di Jaime Pastor *

Le primarie del 21 maggio inaugurano senza dubbio l’inizio di una nuova tappa nella storia del Partido Socialista Obrero Español(PSOE). Sarà solo il tempo a dirci se tutto si ridurrà a un ricambio nell’élite dirigente del partito o se, invece, si tratterà dell’entrata in una fase nella quale il social-liberismo verrà relegato nel passato per poter essere all’altezza del compito di farla finita con il Grande Saccheggio. [1] È possibile che si verifichi la prima ipotesi, o che ci si attesti su una linea intermedia che produrrà nuovamente frustrazione: ma la partita è appena incominciata e non possiamo essere indifferenti al suo svolgimento.

Si può cominciare riconoscendo che, dopo la accanita campagna sviluppata dalla coalizione di interessi che il 1° ottobre scorso rovesciò Pedro Sánchez, [2] la vittoria conseguita dalla maggioranza dei militanti del PSOE nelle primarie di ieri è senza alcun dubbio una buona notizia per tutti coloro che intendono cacciare Rajoy e continuare a combattere un regime in crisi. Basta leggere editoriali come quello pubblicato oggi da «El País» (El “Brexit” del PSOE) per toccare con mano il grado di disperazione dell’establishment di fronte a un risultato che «ci pone di fronte a una situazione molto difficile per il nostro sistema politico».

In effetti, quantunque sia molta la distanza che separa Sánchez da Corbyn o da Benoît Hamon – come sottolineavamo in un altro articolo [3] -, questo risultato conferma la tendenza, comune ad altri Paesi, della ribellione della base socialista di fronte alla crescente crisi di identità e di progetto che questa corrente politica attraversa almeno sin dai tempi della “Terza via”, uno dei cui pionieri è stato, non dimentichiamolo, Felipe González.

Si è arrivati così alla delegittimazione del ruolo di stampella del Partido Popular assunto dal Comitato di gestione del PSOE con l’astensione in occasione dell’investitura di Rajoy, in un contesto in cui la nuova ondata di scandali da corruzione lascia ormai ben pochi dubbi sulla loro natura sistemica – una mescolanza di neocaciquismo(Naredo) e di «capitalismo politicamente garantito» (Sebastián) [4] – e, più in particolare, sul carattere criminale del partito al governo. Una sconfitta, quella del “felipismo” nelle sue successive versioni (nonostante che Susana Díaz cerchi di consolarsi con la sua vittoria di Pirro in Andalusia), che avviene perdipiù alla vigilia della possibile approvazione di un bilancio che non farà che approfondire la frattura sociale e mentre al centro dell’agenda politica sta la sfida rappresentata dal referendum sull’indipendenza della Catalogna. Tutti motivi, questi, che giustificano ampiamente le mozioni di censura presentate al Congresso e all’Assemblea di Madrid da Unidos Podemos, con il sostegno di un ampio arco di organizzazioni sociali e di un’innegabile simpatia popolare.

Pur non appoggiando per ora queste mozioni, Pedro Sánchez è consapevole di aver vinto sulla base non del vecchio discorso social-liberale che aveva sostenuto in passato, ma di un altro, che prometteva una «nuova socialdemocrazia» con una dura critica al capitalismo neoliberale e alcune proposte keynesiane, nel tentativo di entrare così in sintonia con il rigetto popolare delle politiche austeritarie. Questa è la responsabilità di cui ora deve farsi carico, se vuol cancellare l’attuale mancanza di credibilità del suo partito, come onestamente ammetteva in un recente libro Josep Borrell. [5]

È sicuramente vero che nell’ultima versione del suo documento, Por una nueva socialdemocracia, alcune delle iniziali proposte di Sánchez risultano annacquate: è il caso della necessità di tener conto di altre forze politiche – con implicito riferimento a Podemos – o del riconoscimento della Catalogna come «nazione» (ora limitata esclusivamente al suo carattere «culturale», sorvolando sulla sua vocazione di soggetto politico sovrano ormai indiscutibile). Epperò la lettura che la militanza socialista ha fatto della sua disponibilità a essere rieletto segretario generale è stata associata, senza alcun dubbio, alla sua volontà di scontrarsi con Rajoy e con i suoi tagli ai diritti sociali e ai pubblici servizi e al suo riconoscimento della necessità di trovare una soluzione democratica allo “scontro di treni” catalano-spagnolo.

