di Felice Mometti (dal sito Connessioni Precarie)

Pietrogrado 1917: dentro la rivoluzione
∫connessioni precarie

settembre 2017
http://www.connessioniprecarie.org

Indice
2) Premessa
3) La composizione sociale
6) La fabbrica della politica
10) I soviet
13) I comitati di fabbrica
19) I sindacati
23) I partiti
27) Socializzare o statalizzare?
33) Un dibattito necessario mai avvenuto
37) Classe e partito nei vortici delle loro crisi
42) Riferimenti bibliografici

Premessa

È stato detto che le rivoluzioni arrivano sempre troppo presto o troppo tardi. Non arrivano mai alla loro ora. Ma quando si presentano sono più vive e astute di quanto immaginino i migliori partiti, le avanguardie e le classi più avanzate.  Candide come volpi e astute come colombe, parafrasando Fortini, le rivoluzioni confondono le piste politiche, mettono in tensione e trasformano le identità. Avvelenano i pozzi delle temporalità lineari con improvvise accelerazioni e imprevisti rallentamenti. Ridefiniscono mappe e geografie sociali. Il soviet di San Pietroburgo del 1905, l’insurrezione di Pietrogrado del 1917, il simulacro stalinizzato del Partito bolscevico della Leningrado degli anni ’30, senza dimenticare la rivolta di Kronstadt del 1921 sono tutti fatti e avvenimenti
riferiti alla stessa città, che cambia non solo il nome, ma anche la connotazione sociale, il significato storico e l’immaginario politico a seconda dello sguardo, della collocazione politica e del periodo storico con cui la si osservi. La Rivoluzione russa non può essere certo riassunta completamente nella sola vicenda politica di Pietrogrado, ma non la si può capire e interpretare a prescindere da essa. È qui che il processo rivoluzionario dal febbraio all’ottobre del 1917 è stato il più esteso, il più acuto e politicizzato.

La composizione sociale

Nel gennaio del 1917 Pietrogrado conta 2 milioni e 400 mila abitanti e circa 405 mila tra operai e operaie – 130 mila donne – che per il 70% (era il 49% nel 1914) lavorano in fabbriche con più di mille addetti. Ci sono 245 mila tra metallurgici e metalmec- canici (a Detroit ce n’erano 93 mila), 43 mila chimici, 42 mila tessili. Una classe operaia numerosa e in larga parte concentrata in grandi fabbriche e in pochi set- tori produttivi come in nessun’altra regione o città della Russia. A Pietrogrado c’è una concentrazione di operai tra le più alte a livello mondiale. Alcuni autori sostengono che fosse la più alta in assoluto, con 38 grandi aziende con
più di 2 mila dipendenti e 18 con più di 5 mila dipendenti.
Tra il 1914 e il 1917 si registra un incremento del 135% degli operai metallurgici /metalmeccanici, del 99% dei chimici e del 44% nel settore dell’abbigliamento. Sono aumenti dovuti essenzialmente alle produzioni finalizzate alla guerra in corso.
Dall’inizio della prima Guerra mondiale a tutto il 1917 gli operai di Pietrogrado mandati al fronte sono 40 mila, unacifra molto più bassa rispetto a tutte le altre aree industriali del paese, velocemente rimpiazzati soprattutto con forza lavoro femminile immigrata. Il motivo è il ruolo strategico, dal punto di vista militare, ricoperto dai settori produttivi presenti. Tra il 1913 e il 1917 le donne che lavorano nelle fabbriche metallurgiche/metalmeccaniche passano dal 3% al 20% della forza-lavoro, nelle fabbriche della lavorazione del legno dall’1% al 21%, nelle fabbriche che lavorano la pelle e producono calzature dal 20% al 43% e nelle aziende del set-
tore alimentare dal 41% al 66%. I contadini di recente urbanizzazione, le donne e i giovani, tra i quali circa 30 mila sotto i 16 anni, costituiscono il 60% della forza lavoro industriale.
Nei dieci anni che precedono il 1917 la città aumenta di circa un milione di abitanti. È un movimento migratorio interno molto sostenuto che riguarda soprattutto giovani contadini e contadine che provengono da tutte le zone della Russia in cerca di lavoro, con aspettative di permanenza che in generale sono limitate nel tempo e che però vengono sistematicamente disattese. Tanto che, sempre nel 1917, il 74% della popolazione di Pietrogrado è costituito da abitanti migranti o di origine migrante. A ciò si devono aggiungere alcune decine di migliaia di migranti stagio- nali che lavorano nelle fabbriche solo nei mesi invernali e tra i 10 e i 15 mila mi- granti polacchi. I migranti e le migranti che arrivano a Pietrogrado tendono a mantenere una forma di vita comunitaria, in base alla provenienza, cercando di lavorare nella stessa fabbrica e abitare nello stesso quartiere. Uno degli aspetti spesso poco considerati nella composizione sociale della forza lavoro di Pietro- grado nel 1917 sono le particolari caratteristiche di una parte significativa della mano d’opera femminile. Nel settore tessile il 68% delle operaie ha meno di 30 anni, in grande maggioranza risiedono in città da pochi anni, non sono sposate, condividono le abitazioni e il lavoro domestico. Hanno relativamente qualche libertà in più rispetto alle famiglie di origine e una maggiore, anch’essa relativa, disponibilità economica. Sotto questa luce si comprendono meglio i motivi – una certa indipendenza personale ed economica legata a una maggiore coscienza della
propria condizione ‒ del fatto che le operaie tessili sono alla testa delle manifesta- zioni del febbraio che aprono il processo rivoluzionario in Russia.

