di Cristiano Dan

Le elezioni legislative in Norvegia dell’11 settembre non hanno riscosso molta attenzione nella stampa italiana. E in parte ciò si capisce. Ben altri sono i temi “caldi” di cui occuparsi, senza contare il fatto che la Norvegia è in fin dei conti un Paese piuttosto piccolo e, per giunta, non fa parte del variegato e malandato club dell’Unione europea.

Ciononostante, un poco d’attenzione in più era il caso di prestargliela. Perché se è vero che la destra rimane al potere (ma perdendo voti e seggi) e che il principale sconfitto è il partito socialdemocratico, non si riesce a capire, dai magri resoconti giornalistici, dove siano andati a parare i voti e i seggi persi sia dalla destra sia dai socialdemocratici. E il fatto importante è proprio questo: che si è registrato un generale slittamento a sinistra. L’elettorato socialdemocratico, infatti, si sposta in parte sul Partito socialista di sinistra e sul partito anticapitalista Rødt (“Rosso”), mentre quello di destra si sposta in parte sul Partito di centro, una formazione attualmente all’opposizione, alleata del Partito socialdemocratico.

La parola alle cifre

Il governo uscente è formato dal partito conservatore Høyre (“Destra”, in norvegese) e dal Partito del progresso (FrP, Fremskrittspartiet) – che nonostante la denominazione è in realtà un partito d’estrema destra xenofoba- , e governa con l’appoggio esterno del partito liberale e del partito democristiano, rispettivamente Venstre (“Sinistra”, in norvegese: ironica eredità di quando, nell’Ottocento, i liberali rappresentavano l’ala sinistra dello schieramento borghese) e Partito cristiano popolare (KrF, Kristelig Folkeparti). Bene, questa coalizione di governo perde complessivamente il 5,3 %, equivalente a poco più di 100.000 voti, rispetto alle precedenti elezioni del 2013, ma che salgono a circa 150.000 se si tiene conto dell’aumento dei votanti. Particolare importante: tutti i partiti della coalizione perdono, ma in proporzione al loro elettorato i più tartassati sono Venstre e democristiani, che si attestano poco al di sopra del 4 %, la soglia di sbarramento al di sotto della quale si è esclusi dalla ripartizione dei seggi della circoscrizione nazionale [1].

La coalizione concorrente, di centrosinistra, fa perno sul socialdemocratico Partito dei lavoratori (Arbeiderpartiet), con un alleato alla sua destra e uno alla sua sinistra, rispettivamente il Partito di centro (SP, Senterpartiet) e il Partito della sinistra socialista (SV, Sosialistisk Venstreparti). Qui il crollo del partito socialdemocratico (27,4 %, meno 3,5 %) è compensato dai guadagni dei centristi (10,3 %, più 4,8 %) e dei socialisti di sinistra (6 %, più 1,9 %). Ma, nonostante quello che potrebbe sembrare a prima vista, la socialdemocrazia non perde affatto verso il centro, bensì quasi esclusivamente a sinistra. Sommando i guadagni del Partito della sinistra socialista (1,9 %) a quelli di Rødt (più 1,3 %), la piccola formazione anticapitalista che entra per la prima volta in parlamento e che rappresenta la vera novità di queste elezioni, si ottiene il 3,2 %, quasi equivalente alla perdita dei socialdemocratici. Se poi si calcola il modesto guadagno dei verdi (più 0,4 %), il conto torna alla perfezione, e risulta evidente allora come i centristi strappino voti essenzialmente ai partiti di destra.

Tradotti i voti in seggi, la coalizione di governo ne ottiene 88 (8 in meno), mentre il partito socialdemocratico, con 49 seggi, ne perde 6, che vengono compensati quasi tutti da quelli ottenuti dai socialisti di sinistra (4 in più: passano da 7 a 11) e da Rødt (1; prima non era rappresentato). I centristi, dal canto loro, guadagnano 9 seggi (ne avevano 10), 8 dei quali presi alla destra e uno ai socialdemocratici. L’ultimo seggio spetta al Partito dell’ambiente-I verdi (MDG, Miljøpartiet De Grønne), che confermano così quello che già detenevano. [2]

Quali prospettive?

