Tutti (o quasi) i commentatori hanno sottolineato alcuni elementi difficilmente contestabili

1) Il calo ulteriore dei votanti: ormai più della metà degli elettori non va a votare, per lo meno al secondo turno delle amministrative. In poco più di un ventennio di “seconda repubblica” le classi dominanti sono riuscite a svuotare il suffragio universale, facendo passare un paese in cui votava il 90% e più degli elettori a uno ormai “americanizzato”, dove persino il minimo impegno politico di recarsi alle urne è ormai appannaggio di una minoranza. E non si illudano i compagni astensionisti “di principio”. Non è certo l’astensione rivoluzionaria o “antagonista”, di chi rifiuta il meccanismo della delega (che al massimo riguarda poche migliaia di persone). È semplicemente il riflesso dello spostamento a destra, della crescita del qualunquismo piccolo-borghese, “anti-politico”.

2) La vittoria del cosiddetto centro-destra, di nuovo (almeno per ora) riunificatosi, e troppo presto dato per spacciato grazie alle presunte capacità del “renzismo” pigliatutto.

3) L’arretramento vistoso del centro-sinistra a trazione piddina.

4) La frenata, piuttosto brusca, del “grillismo” (amplificata dal caso Parma e, in misura minore, Genova).

Ho provato a dare un’occhiata ai numeri reali, gli unici che mi interessano per cercare di capire gli umori, le tendenze, dell’elettorato. Mi sono limitato a sommare i voti (operazione difficile nel caso delle amministrative) delle sette città più importanti dal punto di vista demofrafico, e cioè Palermo, Genova, Verona, Padova, Taranto, Parma e Monza. E ho trovato, per una volta (vista la mia sfifucia nella stampa borghese) molte conferme e qualche (piccola) sorpresa.

Sul primo dato (quello del calo dei votanti) è ovvio che non c’era da aspettarsi qualcosa di diverso. Quei 13 punti in meno, in media, vogliono dire alcune centinaia di migliaia di elettori che hanno preferito fare altro, ieri, piuttosto che doversi recare alle urne per scegliere un “meno peggio” sempre più indistinguibile tra le due opzioni scodellate dall’establishment e dai mass media mainstream.

Sul secondo caso la conferma ha aggiunto preoccupazione a preoccupazione: la destra non solo ha conquistato nuove città ed ha aumentato le sue percentuali, ma, e questo è il peggio, è cresciuta in termini di voti, passando dai 328 mila voti del 2012 (’14 per Padova) ai 392 mila di ieri. Ben 64 mila voti in più!

Il punto tre vede il “centro-sinistra” scendere dai 454 mila voti del 2012 ai 366 mila di ieri (-88 mila). Se si escludesse Palermo lo schiaffo a PD e satelliti sarebbe ancora più sonoro.

Il punto quattro è solo parzialmente vero. I “grillini” scendono sì dai 131 mila voti del ’12 ai 116 mila di ieri (-15 mila), ma bisogna tener conto della fuoruscita di Pizzarotti dal M5S. Se i 37 mila voti del sindaco di Parma fossero conteggiati come “area” grillina (operazione azzardata, ma non totalmente assurda) il M5S avrebbe incrementato di oltre 20 mila voti il suo “bottino”.

E veniamo alla piccola sorpresa. La sinistra, laddove è stata presente (e parlo di varie liste, principalmente ruotanti intorno al PRC con alleati di varia estrazione, ma anche del PCL, di SA, ecc.) supera i 24 mila voti, più che raddoppiando rispetto ai 10 mila di 5 anni fa. Una magra consolazione, certo (si tratta di poco più del 2%), ma, forse, un piccolo segno che non tutto il malcontento finisce a destra e nell’astensione più o meno spoliticizzata.

Un ultimo punto. L’estrema destra apertamente neofascista non sfonda (nonostante qualche segnale allarmante qua e là), però passa dai 4 agli 8 mila voti. Pochissimo, per fortuna. Ma continua la pericolosa tendenza ad uscire dalle percentuali da prefisso telefonico che la caratterizzavano fino a pochi anni fa.

Anche sul nostro territorio le cose vanno più o meno analogamente. È ovvio che, trattandosi di cittadine (Desenzano, Palazzolo, Darfo-Boario Terme e Gussago) le dinamiche pre-politiche da “lista civica” sono ancora più accentuate. In totale, in questi 4 comuni superiori ai 15.000 abitanti, il calo dei votanti supera i 15 punti, la destra avanza dai 14.991 voti del 2012 ai 17.170 di ieri, mentre il centro-sinistra arretra dai 19.814 ai 15.213. Va male anche il M5S (presentatosi questa volta solo a Desenzano, segno ulteriore di indebolimento), che passa dai 1334 voti del ’12 ai 1211 di ieri. Maluccio anche Sinistra a Gussago (l’unica lista della sinistra radicale, appoggiata dai nostri compagni della Franciacorta) che scende dai 505 voti di cinque anni fa ai 453 di ieri. Un quadro aggravato dal netto spostamento a destra degli stessi candidati del “centro-destra” (a Gussago si trattava di un militante di FdI-AN) e dallo spuntare qua e là (come nel vergognoso caso del piccolo comune di Mura) di candidature dell’estrema destra apertamente neofascista. Insomma, anche da noi soffia (e pour cause!) un certo venticello vandeano.

F. G.</p

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