La fabbrica della politica

A partire dal 1910 e poi con una notevole accelerazione all’inizio della prima Guerra mondiale, la forza lavoro indutriale di Pietrogrado, oltre che a crescere, si trasforma radicalmente. Si è di fronte all’affermazione di una nuova classe ope- raia che nei fatti, in gran parte, rappresenta una soluzione di continuità con il passato. Una classe che si fa parte attiva della propria formazione in un tumultuoso processo di radicalizzazione e politicizzazione. La spinta proviene da
quel 65% di operai e operaie senza qualifiche, collocati nei punti più bassi della scala gerarchica della fabbrica, che vengono inseriti in un processo produttivo fortemente segmentato e parcellizzato. L’organizzazione del lavoro in quasi tutte le grandi fabbriche si fonda su criteri tayloristici molto avanzati che in alcuni settori superano – per «scientificità» dello sfruttamento ‒ addirittura quelli applicati in fabbriche americane considerate dei modelli della produzione fordista. Il passag- gio dalla fabbrica «zarista» a quella «tayloristica», causato principalmente dalla necessità delle produzioni per la guerra, avviene in pochi anni e in modo violento. La fabbrica «zarista» era organizzata attorno alla figura del caposquadra che dettava i tempi e i modi dell’erogazione del lavoro. In genere era una figura che combinava un’elevata professionalità di derivazione artigiana con dei metodi fortemente autoritari nella gestione della disciplina interna. Un gradino sotto c’erano gli operai specializzati in parti della produzione e più in basso la manodopera meno qualificata, che svolgeva le mansioni più pesanti e doveva imparare il mestiere. Il potere del caposquadra era assoluto nel determinare modalità e volumi della produzione e, agli occhi dei semplici operai, incarnava il dispotismo e lo sfruttamento ai massimi livelli.
Molti scioperi prima del 1910 sono diretti contro i capisquadra, contro il loro autoritarismo e alla loro sostituzione. La ristrutturazione delle fabbriche avviene in pochissimi anni cambiando radicalmente l’organizzazione del lavoro, intro-ducendo macchine a tecnologia più avanzata, ridefinendo ruoli e gerarchie delle figure che governano la produzione.
Si passa a una pianificazione centralizzata della produzione, dei ritmi e dell’intensità del lavoro. Si potenzia l’apparato tecnico e amministrativo, si introduce un sistema di bonus e incentivi monetari. I capisquadra diventano dei supervisori e non più dei decisori del processo produttivo.
In questo contesto, nella grande maggioranza della forza lavoro non qualificata muta profondamente la percezione del proprio sfruttamento, non più identificato con la persona del caposquadra ma con il sistema di produzione in quanto tale. Crescono le dimensioni delle fabbriche, fino ad arrivare nel 1917 ai 36 mila addetti della Putilov e ai 19 mila della Trubochnyi Zavod. Parallelamente alla concentrazione di forza lavoro avviene una concentrazione di capitali. Il 70% delle banche russe ha la sede centrale a Pietrogrado e si approfondisce l’intreccio tra capitali dello Stato, dei privati e di investitori stranieri, tanto da far parlare di seconda Rivoluzione industriale-finanziaria a Pietrogrado. La ristrutturazione degli spazi produttivi avviene in contemporanea con la trasformazione dell’assetto urbano della città. Il nesso strettissimo tra produzione di merci e riproduzione sociale della forza lavoro è rappresentato dalla rigida articolazione gerarchica del territorio urbano. Pietrogrado è una città-fabbrica.
La grande maggioranza degli operai abita nelle vicinanze della fabbrica dove lavora, in piccoli appartamenti spesso condivisi tra più lavoratori e lavoratrici. In quartieri dalle condizioni igienico-sanitarie allarmanti, separati e lontani dal centro della città non da una distanza effettiva, ma dalle concrete forme e condizioni della vita collettiva. Nel quartiere di Vyborg lavorano e vivono 55 mila metalmeccanici, che saranno la parte più attiva nell’insurrezione di ottobre, costi- tuendo un particolare tipo di comunità omogenea dal punto di vista professionale, sociale, territoriale. Quindi, una separazione resa ancor più evidente anche nella produzione stessa dello spazio urbano. C’è una sorta di continuità tra le relazioni che nascono nella solidarietà e nelle lotte sul posto di lavoro e quelle che si instaurano nella vita sociale dei quartieri operai. Uno degli effetti più evidenti di questa condizione operaia è dato dal cambiamento della natura e delle motivazioni degli scioperi.
Tra il 1914 e l’inizio del febbraio del 1917, cioè prima della rivoluzione e sommando le proteste di tutte le fabbriche di Pietrogrado, ci sono 585 scioperi economici, che riguardano principalmente gli aumenti salariali, e 1044 scioperi definiti politici, che oltre alle richieste di miglioramento delle condizioni di lavoro avanzano obiettivi più generali come la fine della guerra, la contestazione dell’organizzazione del lavoro in quanto tale o del governo zarista per l’aumento dei prezzi e la scarsità dei beni alimentari. Oltre a essere una città-fabbrica, Pietrogrado è una fabbrica della politica di classe da parte di una nuova classe operaia che si sta formando in un groviglio di cesure e parziali continuità con il passato.

I soviet

Nella primavera del 1917 in Russia ci sono 700 soviet. Nell’ottobre diventeranno 1429, interessando circa un terzo della popolazione. Di questi, 706 sono formati da operai e soldati, 235 da operai, soldati e contadini, 455 solo da contadini e 33 solo da soldati. Non ci sono criteri univoci per l’elezione o la nomina dei componenti dei soviet. Nella maggioranza dei casi la costituzione dei soviet avviene più sotto la spinta della necessità, dopo il crollo dello zarismo, di amministrare un territorio mediante decreti da comitato di salute pubblica, che non come espressione di un dualismo di potere che si regge sull’autorganizzazione degli operai, dei contadini e dei soldati. All’inizio di giugno si tiene il primo congresso dei soviet e la grande maggioranza dei delegati li vede come strumenti temporanei che devono occuparsi di far funzionare le amministrazioni e le economie locali in vista dell’elezione di un’assemblea costituente. Desta molte critiche la presa di posizione, alla fine di maggio, del Soviet di Kronstadt ‒ che si regge su una maggioranza di bolscevichi e delegati non affiliati ad alcun partito ‒ di non riconoscere il governo provvisorio. Nemmeno tra i delegati bolscevichi (105 su 822 del Congresso) c’è un’identità di posizioni. L’idea che i soviet siano una forma di democrazia superiore a quella della rappresentanza parlamentare appartiene a una ristretta minoranza. Il Soviet di Pietrogrado, che arriva in poco tempo a 3 mila componenti tra eletti, nominati e cooptati, diventa un organo politico, sociale, territoriale, amministrativo, militare
che esercita a tutti gli effetti un doppio potere e una doppia sovranità. Ci sono operai, soldati, studenti, rappresentanti di partito, di sindacati e intellettuali. È allo stesso tempo un potere politico-esecutivo locale e un contropotere politico-rappre- sentativo a livello nazionale, in alternativa al governo provvisorio. Si può dire che esso riassuma in sé tutti gli aspetti che sono presenti in maniera frammentaria e contraddittoria nei soviet del resto del paese.
Il Soviet di Pietrogrado nasce il 27 febbraio per iniziativa di alcuni deputati socialisti della Duma e di gruppi di lavoratori che si rifanno all’esperienza del Soviet di San Pietroburgo del 1905. L’intento dichiarato è quello di formare un organo temporaneo per dare un indirizzo alla rivolta scoppiata nei giorni precedenti, in attesa che il vuoto di potere determinato dalla caduta dello zarismo sia riempito da nuove istituzioni più democratiche. Tuttavia, una volta che il soviet si è insediato, molte fabbriche e unità militari inviano delegati vedendolo come il luogo organizzativo delle mobilitazioni e della difesa dei loro interessi. Non c’è, all’inizio, un’idea precisa di cosa potesse significare il dualismo di potere che era sia politico, sia economico sia, infine, istituzionale; esso si affermerà più sotto la spinta del processo rivoluzionario, ormai aperto, che non per un progetto politico
espressamente formulato da qualche formazione politica, inclusi i bolscevichi. Dal soviet cittadino a cascata si formano i soviet dei singoli distretti di Pietrogrado che mostreranno gradi differenziati di autonomia nelle decisioni. Un doppio potere, quello dei soviet di Pietrogrado ai vari livelli, che per tutti i mesi del processo rivoluzionario manterrà un carattere costituente senza mai formalizzarsi pienamente in un sistema di rappresentanza unitario. Sempre in bilico tra l’arena politica delle assemblee generali e i luoghi decisionali del Comitato esecutivo del soviet e del Comando militare rivoluzionario. È il Soviet di Pietrogrado che il 1 settembre adotta una risoluzione che chiede l’esclusione della borghesia dal potere statale e la formazione di un governo che si richiami esplicitamente al socialismo. È sempre il Soviet di Pietrogrado che il 25 ottobre, anticipando il secondo Congresso di tutti i soviet convocato per il 25-26 ottobre, approva una risoluzione che dichiara il successo dell’insurrezione e individua i primi provvedimenti da far varare al nuovo governo che si formerà. In questi passaggi decisivi della rivoluzione emerge con maggiore evidenza il ruolo di questo soviet: accelerare il processo rivoluzionario in modo che l’altro potere costituente, il governo provvisorio di Kerenskij, sia sempre sotto pressione e alla fine venga rovesciato.

