“Quando ho pensato al titolo dato a questa serata di dialoghi a sinistra, “EPPUR SI MUOVE …” (riflessioni per un’alternativa di sinistra), mi è giunto dalla memoria profonda un lampo di chiarezza.
Cosa sempre più rara, considerata l’età e lo stato complessivo delle cose. E, pertanto, preziosa.

Nel suo libro di ricordi e di riflessioni, “PENTIMENTO-IL TEMPO DEI FURFANTI”, la marxista (nonché scrittrice, commediografa e sceneggiatrice cinematografica) LILIAN HELLMAN, racconta un episodio della sua vita col suo compagno DASHIELL HAMMETT, lui pure, scrittore e marxista.
La coppia di intellettuali comunisti se ne stava sulla costa orientale degli Stati Uniti, per un periodo di riposo. Lontani da Hollywood e dai controlli spietati dell’FBI.
Avevano trovato una casa proprio davanti al mare; con una spiaggia di sabbia e le dune appena dietro. Poca gente intorno; alcuni pescatori con i quali avevano fatto amicizia.
La fauna era, al contrario, ricca di svariate specie. Tante tartarughe marine. E un pescatore aveva raccontato a Dash com’era dolce la loro carne e saporito il brodo che se ne ricavava.
Dash ne aveva catturata una e l’aveva uccisa tagliandole di netto la testa. L’aveva, quindi, lasciata sulla sabbia, fuori dalla porta di casa; perché il sangue uscisse e si spurgasse.
La mattina seguente, di buon’ ora, si era alzato per mettersi all’opera nella complessa preparazione della tartaruga.
Non la trovò dove l’aveva lasciata. Pensò a un furto, ma subito vide delle tracce che andavano verso il mare. Non erano di piedi umani, ma proprio quelle tipiche, ormai da lui riconosciute, di una tartaruga che strisciava.
Le seguì per qualche decina di metri, forse una cinquantina. Quando, a pochi metri dal mare, trovò la tartaruga decollata e immobile.
Pur senza testa, aveva strisciato, con una volontà inverosimile, verso il suo punto d’arrivo: il mare.
Spinta solo dall’istinto, dal sentimento diffuso nel corpo senza più la testa. Senza più la “ragione” o quello che hanno le tartarughe marine nel loro cervello.

Negli stessi giorni, fra il giugno e il settembre 1940, Walter Benjamin si metteva in moto per fuggire in Spagna e, da lì, imbarcarsi per l’America.
Doveva lasciare Parigi e alcuni dei suoi preziosi scritti affidati a degli amici sicuri.
Doveva farlo perché era sulla lista nera dei nazisti che stavano arrivando a prenderlo.
Aveva già visto in Germania, la fine riservata ai suoi compagni catturati e finiti nei lager predisposti per ogni oppositore politico e sociale.
Il 26 settembre, arrivò, finalmente, a Portbou. Qui, però, gli fu sequestrato il passaporto e il suo viaggio si fermò.
La notte fu drammatica. Ripensò ai suoi amori, alla sua vita, al suo lavoro.
In particolare, a un breve scritto non ancora pubblicato e inserito nelle “Tesi di filosofia della storia” redatte come introduzione ai “Passages”. Tutto materiale lasciato a Parigi.
Aveva intitolato la breve analisi: “ANGELUS NOVUS”.
Era l’interpretazione di un disegno di Paul Klee proprio così intitolato.
Benjamin lo ripensava ora con ancora più intensità. Vedeva nel viso frustrato, stupefatto, doloroso dell’angelo della storia, quello del rivoluzionario che, all’epoca, non riusciva a contenere l’ondata totalitaria, a resistere e cambiare il corso delle cose. Sentiva che il vento soffiato perennemente nelle sue ali era quello del capitale; teso nella sua furibonda azione di accumulazione distruttiva.
Capì in quella notte, poco prima dell’alba, che il mantenere fermo lo sguardo sulle macerie, sulle distruzioni, sui morti e i vilipesi prodotti dalla tempesta del progresso capitalista, era, anch’esso, una forma di estrema resistenza.
Una possibilità di redenzione legata alla nostra memoria diffusa, riguardante le vittime, le miserie, le sconfitte, le sofferenze, le tragedie, gli errori.
La nostra memoria che incrina e rompe il “Tempo Mitico” del Capitale vincente. Il suo dato di fatto, la sua affermazione del “così è se vi pare!”. Il suo trionfante realismo che, in ragione, non è possibile contrastare; perché è la realtà della storia che si afferma e si autoalimenta.
Walter, ora, a pochi minuti dall’alba non ha più tempo di riflettere. Deve fermare il suo di tempo, prima che le porte dell’inferno lo inghiottano.

