di Franco Turigliatto

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a una serie di assemblee e di dibattiti pubblici la cui posta in gioco è la cosiddetta unità della sinistra e la costruzione di una o più liste a sinistra del PD per le prossime elezioni politiche.

C’è molto di ripetitivo in questo dibattito, del “deja vu” delle scadenze elettorali quando si produce una improvvisa attivazione politica non riscontrabile invece in altri momenti di scontro sociale di grande importanza per le sorti della classe lavoratrice, per esempio nelle vicende contrattuali che pure da decenni segnano le ascese e le ricadute del movimento dei lavoratori e quindi anche la capacità del movimento operaio di essere protagonista diretto nella vita e nello scontro politico del paese.

Proviamo ad esporre nel modo più chiaro possibile e per punti qual è il nostro punto di vista sulla questione.

1. Non è difficile essere “a sinistra” di Renzi

Il PD di Renzi conduce politiche così palesemente di destra e liberiste in funzione degli interessi del grande capitale e delle banche che è facile per molti considerarsi alla sua sinistra; solo che questo posizionamento è solo “geografico”, non sempre corrisponde a contenuti, programmi e scelte politiche che sostanzino l’essere forza vera ed alternativa di sinistra. E’ questo il caso evidentemente dei soggetti emarginati da Renzi che se ne sono andati dal PD costituendo l’Mdp. Che Bersani e D’Alema, responsabili diretti delle politiche di austerità, delle privatizzazioni, delle “lenzuolate” di liberalizzazioni, degli interventi militari in giro per il mondo dell’imperialismo italiano, delle finanziarie lacrime e sangue, della distruzione con la Fornero del sistema previdenziale pubblico ed infine dell’attuale sostegno al governo Gentiloni che riesce a fare anche peggio di Renzi, si presentino come i paladini del rinnovamento e del rilancio della sinistra, è quasi surreale. Non meno surreale è che un soggetto come Pisapia, l’ex sindaco di Milano e gestore dell’Expo, sostenitore del referendum istituzionale di Renzi, si presenti come il salvatore e federatore della “sinistra”. Ma ancor più surreale è che settori politici sperimentati alla loro sinistra li prendano sul serio, si rendano disponibili a discuterci seriamente per costituire con loro non solo una lista elettorale, ma anche una vera formazione politica, niente di meno che il rilancio di un’organizzazione socialdemocratica e antiliberista. Per altro l’asse politico di queste formazioni, per nulla nascosto, ma apertamente difeso, non a caso, data la loro natura, è la conquista di un rapporto di forza che permetta un condizionamento del PD di Renzi ed un “rilancio” di quel centro sinistra le cui politiche, congiunte all’offensiva capitalistica, stanno alla base della profonda sconfitta subita dalle classi popolari nel nostro paese.

2. Il tiro alla fune verso destra

Assistiamo così a una specie di gioco del domino in cui la forza più moderata condiziona e tira a destra, quella che lo è un po’ meno, che a sua volta esercita una pressione/attrazione su quella un po’ più a sinistra, che a sua volta accetta e subisce passivamente un quadro di dibattito del tutto perdente, favorendo il disorientamento di altri settori sociali che vorrebbero costruire un’alternativa politica. Chi sta dettando i tempi e dando le carte del cosiddetto “processo dell’unità della sinistra” sono proprio le forze più moderate, responsabili quando erano al governo della catastrofe sociale accaduta al paese. Per essere più chiari: Mdp e Pisapia condizionano SI, che a sua volta condiziona il PRC; ad essi si aggiunge Possibile. Tutti insieme condizionano aree civiche di movimenti democratici e sociali; tra i diversi soggetti è in corso un duro scontro per assumere la direzione e il controllo del listone elettorale da costruire. (1)

Questa dinamica è favorita o permessa dal fatto che significativi settori democratici e popolari, in una situazione di grande difficoltà, ricercano uno strumento politico ed elettorale alternativo; si spera e ci si rivolge a chiunque possa sembrare artefice di un cambiamento rapido di governo. Per la grande maggioranza degli elettori questa ricerca significa ancora il voto per M5S, ma per altri c’è ora anche la generica attesa di “una sinistra unita”.