I comitati di fabbrica

Con il rovesciamento dello zarismo nella seconda metà di febbraio si determina una nuova situazione nelle fabbriche. Molte aziende di Pietrogrado, tra le quali quelle di grandi dimensioni, sono di proprietà statale o a maggioranza di capitale statale. Non sono pochi i casi in cui direttori e componenti di consigli di amministrazione abbandonano la città o vengono destituiti dagli operai. Nascono i primi comitati di fabbrica degli operai, che si trovano di fronte una serie di problemi da affrontare: impedire la chiusura delle fabbriche, contrastare il sabotaggio della produzione da parte dei direttori rimasti ed esercitare delle forme di controllo sulle scelte produttive, amministrative e finanziarie. È l’inizio della dif ficile e complicata sperimentazione di quello che sarà uno degli aspetti centrali della Rivoluzione russa: il controllo operaio. Le dimensioni e l’articolazione interna dei comitati di fabbrica variano notevolmente a seconda delle situazioni. Ai cantieri navali dell’Ammiragliato c’era un comitato di 24 membri per 800 addetti, alla Obukhow 12 membri per 13 mila addetti, alla Putilov, con 36 mila addetti, c’era una quarantina di comitati di officina che coinvolgevano circa 450 de-
legati e non un comitato dell’intera fabbrica, per via dell’opposizione del soviet distrettuale che lo vedeva come un potere rivale per il ruolo politico su scala cittadina e anche statale svolto dagli operai di quella fabbrica. Le elezioni dei comitati di fabbrica da parte di tutti gli addetti, senza distinzione di età, sesso, condizione professionale, avvengono a volte su liste di partito, altre su scheda bianca. I delegati eletti durano in carica sei mesi e sono revocabili in qualsiasi mo- mento dall’assemblea di fabbrica. Non c’è una gerarchia definita a priori tra comitati e consigli esecutivi dei comitati a livello locale e nazionale.
I membri dei comitati non si vedono in alcun modo come «funzionari» della classe operaia che operano secondo schemi o programmi prefissati. Sono figure politico-sociali che fanno del rapporto diretto con gli operai l’elemento principale della loro legittimazione, spesso anche andando oltre i confini della fabbrica e occupandosi di problemi abitativi, del reperimento delle derrate alimentari, di gestione col- lettiva dei redditi, raccogliendo anche in questo modo la fiducia e il sostegno dei lavoratori. Gran parte dei comitati si articola in commissioni coinvolgendo un numero sempre maggiore di operai rispetto a quelli eletti. Ci sono commissioni che si occupano di questioni politiche, finanziarie, culturali e del reperimento delle materie prime e del combustibile per far funzionare le fabbriche. Alla fabbrica di turbine Metallicheskiy Zavod, 6 mila addetti, ci sono 28 commissioni che coinvolgono più di 200 operai.
Accanto ai comitati si sviluppano delle cooperative operaie che, in una situazione di guerra, di crisi e di fame, provvedono a fornire i pasti a prezzi accessibili a tutti stabilendo un rapporto diretto con i contadini per l’acquisto dei generi alimentari. Gli aderenti alle cooperative passano in pochi mesi da 50 mila a 150 mila. Le cooperative operano a stretto contatto con i comitati di fabbrica, le loro «commissioni alimentari» elette democraticamente e i soviet distrettuali. I comitati di fabbrica promuovono anche attività culturali favorendo la formazione di associazioni (club) di operai che si occupano di letteratura, musica, teatro mettendo in scena, tra le altre, opere di Tolstoj, Gogol e Shakespeare.
Con la formazione dei comitati di fabbrica si sviluppa un protagonismo operaio senza precedenti che in breve tempo arriva a porre la questione del potere decisionale nelle fabbriche e delle sue forme di coordinamento su scala territoriale. Ciò avviene soprattutto nelle aziende statali o a maggioranza di capitale statale, meno nelle aziende a intero capitale privato. Il controllo operaio che ne consegue si afferma in vari modi e a vari livelli non riconducibili a un modello. È più una necessità, un’esigenza pratica che viene ripensata più volte nelle forme e nei contenuti. Nello stesso Partito bolscevico, che ha il maggior numero di aderenti ai comitati rispetto a tutti gli altri partiti, si sconta un ritardo
nella riflessione sulle funzioni del controllo operaio. Al suo interno convivono varie visioni che non si uniformano più di tanto nemmeno dopo la presa di posizione ufficiale del 19 maggio. Una dichiarazione del Partito piuttosto generica che, in risposta alle sollecitazioni dei comitati esistenti, fa un semplice appello alla costituzione di «commissioni di controllo» in tutte le fabbriche. In un’inchiesta promossa dai comitati, tra maggio e giugno, su 84 fabbriche, 230 mila addetti, il controllo totale della produzione e delle condizioni di lavoro avviene in 20 casi, in 21 si ha il controllo solo sulle condizioni di lavoro, in 19 su assunzioni e licenziamenti, in 8 casi si controllano gli aspetti finanziari, in 7 si controlla che la fabbrica non venga smantellata. Nel resto, 9 fabbriche soprattutto a capitale privato, c’è una forte conflittualità che però non si traduce nel controllo della produzione. Dal febbraio all’ottobre si possono approssimativamente distinguere quattro fasi del controllo operaio nelle fabbriche di Pietrogrado, in una progressione non lineare, spesso convulsa, delle forme di doppio potere nei luoghi della produzione. Tra marzo e aprile il controllo è limitato principalmente alle imprese statali. I comitati di fabbrica stabiliscono un certo controllo sulle assunzioni e sui licenziamenti come parte di un più ampio tentativo di democratizzare le relazioni in fabbrica. Nella seconda fase, da maggio a giugno, molti comitati di fabbrica hanno cominciato a controllare le forniture di materie prime e carburante e in non pochi casi anche l’intera gestione delle aziende. È in questo periodo che i bolscevichi raggiungono l’egemonia politica all’interno dei comitati. Nella terza fase, da luglio ad agosto, la crisi economica si aggrava notevolmente e la lotta di classe si approfondisce. I datori di lavoro passano all’offensiva e tentano di frenare il potere dei comitati che si estende al controllo degli ordini e delle finanze. Nella quarta fase, da settembre a ottobre, la crisi non è più solo politica ed economica, ma è una crisi generale dell’intera società ed è il modo di produzione capitalistico a essere criticato in quanto organizzazione della produzione e della disciplina del lavoro. In ottobre il controllo operaio a Pietrogrado, in forme spesso ibride che combinano controllo e gestione, riguarda il 74% delle fabbriche e circa 290 mila lavoratori. Il conflitto di classe si polarizza e nelle fabbriche che si vogliono chiudere i comitati tendono ad assumerne direttamente la gestione. Il controllo operaio dei comitati di fabbrica, nato in risposta alle gravi difficoltà economiche, si trasforma velocemente prima in una democratizzazione della vita di fabbrica e, poco tempo dopo, si orienta verso forme di autogestione delle fabbriche.
La prima Conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado si svolge dal 30 maggio al 5 giugno. Vi partecipano 421 delegati di 367 comitati in rappresentanza di 338 mila lavoratori. Si elegge un Consiglio esecutivo dei comitati di 25 membri. Seguiranno, prima dell’insurrezione, altre tre conferenze di Pietrogrado e una Conferenza nazionale dei comitati su iniziativa dei rappresentanti di Pietrogrado. In tutte le conferenze dei comitati la discussione ruota attorno alla necessità di salvaguardare il sistema produttivo, le forme e i contenuti del controllo operaio, e al modo di costruire degli organismi centrali di organizzazione e pianificazione della produzione in rapporto con i soviet e i sindacati. Discussioni complicate e contraddittorie perché, al di là della condivisione formale, all’interno dei comitati si confrontano e scontrano concezioni diverse del controllo operaio tra bolscevichi, socialisti rivoluzionari e anarchici.
Per i primi, ed è la posizione di gran lunga maggioritaria, il controllo operaio è essenzialmente un doppio di potere sui luoghi di lavoro in vista della trasformazione socialista della società, tenendo conto delle sperimentazioni in campo di autogestione delle fabbriche. La centralizzazione delle gestioni e autogestioni deve avvenire partendo dal coordinamento dei comitati che si relazionano con i soviet e i sindacati. I socialisti rivoluzionari concepiscono il controllo operaio come la creazione di organismi a maggioranza operaia con rappresentanti dei soviet, dei sindacati, del governo provvisorio e dei datori di lavoro. Gli anarchici esprimono più ipotesi delle quali quella maggioritaria propone l’immediata trasformazione delle fabbriche in comuni che si federeranno in un secondo momento. La discussione si complica ulteriormente dai primi di settembre, quando i bolscevichi hanno la maggioranza nel soviet, nei sindacati e nei comitati ed esprimono convinzioni e sensibilità diverse sul controllo operaio e l’autogestione delle fabbriche a seconda dell’organismo in cui sono collocati e svolgono la loro attività politica, sociale e sindacale.