La sfida più importante che dunque deve affrontare il “ri-legittimato” leader del PSOE è quella di dare una risposta alle aspettative popolari, dimostrando, contrariamente a quello che ha sostenuto il deputato “susanista” Miguel Ángel Heredia [6], che il suo vero nemico è il PP. Se coerentemente imbocca questa strada, quella cioè di cacciare Rajoy dal governo senza attendere nuove elezioni, dovrà prendere atto della realtà dei rapporti di forza parlamentari, e cioè del fatto che l’unica soluzione possibile oggi è quella di presentare una mozione di censura, cercando l’accordo con Unidos Podemos e altre forze – indipendentisti compresi – attorno a un programma antiausterità e democratizzatore. [7] Ovviamente, una simile iniziativa dovrebbe essere sostenuta dalla costituzione, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, di un blocco sociale fermamente deciso a mobilitarsi a suo favore. Questo è il senso che dovrebbe avere l’adattamento alla realtà spagnola della «via portoghese» preconizzata da Sánchez, senza rassegnarsi ad accettare le “linee rosse” che ora vorrebbero imporgli le baronie e le lobby imprenditoriali. [8]

Quindi, se la prima sfida che Sánchez deve affrontare è quella di praticare un tipo di opposizione diverso da quello adottato dalla Commissione di gestione, il suo successo dipende strettamente dalla necessità di far accettare alle baronie regionali che gli sono state ostili una strategia che sino a oggi hanno ripetutamente dimostrato di non condividere. Il carattere legittimo della vittoria di Sánchez le obbligherebbe a farlo: ma non sarà facile ottenerlo, perché sono in gioco molti interessi (e non «meriti» o «ragioni», come pretenderebbero gli editoriali del «País»). L’andamento dell’imminente Congresso rappresenterà senza dubbio il primo test per verificare fino a che punto le baronie saranno disposte a resistere o, al contrario, ad accettare di sottostare alle decisioni della maggioranza. Naturalmente, non opteranno per una o per l’altra possibilità senza servirsi degli strumenti selettivi (clientelismo…) di cui tuttora dispongono grazie ai loro poteri istituzionali, nonostante che per ora questi non abbiano dato tutti i frutti che si aspettavano.

Non mancheranno, peraltro, le pressioni a favore di un fronte comune contro Podemos, col pretesto di garantire l’«unità interna» e un’illusoria «stabilità politica», sul punto di esplodere. Se queste pressioni riuscissero a imporsi, ne risulterebbe vincitrice l’ipotesi di un PSOE rinnovato nell’élite dirigente – come già avvenne nel Congresso di Suresnes del 1974 [9] – ma che finirebbe con il riassumere il suo vecchio ruolo di “partito di Stato”. Se ciò avvenisse, si allontanerebbe la possibilità di cacciare Rajoy, e con essa le speranze di un “cambio”, oggi predominanti nella fila socialiste, verrebbero sostituite da nuove frustrazioni e seguite dal declino difficilmente reversibile del partito. La «nuova socialdemocrazia» morirebbe prima di nascere.

In questa situazione, molto grande è la responsabilità di Podemos e delle confluencias [le organizzazioni alleate]. La vittoria di Sánchez costituisce l’occasione di iniziare un dialogo con la militanza socialista basato sul rispetto reciproco e sulla ricerca di accordi, ma anche – perché no? – sulla legittima concorrenza per l’egemonia attorno alla costruzione di un blocco per il cambiamento che non si esaurisca a una mera “rigenerazione” del regime. Perché, come abbiamo detto all’inizio, in questi tempi di Grande Saccheggio e di ascesa dell’estrema destra, in questa Spagna e in questa Europa “ufficiali” non vi sono vie di mezzo fra il dispotismo oligarchico da un lato e l’aspirazione, dall’altro, a una rottura democratica, sociale, ecologica e femminista. Lungo questa via chissà che non riusciamo a recuperare – e anche a ridefinire – quel che di meglio c’è in vecchie parole come «socialismo» e «democrazia», quelle stesse parole che diedero origine a una socialdemocrazia degna di questo nome nel secolo XIX.