Intervengono in questo gioco truccato, se pure per fini diversi e con strumentazioni materiali non comparabili, due giornali: da una parte La Repubblica che vuole salvaguardare l’azione della borghesia e quindi garantire il PD di Renzi nello stesso tempo operando perché il processo ricostitutivo a sinistra del PD si strutturi intorno alle forze moderate di Bersani e Pisapia, sapendo bene quanto esse siano integrate nel quadro della direzione borghese del paese. Dall’altra parte interviene un giornale come il Manifesto da sempre “impegnato” nel realizzare l’unità dei “moderati” e dei “radicali” della sinistra, fonte costante di confusione politica e quindi anche esso soggetto attivo nel produrre l’effetto di condizionamento a destra dell’intera dialettica politica delle forze di sinistra.

3. Dove sta l’azione sociale e il movimento dei lavoratori

In tutte le assemblee e gli incontri che si sono svolti nei teatri e nelle piazze sono presenti due elementi distinti e contrastanti; vengono proposti obiettivi programmatici antiliberisti assai condivisibili, come il rigetto dell’austerità, piani di sviluppo finalizzati a creare posti di lavoro socialmente utili, ridare diritti al lavoro e un futuro ai giovani, piani di salvaguardia dell’ambiente, la difesa della scuola pubblica, una politica di accoglienza per i migranti, ecc., attraverso cui si esprime un’aspirazione, e una richiesta riformista elementare; resta invece la più totale ambiguità sull’arco di forze che hanno le carte politiche in regola per dare vita a un reale schieramento alternativo alle destre, al M5S e al PD; ancor meno esiste la consapevolezza delle mobilitazioni sociali necessarie per dare gambe a questi contenuti e battere le potenti forze avverse, la borghesia e i suoi diversi partiti. Si insiste sulla necessità di costruire dal basso la lista e i programmi, una richiesta democratica comprensibile, ma che di per se stessa è del tutto insufficiente a costruire una vera e propria operatività e conflittualità sociale.

In realtà a monte c’è il fatto che queste articolate componenti politiche e sociali, anche se hanno partecipato a mobilitazioni sparse e locali non hanno né voluto né saputo negli anni passati misurarsi con una politica di ricostruzione di un movimento dei lavoratori unitario e di massa, nel quadro di un progetto di formazione del blocco sociale. Non certo a caso perché molti di loro, per interesse o per semplicismo politico, continuano a fare riferimento, in varie modalità, a quei gruppi dirigenti sindacali, che sono stati per la loro subordinazione alle politiche padronali, responsabili degli arretramenti e delle sconfitte del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori. (2)

4. Le proposte di Sinistra Anticapitalista

a. Noi pensiamo che la questione centrale, il punto di partenza per organizzazioni autenticamente di sinistra avrebbe già dovuto essere l’unità delle loro forze militanti e degli strumenti politici organizzativi che hanno a disposizione per costruire una vasta campagna sui temi sociali, sull’occupazione, sull’unità dei lavoratori, sull’unità con i migranti. E’ solo in questo modo che si possono fermare le derive reazionarie nel paese e il disorientamento di vasti settori di lavoratori, smascherare le ideologie razziste e di incitamento all’odio contro i migranti di Salvini e delle forze neofasciste: E’ in questo modo anche che si costruisce una credibilità alternativa al M5S e al PD di Renzi. E’ questo anche il modo migliore per rendere credibile ed utile una lista forte di sinistra radicale alle prossime elezioni. Anche perché Renzi e soci provano a giocare coi dadi truccati, (anche con un certo aiuto delle istituzioni europee), presentandosi oggi come i critici del Fiscal compact (loro che ne sono stati artefici) e delle scelte governative realizzate nel passato.

b. Nello stesso tempo non sottovalutiamo la scadenza elettorale perché sarà uno snodo politico cruciale nella vita del paese, segnerà le condizioni entro cui la classe lavoratrici potrà e dovrà continuare le sue battaglie. Larghi settori della popolazione saranno interessati allo scontro elettorale, sia quelli che andranno a votare sia quelli che alla fine decidano di restare a casa.

Il problema per la coalizione di sinistra non è solo e tanto la fattura di un bel programma elaborato dal basso chiedendo poi agli elettori di sostenerlo votando la lista. Dobbiamo poter dire: votateci non solo e tanto perché vi proponiamo questi obiettivi e per conquistare insieme uno strumento in più, la presenza parlamentare, ma votateci soprattutto per quello che stiamo facendo sul terreno sociale; non chiediamo una delega, ma vi chiediamo di costruire insieme la lotta e la mobilitazione senza le quali non sarà possibile imporre gli interessi delle classi lavoratrici e popolari.