Ci lascia da districare questo dilemma.
Come può la sola memoria, da pura testimonianza, sconfiggere il Tempo del Capitale e farsi Tempo Presente della Rivoluzione.
Solo, ci dicono là dove il pensiero liberato e furibondo incendia le praterie, se la memoria si fa pratica. Solo se l’angelo della rivoluzione, con la memoria ben piantata nel passato, sa girarsi e guardare il futuro. Con la sua immaginazione, col suo sogno liberati.
Così già avviene negli angoli imperfetti della Terra, dove si sperimentano le cose quotidiane di un’altra vita possibile e indispensabile. Là nel Chiapas e nel Rojava!

La Pratica che non appartiene né alle cose del cielo né a quelle delle istituzioni; ma alla vita delle donne e degli uomini del Basso Mondo. Alieni dal potere e dalle egemonie.
In un agire costante dentro due presupposti paradigmatici che ne segnano la natura concreta.
Da un lato, “I DIRITTI NON SI CONCEDONO, SI PRENDONO” (Kropotkin).
Dall’altro. In una lettera che scrive all’amico fraterno Friedriech, Marx, quasi esasperato dalle continue lamentele che gli riportano i compagni, i militanti colpiti dalla repressione feroce e infame, dice (più o meno): i proletari, la classe operaia deve imparare che la conquista dei diritti comporta il duro prezzo della repressione che colpirà senza tregua. Ma questa è l’unica strada aperta verso la rivoluzione.

Qui e là dell’Atlantico, con la memoria strutturata in pratica, sostenuta dalla immaginazione liberata dai dogmi, la Tartaruga della Rivoluzione si muove con sentimento (istinto di classe) e ragione (l’utopia al servizio dell’agire quotidiano).
Stimolata dal pensiero libertario di Murray Bookchin e, ultimamente, di Abdullah Ocalan (e qualcun altro!).”

(il mio secondo intervento)
(più o meno)

“ Nel 1962, uscì il film “The loneliness of the long distance runner”. Il regista era Tony Richhardson, uno degli esponenti di punta del Free Cinema inglese. Era tratto da un racconto di Alan Sillitoe che ne aveva curato, anche, la sceneggiatura. In Italia, uscì col titolo deformato e riduttivo di “Gioventù, amore e rabbia”.
Il film raccontava la storia di un ragazzo delle classi subalterne inglesi che finisce in riformatorio per “troppa rabbia”.
Dentro vigono ordine e disciplina e il sano lavoro rieducativo.
Il direttore è un funzionario statale che, pur non essendo un Beccaria, crede nel recupero e nel reinserimento dei giovani traviati. Dentro il perfetto sistema economico-sociale del capitalismo britannico, alleviato e sostenuto dal welfare.
Lo sport è uno dei mezzi utilizzati per recuperare e diluire le tensioni.
Il ragazzo corre. Lo fa talmente bene che nelle corse di lunga durata è, quasi, un fenomeno. Una straordinaria scoperta per il direttore che lo lascia libero di uscire dalla segregazione per correre nella campagna.
Sono ore e ore fra le brume e le piante e il verde e l’aria pulita della libertà.

Il ragazzo corre e basta; per lui non c’è la fatica del lavoro rieducativo e gli ordini perentori dei guardiani.
Alla gara annuale di corsa lunga (la “campestre”) fra i diversi riformatori del Regno, parteciperà come rappresentante del suo. Sotto gli occhi benevoli del direttore, certo della vittoria. Con la decisione di portarlo, poi, come esempio nazionale del suo lavoro rieducativo.

Il ragazzo corre bene e leggero e veloce e resistente più di ogni altro. Mentre lo fa, vede i volti dei suoi compagni tenuti dentro alla catena lavorativa. Vede i volti tronfi e soddisfatti dei dirigenti dei riformatori.
Arriva da solo a pochi metri dal traguardo. Dietro il vuoto per distacco conclamato. Il direttore sorride e pensa già ai discorsi che andrà a fare in giro per il Regno. Testimonianza positiva della giustezza del sistema e delle sue regole e delle sue punizioni.
Il ragazzo, allora, si ferma prima di tagliare la linea del traguardo. Aspetta che arrivino gli altri e lo superino.
Lo vediamo, alla fine, nel triste luogo di lavoro rieducativo insieme a tutti gli altri. Ma non dimentichiamo il volto deluso e sconfitto del direttore.
Del sistema!

