Dopo la fine della politica del figlio unico decretata circa un anno fa, la Cina si offre di rimuovere i dispositivi intrauterini di controllo delle nascite, cioè le spirali, ma molte donne considerano questo tentativo di «rimediare» un’ulteriore offesa e intromissione nelle proprie vite.

Stiamo parlando di una vera e propria politica durata oltre trent’anni.

La pratica, affidata a funzionari locali, consisteva nell’imporre a una donna l’utilizzo di una spirale dopo la nascita del primo figlio e la sterilizzazione forzata dopo il secondo. Si calcola che tra il 1980 e il 2014 siano state 324 milioni le donne cinesi che hanno dovuto inserire nei propri genitali un dispositivo intrauterino — cosiddetto Iud — mentre 107 milioni hanno subito la sterilizzazione.

Erano dispositivi diversi dalle spirali usate in Europa, difficili da togliere senza intervento chirurgico. Alcune donne hanno portato la spirale dal parto alla menopausa.

Ora Pechino annuncia che 18 milioni di donne possono farsi rimuovere la spirale a spese dello Stato, che coprirà anche i costi dell’eventuale intervento chirurgico per ripristinare le tube o annullare la vasectomia, procedure ben più complicate.

Tuttavia, in rete si diffonde l’indignazione per l’ennesima misura paternalistica non accompagnata da scuse formali. Il governo ha lanciato una vera e propria campagna promozionale, con spot televisivi, ma questo suona ancora più offensivo. È come se qualcuno ti picchiasse e poi si offrisse di curarti le ferite senza alcun pentimento, alcuna spiegazione, alcuna scusa, dicono in molti.

Così è la Rete a divenire cassa di risonanza per l’indignazione popolare, con post condivisi migliaia di volte.

Secondo dati del 2015, le donne cinesi fanno in media 1,05 figli, numeri ben al di sotto del tasso di ricambio della popolazione che si attesta al 2,1.

Per via del calo della popolazione attiva, il governo cinese ha quindi pensato di rimuovere il controllo delle nascite, auspicando un boom di nuovi nati che a distanza di un anno non si è verificato.

Alla radice, i cambiamenti profondi della società cinese, la crescita di una nuova borghesia con comportamenti «alla occidentale» che non intende mettere al mondo più di un figlio. Ma non solo: alcune donne, intervistate dalla giornalista Sui-Lee Wee per il New York Times, spiegano di non avere abbastanza risorse economiche per mettere al mondo più figli. È la Cina in cui convivono primo, secondo e terzo mondo. E poi, ci sono le donne per cui ormai è troppo tardi dal punto di vista biologico.

Cina, dati demografici gonfiati

E se la Cina avesse 90 milioni di abitanti in meno? 

Yi Fuxian, dell’Università di Wisconsin-Madison e autore di un libro intitolato «Big Country with an Empty Nest» (Un grande paese con il nido vuoto), sostiene che la falsificazione del dato ufficiale sia stata sistematica a partire dagli anni 90, per giustificare le politiche di controllo delle nascite e in particolare la politica del figlio unico, ufficialmente allentata nel 2011. Tuttavia oggi i problemi si fanno evidenti: il 15,5 per cento della popolazione è over 60 e le misure correttive per garantire una fornitura stabile di forza lavoro all’enorme impianto produttivo cinese sono arrivate forse troppo tardi.

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