* Professore di Scienze politiche presso la UNED e direttore di «Viento Sur».

Note

[1] Il Gran Saqueo, ovvero la lunga epoca di corruzione e di saccheggio dei beni pubblici a opera soprattutto del Partido Popular, ancora d’attualità, visto i recentissimi scandali che hanno terremotato i vertici di questo partito. [Nota del traduttore; d’ora in poi Ndt]

[2] Dopo le due successive sconfitte elettorali del 2016, l’allora segretario generale del PSOE venne costretto alle dimissioni non sulla base delle regole statutarie, ma in seguito a un vero e proprio “colpo di stato”. [Ndt]

[3] El PSOE, entre el inmovilismo y la alianza con Podemos, in «Viento Sur», 4 aprile 2017 www.vientosur.info/spip.php?article12434

[4] Riferimenti a definizioni degli economisti José Manuel Naredo e Carlos Sebastián. In particolare, «Capitalismo politicamente garantito» è il titolo di un intervento di quest’ultimo in «El País» del 19 maggio scorso. [Ndt]

[5] «La verità è che la socialdemocrazia è oggi percepita dai suoi elettori, nel migliore dei casi, come il male minore, meno pregiudizievole per i loro interessi dei neoliberali […] ma, evidentemente, essere il male minore non è qualcosa che susciti entusiasmo» (Los idus de octubre, Los libros de la catarata, Madrid 2017, pag. 157). [Josep Borrell ha rivestito diverse cariche direttive nel PSOE e nel suo ramo catalano, Partit dels Socialistes de Catalunya; ha fatto inoltre parte di governi spagnoli ed è stato presidente del Parlamento europeo.]

[6] In una riunione (i cui contenuti sono poi stati passati ai media grazie a una registrazione) l’allora segretario generale del Gruppo parlamentare socialista, Heredia, aveva detto: «Il PP è l’avversario del PSOE, ma il suo vero nemico è Podemos».

[7] Nel sistema parlamentare spagnolo un governo può essere costretto a dimettersi in seguito a una mozione di censura votata a maggioranza, che però deve necessariamente indicare il nominativo del nuovo presidente del Consiglio. [Ndt]

[8] In Portogallo, com’è noto, il governo socialista di minoranza si regge grazie all’appoggio esterno di Bloco de Esquerda, Partito comunista e Partito ecologista. Un suo adattamento spagnolo dovrebbe basarsi sull’appoggio di Unidos Podemos e altre forze, comprese le indipendentiste catalane. Le “linee rosse” sono quelle fissate dall’ala destra del PSOE e suoi alleati, e cioè nessuna collaborazione con le forze su ricordate. Nel linguaggio politico spagnolo con “barones” ci si riferisce solitamente alla nomenklatura del PSOE, e in particolare ai potenti segretari regionali, quasi tutti schierati contro Sánchez. [Ndt]

[9] Il Congresso, tenutosi in Francia, in cui i militanti “dell’interno” (si era ancora in epoca franchista), raccolti in prevalenza attorno all’organizzazione andalusa di Felipe González, misero in minoranza la vecchia dirigenza “dell’esterno” (operante soprattutto in Francia), una parte della quale fece poi scissione, costituendo un effimero PSOE histórico contrapposto a quello renovado. [Ndt]

Titolo originale: ¿Nueva socialdemocracia o recambio de élite? pubblicato in «Viento Sur», 22 gennaio 2017. Traduzione dal castigliano e note aggiuntive di Cristiano Dan.

Appendice. Una nota finale

Il testo di Jaime Pastor ha un pregio e (solo per i lettori italiani) un difetto.

