostante questo, è stato di recente lusingato dal governo italiano, volutamente cieco di fronte alle accuse mosse nei confronti di Haftar come colpevole di aver ordinato alle sue truppe di commettere crimini di guerra.
Haftar sta cercando di presentarsi all’Italia come l’uomo che può riportare il traffico di migranti sotto controllo. Questa la sua dichiarazione a un’intervista al Corriere Della Sera: “Per il controllo delle frontiere del Sud io posso garantire la forza lavoro necessaria, ma l’Europa deve mandare aiuti, droni, elicotteri, rivelatori notturni e veicoli”.
Ha inoltre dichiarato che il governo italiano ha commesso un errore con la scelta di scendere a patti con le milizie libiche per fermare il flusso migratorio, asserendo che ora corre il rischio di essere ingannato. “Pagarli significa entrare in un circolo vizioso. Domani combatteranno sotto compenso per qualcun’altro e chiederanno più soldi ancora. Questo non può che portare a un ricatto senza fine”.

Il governo italiano insiste nel dichiarare di aver fornito aiuti unicamnete al governo provvisiorio delle Nazioni Unite di stanza a Tripoli e al consiglio comunale di Sabratha, ma mai direttamente a nessuna milizia.
Matteo Villa, a guida del programma migratorio del think tank italiano Ispi, ha dichiarato di recente che la brusca impennata dei flussi potrebbe essere causata sia dalla perdita di controllo della città da parte della milizia Dabbashi, sia perché c’è stato il tentativo da parte della milizia stessa di mandare un messaggio a Roma: possono fermare o lasciare aperto il flusso migratorio come e quando preferiscono, come se azionassero un rubinetto.

Minniti sta combattendo per placare l’opinione pubblica italiana, già furiosa perché più di 600mila migranti hanno raggiunto l’Italia dal Nord Africa, dal 2004 ad oggi. Più di 12mila sono morti provandoci. Gli ultimi dati dicono che gli arrivi in Italia al 21 settembre sono stati 103.318, il 21,5% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 (131.683).
L’UNHCR stima che circa l’80% di quelli che riescono a raggiungere l’Italia sono migranti economici e, pertanto, soggetti a deportazioni forzate, in quanto non aventi diritto ad avviare la procedura di richiesta d’asilo.
Un sondaggio dell’Ipsos di questa settimana dimostra che il 70% degli italiani è d’accordo con l’affermazione che il tasso di migranti provenienti dalla Libia è troppo alto, e danneggia la qualità dei servizi pubblici.

Al netto di tutto questo, Villa dichiara che molte sono le preoccupazioni riguardo alle conseguenze dell’accordo Italia-Libia: la riduzione delle barche che lasciano i porti libici, combinata con l’azione di blocco e respingimento della guardia costiera libica, sta producendo un tappo che blocca le persone migranti alla frontiera del Mediterraneo, intrappolandole in un inferno di violenza e campi di dentezione inumani.

*Fonte articolo: https://www.theguardian.com/world/2017/oct/03/italys-deal-to-stem-flow-o…
Traduzione di Federica Maiucci pubblicata da communianet.org

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