I sindacati

Nel gennaio del 1917, a Pietrogrado, ci sono 14 sindacati di categoria o di mestiere. La maggior parte dei quali considerati illegali (11), tutti comunque minuscoli, con strutture molto precarie o inesistenti. Con le manifestazioni e gli scioperi di febbraio e l’apertura di uno spazio democratico nei luoghi di lavoro si fa strada la volontà di rifondare i sindacati esistenti e di costituirne dei nuovi. In un primo tempo prevale la spinta a costruire sindacati di mestiere se non addirittura di mansione. Nascono i sindacati dei saldatori, di sarti e sarte, parrucchieri e parrucchiere, degli elettricisti, degli orologiai, dei macchinisti ecc. L’impulso viene dato da sindacalisti già attivi negli anni precedenti che organizzano riunioni, soprattutto nelle piccole imprese e nelle piccole attività commerciali, con lo scopo iniziale di nominare dei rappresentanti nei soviet distrettuali e in quello della città. Ben presto quelle riunioni si trasformano in nuclei embrionali di nuovi sindacati. Nella prima settimana di marzo si contano decine di sindacati – una ventina nel solo settore metalmeccanico/metallurgico ‒ molti dei quali hanno una
presenza solo in alcune zone della città. Il 15 marzo si riuniscono diciotto sindacalisti e fondano quello che diventerà l’Ufficio Centrale dei Sindacati di Pietrogrado composto inizialmente da quattro bolscevichi, quattro menscevichi e uno senza partito. Nell’Ufficio Centrale vengono man mano cooptati i rappresentanti dei sindacati che vi aderiscono, avviando un processo di unificazione territoriale e all’interno delle singole categorie. In poche settimane, l’Ufficio Centrale arriva a una settantina di componenti. Nella discussione sullo statuto si manifestano subito due opzioni contrapposte sul ruolo e sulla funzione che devono avere i sindacati. Lo scontro avviene nella riunione del 1 maggio in cui i bolscevichi insistono sul «coordinamento dell’azione dei sindacati con il partito politico del proletariato» e i menscevichi vogliono sostituire la parola «partito» con «partiti». Prevalgono i bolscevichi con 42 voti a 17. Tuttavia, questa maggioranza bolscevica nell’Ufficio Centrale non si traduce, almeno fino al settembre, in un’egemonia nelle strutture sindacali nei vari distretti di Pietrogrado. Il senso di appartenenza sindacale, anche tra i lavoratori bolscevichi, è piuttosto blando e le organizzazioni sindacali vengono percepite più come luoghi in cui sviluppare una contrattazione sul salario, mentre lo strato dirigente in formazione vuole allargare il proprio raggio di azione, sottraendo il terreno di iniziativa ai comitati di fabbrica.
Fin dall’inizio l’organizzazione interna dei sindacati segue linee gerarchiche precise. Le strutture di base dei sindacati che, in principio, spesso non si possono distinguere dai comitati di fabbrica, vengono via via separate non senza resistenze in una serie di distretti. La loro azione e le risorse finanziarie, derivate dalle quote di adesione, sono rapidamente sottoposte alle scelte degli esecutivi sindacali. La terza Conferenza dei sindacati che si svolge a Pietrogrado, agli inizi di luglio, nella risoluzione finale detta regole della democrazia interna interpretando il centralismo democratico come «sostegno alla costruzione organizzativa, garanzia
della partecipazione di ogni membro all’attività sindacale e allo stesso tempo dell’unità della direzione della lotta»; dove per «direzione della lotta» si intendono gli organismi dirigenti e gli esecutivi sindacali. Il primo vero banco di prova
dei sindacati di Pietrogrado è il contratto dei metalmeccanici/metallurgici che in realtà riguarda principalmente le rivendicazioni salariali. Il 22 giugno il sindacato dei «lavoratori dei metalli», che ha già un centinaio di funzionari a tempo pieno, apre le trattative con l’Unione degli industriali su una piattaforma che formalmente prevede quattro livelli salariali tra lavoratori qualificati e lavoratori poco qualificati che poi, durante i negoziati, diventeranno cinque, relegando le lavoratrici poco qualificate al gradino più basso. La prima bozza di accordo, che contiene anche una clausola sulla produttività garantita (in pratica il lavoro a cottimo abolito nella maggioranza delle fabbriche con le rivolte di febbraio), viene respinta quasi all’unanimità (solo 4 a favore) dai 200 delegati convocati. L’esecutivo sindacale minaccia le dimissioni in blocco e convoca una seconda riunione pochi giorni dopo, con una platea di delegati un po’ diversa, in cui la formulazione della clausola sulla produttività garantita viene parzialmente modificata e approvata. Durante le trattative circa 10 mila operai poco qualificati della Putilov, non considerando accolte le loro richieste, danno vita a una serie di scioperi e conflitti dentro e fuori la fabbrica. Tra minacce di scioperi generali della
categoria da parte del sindacato e di serrate da parte degli industriali interviene il Ministero del Lavoro con una proposta di compromesso che, il 7 agosto, porta alla firma del contratto tra sindacato e Unione degli industriali.
Un contratto che viene bocciato dalla maggioranza dei lavoratori che partecipano al referendum: 27 mila contro 23 mila. Nonostante la bocciatura, il contratto viene dichiarato in vigore facendo appello a non aggravare la situazione esplosiva nella città e a un centralismo democratico che deve salvaguardare l’unità del gruppo
dirigente sindacale. In settembre il Comitato centrale nazionale del sindacato dei metalmeccanici/metallurgici inoltra alle sedi locali un documento in cui si sollecitano gli operai ad acquisire una nuova «cultura del lavoro» strettamente
connessa alla trasformazione socialista della società, nella quale produttività, professionalità e competenze saranno le caratteristiche del nuovo «lavoratore socialista».