Ovviamente, si riformerà una coalizione di destra, ma avrà il fiato corto. Infatti, già i democristiani hanno annunciato che non sono in grado di garantire il loro sostegno per i prossimi cinque anni. E si capisce il perché. Hanno constatato che l’appoggio a un governo troppo di destra fa fuggire una parte del loro elettorato verso il Partito di centro. E lo stesso discorso vale probabilmente anche per i liberali.

A sinistra le cose sono più complicate. I socialdemocratici si trovano infatti in un bel dilemma. Escono sconfitti, ma all’interno di una coalizione che si è rafforzata sia sul suo lato destro, che su quello sinistro. Le loro perdite, però, e lo abbiamo visto, avvengono sostanzialmente solo sul lato sinistro: e si tratta di oltre 100.000 elettori, se si tiene conto dell’aumento del corpo elettorale. Un bel campanello d’allarme per un partito che sembra aver smarrito ogni orientamento e al cui comando, forse non del tutto casualmente, siede un multimilionario…

Quanto al Partito socialista di sinistra, se ha ora beneficiato in parte della débacle socialdemocratica, dovrebbe riflettere: il suo 6 % lo riporta più o meno ai livelli del 2009, ma resta ancora ben lontano dal 12,5 % raggiunto nel 2001, quando fu in grado di sottrarre ai socialdemocratici un bottino ben più consistente. Forse sarebbe il caso di riflettere sull’opportunità di una coalizione di centrosinistra formata in funzione solamente difensiva rispetto alla destra e incapace di proporre coerenti programmi di trasformazione del Paese.

Note

I1] La Norvegia è divisa in 19 circoscrizioni corrispondenti alla divisione amministrativa e in una circoscrizione nazionale. Per ottenere un seggio in una qualsiasi circoscrizione occorre superare la soglia del 4%.

[2] Non è superfluo far notare che, in assenza dello sbarramento del 4 %, i seggi di Rødt sarebbero 4 e quelli dei verdi 6, mentre tutti gli altri partiti ne perderebbero uno o più.

Appendice. Cosa è Rødt

Rødt è un piccolo partito anticapitalista che sino a ora non ha goduto di grande notorietà, quanto meno in Italia. Vale dunque la pena tentarne a grandi tratti un ritratto.

La sua fondazione risale al 2007. Ne sono all’origine due componenti principali, il Partito comunista dei lavoratori (AKP), di matrice maoista, e l’Alleanza elettorale rossa (RV), nata nel 1973 come fronte elettorale dell’AKP ma poi resasi autonoma e trasformatasi in partito (1991). Vi furono in seguito altre adesioni, in particolare quella di gruppi trotskisti. Oggi Rødt si definisce un partito anticapitalista marxista, femminista, ecosocialista, e le sue lontane origini mao-staliniste non hanno lasciato tracce visibili.

Forte di alcune migliaia di aderenti, ha dovuto affrontare una lunga “traversata del deserto” prima di mettere salde radici nel sistema politico norvegese. Il suo predecessore, l’Alleanza elettorale rossa, aveva esordito nel 1973 con un magro 0,4 %, salito poi faticosamente negli anni sino a un 1,7 % nel 1997. La trasformazione in Rødt, seguita da polemiche e qualche piccola scissione, riporta il seguito elettorale all’1,1-1,3 % nel periodo 2001- 2013, senza più riconfermare l’unico deputato che era stato conquistato nel 1993. Le amministrative del 2015 rappresentano invece una svolta, consentendo l’elezione di diverse decine di rappresentanti e facendo toccare il 2 %. Per le ultime legislative c’era però l’incognita del “voto utile”, dato lo sbarramento del 4 %, che sembrava suggerire a molti elettori che l’opzione del Partito socialista di sinistra fosse preferibile. Non è andata così, e il partito, con oltre 70.000 voti, ha più che raddoppiato i circa 30.000 del 2013. Se la media nazionale è del 2,4 % (rispetto al precedente 1,1), il risultato nella circoscrizione della capitale, Oslo, è molto buono: 6,3 %. In due altre circoscrizioni si sfiora il 3 %, mentre in tutte le altre si oscilla fra un minimo di 1,1 e un massimo di 2,3.

 

 

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