Il pregio è quello di rimettere coi piedi per terra una discussione sulla socialdemocrazia che oscilla continuamente fra due estremi: da una parte un abbarbicarsi opportunista a quel che resta delle direzioni socialdemocratiche, in vista di qualche vantaggio elettorale; dall’altra un settario rifiuto (che ha volte echeggia le staliniane teorie sul “socialfascismo”) di prendere anche in considerazione l’esistenza non tanto di direzioni socialdemocratiche, quanto di basi, elettorali e/o militanti, che solo uno sciocco può ritenere non necessarie, superflue, in un processo di ricostruzione della sinistra anticapitalista. Naturalmente, ciò vale in linea generale. Poi si deve scendere nel concreto, Paese per Paese, situazione per situazione. Il testo di Pastor ci parla della Spagna, e ce ne parla senza eccessive illusioni ma anche tracciando a grosse linee un possibile percorso ricco di possibilità (e di incognite, va da sé). Una “soluzione portoghese” in salsa spagnola aiuterebbe o meno nella lotta contro il neoliberalismo? Sarebbe uno stimolo o un freno a livello europeo?

E veniamo ai limiti, per il lettore italiano. Nel testo sono dati per scontati fatti e personaggi arcinoti al lettore spagnolo, ma che non è detto lo siano per quello italiano. Per non sovrabbondare nelle note, ci si è limitati allo stretto indispensabile. Sui risultati delle primarie del PSOE, per comprendere bene alcuni passaggi di Pastor, è però bene ritornare.

Il primo dato da sottolineare è l’alta partecipazione degli iscritti. Ha votato per l’uno o per l’altro candidato l’80 % dei quasi 187.000 iscritti al PSOE, il che dimostra l’importanza della posta in gioco.

Sánchez ha vinto per un soffio (qualche decimale in più del 50 %), distaccando però nettamente la candidata dell’apparato Susana Díaz (qualcosa meno del 40 %) e il terzo candidato, il basco Patxi López (meno del 10 %).

Ciò che rende sorprendente (da quasi tutti era ritenuta improbabile) la vittoria di Sánchez è il fatto che, come ricorda Pastor, aveva contro tutta la nomenklatura del PSOE, a partire dagli ex segretari generali Felipe González, Zapatero e Rubalcaba, per finire con quasi tutti i “baroni” (segretari regionali). Per non parlare del sistema di informazione, quasi tutto schierato con la Díaz.

Ora, Sánchez ha vinto in tutte le regioni spagnole, eccetto che nell’Andalusia (feudo della Díaz) e nei Paesi baschi (che esprimevano López). E ha vinto spesso con percentuali elevatissime, come in Catalogna (82 %), Cantabria e Baleari (71 %), Paese Valenzano (63 %) eccetera.

Ciò che è ancora più sorprendente, però, è l’abissale distacco che si è rivelato esservi fra i vertici del PSOE e la loro base. La sicurezza, per non dire la sicumera, con cui la Díaz si “vendeva” come futura segretaria generale del PSOE la dice lunga sul grado di conoscenza (e di controllo) che la direzione del PSOE aveva della propria base, della quale si riteneva espressione. Sono stati tutti platealmente sconfessati. E la Díaz, pur risultando saldamente vincitrice nella “sua” Andalusia (63 %), ha dovuto inghiottire il rospo costituito dal manifestarsi di una consistente opposizione interna nella sua “baronia”: 32 % a Sánchez, con un netto aumento rispetto alle precedenti primarie.

Quanto a López, ha incarnato un discorso “centrista”, tutto puntato sulla necessità dell’“unità”, che ha finito con il raccogliere praticamente solo il voto degli incerti.

Sánchez ha comunque vinto solo il primo round. Ora si apre la fase congressuale vera e propria, con l’elezione dei delegati. E non è affatto detto che i rapporti di forza evidenziatisi nell’elezione del segretario generale si riproducano tali e quali nell’elezione dei delegati. La nomenklatura è già all’opera perché ciò non avvenga. (c. d.)

Tags: Sánchez  Cristiano Dan  Zapatero  PSOE

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