I partiti

In una recente pubblicazione, The dilemmas of Lenin, Tariq Ali sostiene che Lenin, nei momenti cruciali, non abbia esitato a buttare il partito nel caos. L’interpretazione di Tariq Ali risente di una qualche forzatura. Di certo in tre occasioni, tra il febbraio e l’ottobre, Lenin terremota il Partito bolscevico. In marzo con le Lettere da lontano, in aprile con le Tesi di Aprile e tra settembre e metà ottobre con una serie di scritti, appelli e iniziative. L’obiettivo è sempre lo stesso: se vuole giocare un ruolo politico, il Partito dev’essere in sintonia con le esperienze più avanzate del processo rivoluzionario. Se fa resistenza, mostra indifferenza e non coglie i tempi e i modi del processo di radicalizzazione in atto diventa uno strumento inservibile. I bolscevichi, in Russia, passano dai 6 mila aderenti nel novembre del 1916 ai 10 mila nel febbraio del 1917 ai circa 300 mila nell’ottobre. Una progressione talmente accentuata da renderla difficilmente governabile. E infatti il controllo politico del partito da parte del ristretto Comitato centrale è a dir poco debole. Non può certo fare leva sulla disciplina organizzativa e l’unità ideologica per non implodere in un’accelerazione della storia di quella portata. Pierre Broué, nella sua Storia del partito comunista dell’URSS, lo descrive come un partito che cambia velocemente fisionomia e sostiene che non si può dire con chiarezza se sia stato il partito a conquistare settori consistenti di una nuova classe operaia radicalizzata o se siano stati questi a impadronirsi del partito per farne la
propria organizzazione.
Nell’ottobre del 1917 il Partito bolscevico di Pietrogrado è un animale politico molto diverso rispetto al resto del paese e diverso anche rispetto a quello concepito da Lenin nel 1902. Ha 43 mila aderenti di cui il 30% sotto i 27 anni, il 60% sotto i 32 anni, solo il 18% con più di 37 anni e il 22% tra i 32 e 37 anni. La maggioranza degli aderenti è una forza lavoro giovane che si è politicizzata nei comitati di fabbrica, nei soviet distrettuali, meno nei sindacati, arrivata a Pietrogrado da pochi anni e che vede nel Partito bolscevico l’ambiente politico in cui si parla una lingua che meglio riesce a riformulare la sua condizione sociale ed esistenziale nei termini di
una lotta di classe per trasformare la società. Uno strumento essenziale per la rivoluzione a Pietrogrado ma difficilmente riproducibile, nel tempo e negli stessi termini, nel resto della Russia. Nei fatti, il Partito bolscevico di Pietrogrado oscilla tra essere un’organizzazione che traduce in termini politici l’intensificazione della lotta di classe e una coalizione politico-sociale piuttosto instabile, che si articola nei rapporti che costruisce con il soviet, i sindacati, i comitati di fabbrica ed è condizionata da questo contesto. Un esempio per molti versi sintomatico è riportato, non senza imbarazzo, da Trotsky – Presidente del Soviet di Pietrogrado che da settembre ha una maggioranza di bolscevichi ‒ nella Storia della rivoluzione russa: quando il 10 ottobre si riunisce il Comitato centrale bolscevico e decide per il 15 ottobre l’insurrezione a Pietrogrado. A tale scopo elegge una segreteria politica di 7 membri (Lenin, Trotsky, Stalin compresi) che deve gestire l’insurrezione. Quella segreteria, per usare le parole di Trotsky, non si è mai riunita e ben presto viene dimenticata. L’insurrezione avviene il 25 ottobre su decisione del Soviet e del suo Comando militare rivoluzionario e non del Comitato centrale bolscevico.
Il Partito bolscevico di Pietrogrado cambia più volte pelle nel giro di pochi mesi. È un partito che durante una crisi rivoluzionaria rivoluziona se stesso. La sua crescita e affermazione politica, che giunge a ottenere la maggioranza nel soviet, nei comitati di fabbrica e nei sindacati, si intreccia con la politicizzazione di una nuova classe operaia. In un processo convulso e spesso contraddittorio che non segue alcun modello astratto di funzionamento interno e di radicamento sociale. Anzi, la differenza specifica dei bolscevichi rispetto agli altri partiti consiste proprio nella capacità e nell’attitudine a far attraversare il partito dai conflitti della rivoluzione. Spesso è difficile individuare una separazione netta tra istanze e ambiti di decisione del partito e quelli dei soviet distrettuali di Pietrogrado, dei comitati di fabbrica e dei sindacati. Molti aderenti hanno una doppia, a volte tripla
militanza (partito, comitato di fabbrica, soviet distrettuale) a gerarchia variabile per condivisione, impegno e partecipazione. Se un grande afflusso di aderenti rigenera il Partito bolscevico, lo stesso fenomeno provoca al contrario la crisi e l’implosione dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari. Nell’autunno del 1917 i menscevichi contano circa 200 mila aderenti, di cui 40 mila in Georgia, e socialisti rivoluzionari sono il partito più grande con 700 mila aderenti. Entrambi, nei mesi della rivoluzione, hanno visto una crescita più o meno simile a quella dei bolscevichi, ma questa ha contribuito a determinarne la crisi e il collasso. Sicuramente hanno inciso le differenti prese di posizione nei confronti del governo provvisorio e la diversa concezione dei soviet rispetto ai bolscevichi, ma accanto a queste c’è il fatto che menscevichi e socialisti rivoluzionari pensano e soprattutto agiscono il partito come luogo di mediazione tra gli interessi di vari gruppi sociali. Non è tanto questione di dissensi rispetto a una linea politica da seguire, questo è l’aspetto superficiale; sono i conflitti sociali generati dalla rivoluzione che si cristallizzano al loro interno. I socialisti rivoluzionari rappresentano un caso paradigmatico. Tra gli aderenti ci sono operai, contadini, soldati (quasi la metà dei membri), ufficiali dell’esercito, piccola borghesia urbana, intellettuali, uomini di affari, commercianti e anche qualche imprenditore. Praticamente uno spaccato della società russa di allora che viene lacerato dalla rivoluzione e non invece un’organizzazione politica dinamica che attraversa la rivoluzione. Le scissioni e
l’implosione finale sono più delle conseguenze di questo tipo di natura del partito dei socialisti rivoluzionari.