Nella parte della Terra dove sono in corso le pratiche di liberazione, di alterità al potere capitalista, le donne e gli uomini del Basso, pensano e parlano e praticano.
Nei loro pensieri tradotti dalle parole è chiara la visione di ciò che è.
Di questo sistema fondato sulla produzione illimitata, per un consumo illimitato e per una distruzione illimitata della natura.
C’è in loro la coscienza netta che non potranno affrontarlo con le stesse armi del potere. Quelle delle logiche di potenza, di conquista, di egemonia, di dittatura sociale e economica; perché creano le premesse di ulteriori, rinnovate tragedie e infamie.
Trasferiscono, quindi, nelle pratiche di vita quotidiana un altro modo di stare insieme.
Modalità che dissolvono le regole decisive delle relazioni socio-economico-istituzionali, sintetizzate nel concetto di Capitale.
Cercano, altrimenti, una convivenza determinata dalla democrazia diretta e diffusa e messa davvero “giù in basso”.
Fondata sulle relazioni dialettiche “faccia a faccia”; dove le parole e le obiezioni e le domande e le risposte si inseguono e si alimentano fino alla scelta giusta per ciascuno.
Nei luoghi determinati allo scopo che sono le “assemblee di vicinato”; sociali, economiche, residenziali, di genere e di lavoro.
Il tutto teso all’uguaglianza illimitata e ripetuta e comprovata fino al disfacimento concreto e sentimentale del potere e delle sue rappresentanze. Delle gerarchie e dei patriarchi!

Non è, pertanto, il calendario del potere capitalista che deve stabilire le loro scadenze.
Sono le urgenze e le cose della democrazia diretta che lo fanno. Nel concreto delle pratiche di vita.

Non sono, quindi, le scadenze delle nostre istituzioni borghesi che ci determinano. Secondo i loro parametri di successo o di annichilimento. Quasi a garantire la loro perfezione ultimativa, anche, con la nostra partecipazione; pur essendo i paria della politica.
Tentiamo e tenteremo di essere presenti nelle cose di tutti i giorni con le nostre pratiche anticapitaliste.
Con questa domanda che vi offriamo: “perché qualcuno dovrebbe votarci, visto quello che succede e facciamo, in realtà?”.

Siamo sempre più convinti che ciò che siamo (che vorremmo essere) è determinato dal nostro agire, dalla pratica delle idee.
Non da quello che pensiamo che diciamo. Da questo o quel manifesto elettorale che attacchiniamo (… o volantino che diffondiamo!).
Mai più vogliamo essere riconosciuti dalle parole.

Solo con le pratiche che si autoalimentano dentro le cose di tutti i giorni, possiamo e vogliamo ottenere consensi. Non tanto nelle scadenze elettorali da showdown; ripetutamente, ultimo e finale.

I nostri riferimenti sono dentro le azioni concrete di resistenza, di lotta e di vita altra; condotte con determinazione da compagne e compagni che non aspettano le scadenze istituzionali per agire. E non pensano che sia la delega e la quantità di delegati ottenuti a determinare la giustezza o meno del loro agire.

Chiamateci utopisti, se ciò vi aggrada.
Il nostro sogno non è mettere in Consiglio Comunale uno o due o più delegati, così come fatto “virtuosamente” per la Provincia.
Noi sogniamo altro. Riteniamo non solo giusto, ma possibile abbattere questo sistema di vita. Mandare al diavolo ogni potere e ogni logica di egemonia e di dittatura.
Siamo rivoluzionari!
E sappiamo che se si ritiene non ci siano possibilità e speranze per l’agire collettivo, si troveranno ragioni diffuse, molteplici, a iosa che lo confermeranno.
Al contrario, se ci daremo, anche, una sola, infima, speranza di riuscire; troveremo i mezzi, le risorse, le volontà umane per provarci fino in fondo. E per farcela!

Siamo sempre stati in movimento, come un corridore delle lunghe distanze: a volte da soli, tante in compagnia. Verso il traguardo illimitato della vita liberata dal Capitale e dallo Stato ( e dalle Chiese)! … “
(Claudio Taccioli)

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