Per questo lo schieramento da costruire deve avere un carattere di classe nella sua dimensione sociale e in quella politica; deve avere al suo interno i soggetti dei movimenti sociali che si sono prodotti, l’attivazione civica e democratica di molte cittadine e cittadini, la capacità di rivolgersi a settori larghi fluidi che la disarticolazione della società ha prodotto, ma non può non avere al centro la classe lavoratrice, una sua nuova attivazione che renda possibile un nuovo blocco sociale anticapitalista, certo con caratteriste e componenti anche diverse da quelle che abbiamo conosciuto alcuni decenni fa, ma non per questo meno decisivo per mutare i rapporti di forza con il padronato. Uno schieramento e una lista che non sapessero parlare al mondo del lavoro, non sarebbero alternativi nei fatti e non potrebbero contrastare l’azione di divisione delle destre nel mondo del lavoro.

c. Se in prima istanza sono da avanzare le rivendicazioni di salario, occupazione, diritti e ambientali, non si può però non denunciare e spiegare la profonda crisi di civiltà prodotta dal capitalismo; la crisi e la barbarie di questo sistema economico richiedono misure forti anticapitaliste, una sua rimessa in discussione contro ogni illusione di una sua riforma più o meno indolore.

Si deve dire con chiarezza che i nostri nemici sono le politiche economiche capitaliste, ma anche i soggetti politici e sociali in carne ed ossa che le attivano; i nostri nemici di classe sono i padroni, la borghesia e le loro istituzioni nazionali ed internazionali.

Lavoriamo non per ripiegamenti nazionalisti, ma in una prospettiva internazionalista del movimento dei lavoratori; comuni sono i nostri nemici; In Italia come in Francia o in altri paesi lottiamo contro la distruzione dei diritti del lavoro; per la solidarietà tra lavoratori e lavoratrici in Europa nella battaglia contro le istituzioni europee; per la solidarietà con le/i migranti, contro le dittature e le guerre nel vicino oriente, contro i decreti Minniti /Orlando e le politiche dell’Europa fortezza.

d. Sinistra Anticapitalista lavora dunque per uno schieramento più largo possibile che coinvolga forze politiche, soggetti ed esperienze sociali reali di movimenti a dimensione nazionale e locale; per esistere deve avere una doppia dimensione correlata: avere una partecipazione democratica dal basso ed avere la convergenza indispensabile delle forze politiche che vogliono impegnarsi. Per essere realmente alternativo deve avere una composizione politica coerente senza partiti o soggetti che hanno gestito l’austerità e un programma che esprima obiettivi radicali corrispondenti alla gravità della situazione esistente.

Parteciperemo alle discussioni e alle assemblee in corso portando queste proposte politiche. di metodo ed organizzative. Stiamo incontrando diverse forze politiche, ma anche molti collettivi e forze sociali, con cui riscontriamo comuni preoccupazioni sulle modalità e contenuti su cui le forze maggiori stanno discutendo. Proponiamo e vorremmo che queste forze combattive ed anticapitaliste potessero agire insieme e incidere nel processo in corso contro ogni deriva e sbocco opportunista, per l’affermazione di una coalizione radicale antiliberista e anticapitalista. Crediamo che le lavoratrici e i lavoratori abbiamo bisogno di incontrare questa proposta.

La preoccupazione fondamentale di SI appare sempre più solo quella di tenere la barra del listone unitario rispetto a Pisapia e affini; difficile però essere considerata forza alternativa quando si operano queste scelte e tanto più se si continua a gestire Regioni e comuni con il PD, mostrando quale sia l’attrazione fatale di riferimento. Il PRC appare inquieto per lo svolgersi degli avvenimenti e il suo segretario alza molte volte la voce contro l’Mdp e contro Pisapia, salvo poi indicare come punti di riferimento non solo Podemos e Mélenchon, ma anche Syriza che nel 2015 ha voltato le spalle al referendum popolare del 5 luglio accettando di gestire il terzo memorandum della Troika. Non è un certo un riferimento credibile per chi vuole combattere le politiche liberiste delle Istituzioni europee.

Colpisce in questi giorni che in molti, tra cui ancora il Manifesto, leggano come un grande successo la ricomposizione formale (quella sostanziale data già da alcuni anni) tra la Fiom e la CGIL con l’ingresso di Landini nella segreteria della Confederazione, quasi che essa non sia avvenuta sul terreno della Camusso segnando la fine della anomalia Fiom e della sua vecchia radicalità sindacale e politica.

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