Socializzare o statalizzare?

Il 26 ottobre, il giorno dopo l’insurrezione, i rappresentanti dei comitati di fabbrica di Pietrogrado e dei sindacati si incontrano con Lenin per discutere del decreto sul controllo operaio che dovrà essere varato dal nuovo governo eletto dal secondo Congresso di tutti i Soviet. Lenin viene incaricato di stenderne una bozza come base di discussione. La bozza di Lenin, breve e piuttosto vaga, non affronta le questioni emerse nei mesi precedenti nelle esperienze di controllo operaio. Non dice nulla sul rapporto che ci dovrebbe essere tra la singola fabbrica e un coordinamento della produzione a livello territoriale e nazionale. Non vengono individuate le istanze decisionali di un tale coordinamento e soprattutto non si accenna alla possibilità di un controllo operaio come passaggio verso l’autogestione della produzione e della distribuzione. Nel Progetto di regolamento del controllo operaio di Lenin si intravede quella contraddizione che sarà poi alla base dello scontro tra comitati di fabbrica e sindacati. Al punto 5 della bozza di Lenin si fa riferimento alle decisioni dei rappresentanti dei lavoratori che sono vincolanti per i proprietari delle aziende ma che possono essere revocate dai sindacati e da non specificati
congressi. Al punto 8 si individuano poi i soviet e le conferenze dei comitati di fabbrica come i luoghi deputati a fissare norme particolareggiate del controllo operaio. Risulta evidente che si assegna ai sindacati, che hanno il potere di revocare le decisioni dei rappresentanti dei lavoratori, un ruolo che non è soggetto a verifica da parte dei lavoratori. Il 14 novembre il governo approva il Decreto su controllo operaio, firmato da Lenin e Shliapnikov. Tutte le questioni non affrontate nella bozza di Lenin rimangono aperte. C’è invece la scelta di investire i sindacati di un ruolo determinate nel nuovo organismo che viene istituito e che rappresenta il punto più alto di un sistema gerarchico del controllo operaio che si vuole costruire.
Il Soviet nazionale del controllo operaio ha 17 rappresentanti dei sindacati e 5 dei comitati su 32 componenti. Il 15 e 16 novembre si svolge la quinta conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado e la discussione sul decreto sul controllo operaio occupa praticamente entrambe le giornate.
Sono presenti 167 delegati – 96 bolscevichi, 24 socialisti rivoluzionari, 13 anarchici, 7 menscevichi e 27 non affiliati ad alcun partito o che non lo dichiarano – e già nella relazione di apertura ci sono critiche esplicite al decreto che si concentrano sulle gerarchie previste nel controllo operaio e sulla mancanza di reali indicazioni delle sue forme e dei suoi contenuti. La Conferenza sceglie comunque di non contrapporsi al governo dei soviet e approva il decreto con un voto contrario e venti astensioni. Nella risoluzione finale, tuttavia, c’è la decisione di elaborare delle «istruzioni» per l’applicazione del decreto. Il testo, Il manuale pratico del controllo operaio dell’industria, viene reso pubblico il 7 dicembre. Il controllo operaio nell’industria è concepito come parte integrante del controllo su tutte le attività economiche. Deve essere inteso non nel senso di un semplice «potere ispettivo», ma come capacità di intervenire e orientare l’intero processo produttivo a tutti livelli, dal locale ai coordinamenti regionali e nazionali, e il ruolo dei sindacati è limitato alle sole richieste salariali. In sostanza il controllo operaio è visto come transizione verso la socializzazione di un altro modo di produzione che si fonda sull’autogestione collettiva delle fabbriche. Il Manuale pratico dei comitati di fabbrica contraddice in maniera palese i contenuti del decreto. Una settimana dopo la pubblicazione del Manuale, su «Izvestija» appaiono le Istruzioni generali sul controllo operaio per l’applicazione del decreto. Al Manuale dei comitati di fabbrica si contrappongono le Istruzioni del Soviet nazionale del controllo operaio, redatte prima che il Soviet stesso sia assorbito nel Consiglio supremo dell’economia nazionale di nomina governativa. Le commissioni di controllo operaio delle singole fabbriche sono subordinate al sindacato del settore industriale corrispondente e la gestione delle aziende rimane in mano ai datori di lavoro. Per tutto il mese di dicembre e le prime settimane del gennaio 1918 lo scontro tra comitati e sindacato mostra due concezioni radicalmente diverse del controllo operaio.
Come del resto c’è una differenza sul significato del termine nazionalizzazione, inteso dai comitati come socializzazione della produzione e dai sindacati come sinonimo di statalizzazione dell’intera economia. I comitati sviluppano una serie di azioni nelle fabbriche per concretizzare il loro Manuale, raccogliendo il consenso di una serie di strutture di base del sindacato e di alcuni soviet distrettuali. Da parte dei sindacati si fa pressante l’invocazione di un intervento statale per risolvere gerarchicamente il conflitto mediante il Consiglio supremo dell’economia nazionale. La situazione rimane in stallo per più di un mese e lo stesso Lenin ancora alla fine di dicembre, in Come organizzare l’emulazione?, pensa che non ci sia contraddizione tra un’accentuata centralizzazione statale e lo sviluppo della «libera iniziativa degli operai, di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati in generale nell’opera del lavoro creativo nel campo dell’organizzazione». La contraddizione però c’è e si manifesta in modo acuto. Tra dicembre e gennaio il Consiglio supremo dell’economia nazionale, che conta 45 rappresentanti sindacali su 80 componenti, nomina una serie di consigli regionali dell’economia nazionale dotati di consistenti poteri nel ridefinire l’organizzazione del lavoro e le gerarchie interne nelle fabbriche. E il primo Congresso dei sindacati di tutta la Russia (7-14 gennaio a Pietrogrado) approva una risoluzione – votata anche dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari ‒ che subordina i comitati di fabbrica ai sindacati perché non è più tollerabile che dei comitati abbiano «assunto dei compiti che vengono normalmente eseguiti dai sindacati». Di conseguenza, «i comitati devono diventare le sezioni locali dei sindacati del settore produttivo corrispondente». David Rjazanov, allora tra i massimi dirigenti dei sindacati, invita i comitati a «suicidarsi per essere integrati completamente nelle strutture sindacali».
Il secondo grosso tema al centro della discussione del Congresso riguarda il rapporto tra i sindacati e lo Stato. La risoluzione che viene approvata indica uno spostamento del centro di gravità dell’azione dei sindacati verso «l’assunzione del compito di organizzare la produzione, ripristinare le forze produttive del paese e una maggiore partecipazione negli organismi che regolano la produzione». Particolare enfasi viene data alla «centralizzazione di tutti i sindacati», che devono «diventare uno strumento dell’autorità statale e come tale si coordinano con gli altri strumenti dello Stato socialista per la realizzazione di nuovi principi nell’organizzazione della vita economica». La statalizzazione delle attività produttive, con i sindacati tra i principali agenti e sostenitori, è ormai avviata. I comitati di fabbrica non reggono l’urto dell’azione combinata di sindacati e Consiglio supremo dell’economia nazionale e le 27 fabbriche di Pietrogrado che ancora, in vario modo, sono gestite dai comitati, se non chiudono per la gravissima crisi che attraversano, sono normalizzate durante la primavera del 1918. Nell’aprile di questo stesso anno, in I compiti immediati del potere sovietico, Lenin
non fa altro che certificare la nuova situazione. La grande industria meccanica, che egli definisce fonte materiale, produttiva e fondamento del socialismo, esige «un’assoluta e rigorosissima unità di volontà, che diriga il lavoro comune di
centinaia, migliaia e decine di migliaia di uomini». È una condizione tecnica, economica e storica che può essere assicurata solo con la «sottomissione della volontà di migliaia di persone alla volontà di uno solo». In altri termini la gestione
delle fabbriche è affidata a un direttore d’azienda alle strette dipendenze dello Stato.

Un dibattito necessario mai avvenuto

Lo scontro tra comitati di fabbrica e sindacati sul controllo operaio a Pietrogrado può essere letto su due livelli, a volte distinti ma spesso profondamente intrecciati. Un primo livello riguarda il rapporto tra la rappresentanza e il potere degli operai nelle fabbriche e gli organi di gestione centralizzata dell’economia. Un secondo livello, più di prospettiva, ruota attorno alle forme e ai contenuti del controllo operaio per trasformare l’intera produzione sociale. Non è sempre agevole distinguere i due livelli o collocarli in una scansione temporale definita. I ritmi della lotta di classe subiscono brusche accelerazioni che obbligano tutti i soggetti in campo a repentine decisioni. Guardando alle prese di posizione di vari comitati, a partire da settembre, pare poco fondata la tesi che individua la natura dello scontro in una sottovalutazione o in una opposizione dei comitati alla necessità di una gestione coordinata e centrale dell’economia. Piuttosto, emerge una notevole preoccupazione che una gestione centralizzata completamente calata dall’alto pregiudichi il rapporto costruito con i lavoratori e tra i lavoratori, e che ciò riverberi anche a livello sociale e territoriale.
Le parziali verifiche che vengono fatte nella pratica portano spesso alla convinzione che un’applicazione «pedagogica» del controllo operaio ‒ una scissione tra controllo e gestione in cui la seconda era data solo dopo un percorso di «apprendimento» della classe operaia – finisca in un vicolo cieco. È quello che Raniero Panzieri, qualche decennio più tardi, chiamerà l’ingenuità illuminista di coloro che vogliono «addestrare il proletariato al potere prescindendo dalla concreta costruzione dei suoi istituti». I comitati non hanno una proposta alternativa, procedono a tentoni mettendo in campo alcune sperimentazioni che hanno esiti piuttosto limitati. D’altro canto, essi scontano un debole radicamento nel resto della Russia e il divario tra i percorsi di politicizzazione della classe operaia di Pietrogrado e quelli in altre zone del paese si fa sempre più evidente. I tempi spezzati delle rivoluzioni si possono condensare anche in antinomie della realtà che non si ricompongono facilmente. I sindacati hanno una maggiore e crescente diffusione nel paese che tuttavia è contraddistinta da un rapporto diverso con i lavoratori. Non sono luoghi e strumenti di soggettivazione operaia, ma strutture che funzionano secondo una scala gerarchica precisa e, al di là dei proclami propagandistici, il fondamento che legittima la loro azione non si discosta da una generica difesa dei diritti dei lavoratori e dei loro redditi.
Qui si colloca il punto di contatto tra le organizzazioni sindacali e gli organi statali di gestione dell’intera economia. Una volta presa la decisione, da parte del Consiglio supremo dell’economia nazionale alle dipendenze del governo, di evitare la catastrofe dell’intero sistema produttivo facendo affidamento sull’organizzazione capitalistica della produzione e del lavoro, inevitabilmente solo i sindacati possono essere al tempo stesso uno degli artefici e l’interlocutore privilegiato di quella politica. Alla base c’è una concezione dell’organizzazione capitalistica della produzione, e dei rapporti che si instaurano, come di un’infrastruttura ‒ dotata di una certa neutralità ‒ che può essere piegata nella direzione voluta dal potere politico centrale. Negli scritti di questo periodo Lenin sottolinea in varie occasioni che si tratta di scelte temporanee dettate da una situazione difficilissima e dalla «tormentosa lentezza» delle rivoluzioni in Occidente. Tuttavia, dopo la metà di gennaio del 1918, anche i ragionamenti di Lenin hanno come presupposto una quasi naturale «neutralità» dei modi e dei metodi dell’organizzazione del lavoro e la sua disciplina. Una questione che viene sollevata, in termini opposti, anche da Nikolai Osinski (Valerian Obolenski) con un
paio di articoli sulla rivista «Kommunist» nell’aprile 1918.
Osinski era stato il primo presidente del Consiglio supremo dell’economia nazionale, l’organo statale che più si era opposto ai comitati di fabbrica, e si era poi dimesso nel marzo 1918. Nei suoi articoli riassume con lucidità le preoccupazioni un po’ confuse dei comitati, senza tuttavia avanzare delle proposte. Le nazionalizzazioni, dice Osinski, non sono il socialismo. Il passaggio della proprietà allo Stato, per avere un significato reale, deve porre le basi affinché sia impedito il funzionamento del capitalismo intaccando i rapporti di produzione e il potere di comando del capitale. Secondo Osinski, quello che sta avvenendo con la reintroduzione del lavoro a cottimo e l’accettazione di un’organizzazione del lavoro tayloristica è che il proletariato come classe diventa un elemento passivo: l’oggetto e non il soggetto dell’organizzazione del lavoro e della produzione.
I motivi per aprire una discussione, come si vede, ci sono tutti. Nei mesi immediatamente successivi all’ottobre questa discussione non avviene. Ci sono polemiche, contrasti e scontri che attraversano innanzitutto i bolscevichi, senza mai arrivare a un confronto sulle reali opzioni in campo. Probabilmente è il periodo in cui molti bolscevichi di Pietrogrado si riconoscono maggiormente, in base alla loro collocazione, nelle istanze dei sindacati, dei comitati di base e nelle nascenti istituzioni statali che non in un Partito che inizia a essere sempre più in affanno.

Classe e partito nei vortici delle loro crisi

Nei primi mesi del 1918 si assiste a un vero e proprio esodo dei lavoratori da Pietrogrado. La forza lavoro industriale passa dai 340 mila addetti del gennaio ai 143 mila degli inizi di maggio. I metalmeccanici/metallurgici vanno da 197 mila a 58 mila, i lavoratori della gomma da 15 mila a 750 e sono registrati 60 mila disoccupati. Il distretto «rosso» di Vyborg, bastione bolscevico e punto di riferimento dell’intera classe operaia russa nel 1917, praticamente cessa di esistere. Nel marzo 1918 un’unica grande fabbrica, la costruzione di macchine Nobel, è ancora in funzione. Quello che era stato, nel gennaio 1917, il più grande distretto industriale di Pietrogrado e della Russia, con 69 mila lavoratori, ora ne impiega solo 5 mila, inclusi quelli delle piccole officine. Nei primi sei mesi del 1918 oltre un milione di persone se ne va da Pietrogrado. Si interrompe quel circolo virtuoso tra composizione sociale, radicalità dei comportamenti e protagonismo politico della classe operaia. Viene meno quella solidarietà di classe dentro e fuori la fabbrica. Entrano in crisi quelle forme di condivisione di una condizione sociale e di classe che hanno attraversato sia il luogo di lavoro sia lo spazio urbano, cioè una delle caratteristiche specifiche degli operai e delle operaie di Pietrogrado.
I motivi sono molti e non possono essere ricondotti a una sola ragione. C’è il timore che l’esercito tedesco occupi la città, il razionamento dei generi alimentari viene visto come il preludio dell’avvicinarsi dello spettro della fame, circa 6 mila operai si arruolano nell’Armata Rossa, inizia lo smantellamento dell’industria militare con lo spostamento dei macchinari in altre zone della Russia e di conseguenza ci sono licenziamenti di massa. I più colpiti dai licenziamenti, i cui termini sono proposti ‒ e nei fatti decisi ‒ dai sindacati, sono i lavoratori e le lavoratrici non qualificati. Coloro che avevano sviluppato una maggiore radicalità e partecipazione durante i mesi del processo rivoluzionario. Non sono rari i casi di contrapposizione, che a volte arriva allo scontro aperto, tra i licenziati e gli operai specializzati che hanno mantenuto il posto di lavoro. Nasce anche un comitato dei licenziati che si rende protagonista di alcune azioni dimostrative davanti alle fabbriche. Sembra che a Pietrogrado non esista alcuna istituzione del nuovo Stato che realmente si faccia carico del problema. Il partito bolscevico convoca, il 2 aprile, una conferenza dei disoccupati più per il timore che nelle proteste possano inserirsi gli anarchici e i menscevichi, che non per avanzare delle proposte concrete. Solo i comitati di fabbrica ancora attivi intervengono, per limitare il più possibile i danni, stilando e gestendo delle liste dei licenziamenti e cercando di salvaguardare quei lavoratori con i redditi più bassi e maggiori carichi familiari, senza privilegiare qualifiche e mansioni. Nelle fabbriche, che rimangono in funzione, appaiono grossi cartelli che inneggiano contemporaneamente alla disciplina del lavoro e alla rivoluzione mondiale come se l’una fosse il presupposto dell’altra.
In questo clima a Kolpino, un sobborgo di Pietrogrado, accadono due fatti gravissimi che scatenano molte proteste. Il mattino del 9 maggio un corteo, composto soprattutto di casalinghe, si dirige alla sede del soviet locale per protestare per la mancanza di cibo nei negozi. La sede del soviet è presidiata da un gruppo di Guardie Rosse e da alcuni soldati dell’Armata Rossa, che sparano ferendo delle donne. Nel pomeriggio alla Izhorskii, la principale fabbrica di Kolpino, si tiene un’assemblea per decidere le iniziative da prendere. C’è anche un confronto con i soldati dell’Armata Rossa che fanno ricadere la responsabilità sulle donne. Alla fine viene approvata una mozione che decide di andare in corteo davanti alla sede del soviet chiedendone le dimissioni in blocco e nuove elezioni. All’uscita degli operai dal perimetro della fabbrica i militari sparano di nuovo facendo un morto e diversi feriti. Oltre all’estrema gravità dei fatti c’è anche un forte valore simbolico che provoca sconcerto: i soldati agli ordini delle «istituzioni del proletariato» sparano sugli operai e le casalinghe che protestano. Accanto alla paura, all’estrema precarietà della propria condizione, ai licenziamenti si fa strada anche la disillusione. Il contraccolpo che subisce il Partito bolscevico di Pietrogrado nei primi mesi del 1918 è molto duro, tanto da renderlo incapace di affrontare la situazione. All’esodo dalla città si aggiunge l’esodo dal Partito. Allo stesso modo in cui era stata rapida la sua crescita fino all’ottobre/novembre 1917, altrettanto rapida è la diminuzione degli aderenti. Dai 43 mila dell’ottobre ai 14 mila della Conferenza dei bolscevichi di Pietrogrado del giugno dell’anno dopo, per precipitare ai 7 mila dell’agosto.
Un’inchiesta, interna al Partito, fatta in quel mese rileva che solo il 40% ha aderito prima dell’insurrezione dell’ottobre e un numero abbastanza contenuto di bolscevichi di Pietrogrado ha assunto incarichi politici, istituzionali, militari a livello nazionale.
Il Partito cambia di nuovo pelle e non sembra più essere quel luogo e quello strumento capace di sviluppare e sostenere una politicizzazione di massa orientata al cambiamento radicale del modo di produzione capitalistico. Ancor prima che scoppi in tutte le sue forme la guerra civile, nell’intera vicenda politica e sociale di Pietrogrado c’è una soluzione di continuità rispetto ai mesi della rivoluzione. Nell’approssimarsi ‒ e nel corso ‒ della guerra civile con la classe motore della rivoluzione politicamente in declino, si accorciano drammaticamente i tempi e si inaspriscono i modi della costituzione e del funzionamento delle nuove istituzioni locali e statali che devono sostituire sia lo zarismo sia la breve stagione del governo provvisorio. La sfida riguarda la capacità e la possibilità di tradurre un movimento di classe, che ha attraversato in maniera radicale i luoghi della produzione e della riproduzione sociale, in «istituzioni» dotate di una certa stabilità sociale e legittimazione politica. Ciò avviene in un groviglio di scelte e necessità, a volte difficilmente distinguibili, pensate spesso come contingenti e reversibili che, però, una volta adottate e accettate agiscono e producono effetti duraturi nei rapporti politici e sociali. Ancor prima della tragedia di Kronstadt ci sono, nel 1920, gli scioperi a Mosca e nel vicino distretto tessile di Ivanovo, che vengono affrontati destituendo di ogni legittimità i lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici in lotta. Coloro che scioperano vengono considerati estranei alla propria classe di appartenenza perché esterni alla sua rappresentazione, ormai sussunta dal Partito. Tuttavia l’azione repressiva degli apparati dello Stato si combina con l’apertura di uno spazio di mediazione. Un «contratto sociale» che prevede aumenti salariali e un’organizzazione del lavoro meno dispotica in cambio del consenso alla gerarchia di comando interna alle fabbriche e nella società. È probabilmente l’ultimo episodio in cui si può leggere ancora un qualche portato del processo rivoluzionario del 1917. Quello che avviene dopo è a tutti gli effetti una storia diversa.

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