In questa seconda parte del nostro speciale sulla Corea del Nord descriviamo la nascita di un’economia di mercato nel paese e il ruolo svolto dai donju, i nuovi ricchi, spiegando perché l’ascesa di forme di economia capitalista rafforza ulteriormente il regime militarizzato di Kim Jong-un. L’articolo è completato da una guida ai siti, ai libri e ai materiali video che consentono di comprendere meglio la Corea del Nord

La “mercatizzazione” dell’economia nord-coreana

Le informazioni sulla Corea del Nord che circolano nei media trascurano di norma un aspetto fondamentale di questo paese, cioè l’intenso sviluppo dell’economia di mercato in atto da un ventennio e che sotto Kim Jong-un ha raggiunto livelli particolarmente alti. Il fatto che tale aspetto venga in genere ignorato è dovuto da una parte al carattere ideologico dell’informazione, mirata a dare un’immagine allo stesso tempo rassicurante e minacciosa di un paese “comunista come quelli dell’ex impero del male sovietico” ma guidato da un folle (Kim Jong-un), dall’altra all’obiettiva difficoltà di descrivere in termini brevi e accessibili una situazione economica interna ibrida e complessa. La mercatizzazione dell’economia coreana costituisce un caso estremamente interessante sia dal punto di vista politico che da quello storico, poiché non ha praticamente analoghi e, in particolare, differisce da quella degli ex paesi socialisti dell’Europa Orientale o della Cina.

Prima dell’economia di mercato

A partire dagli anni ’60 del secolo scorso l’economia nord-coreana ha preso una strada diversa da quella degli altri paesi del blocco socialista, dopo che il primo decennio successivo alla Guerra di Corea è stato contrassegnato da un’alta crescita conseguita in base al classico modello staliniano di uno sviluppo dell’industria pesante a scapito dei consumi della popolazione, accompagnato da uno stato sociale nel campo della sanità e dell’istruzione. La quantità enorme di risorse destinata all’apparato militare (oltre il 20% del Pil) ha gravato l’economia di un peso insopportabile. Nel corso degli anni, tuttavia, sono state adottate misure mirate a privare di potere manager industriali, tecnici e intellettuali (per evitare che si sviluppasse un ceto tecnocratico alternativo alla dinastia Kim), a vantaggio di un controllo totale da parte di una burocrazia di partito integralmente verticalizzata. Ciò ha comportato un arresto dei progressi in campo sia tecnico che di management, aggravato ulteriormente dall’isolamento internazionale e dagli scarsi scambi con l’esterno. Il regime, concentrato sulla salvaguardia del potere della dinastia al governo e sulla difesa dalla (reale e/o percepita) minaccia esterna, ha optato per una militarizzazione dell’economia e, in assenza di progressi tecnici capaci di dare sostegno allo sviluppo, per uno sfruttamento totale della manodopera. Lavoratori di tutti i settori, studenti, uomini e donne, sono stati costantemente costretti a lavorare in campagne periodiche ma incessanti di lavoro “volontario”, cioè aggiuntivo rispetto al normale orario e non retribuito. Questo sistema è in atto ancora oggi, sebbene con un’intensità leggermente minore rispetto al passato.

Al contempo, è stato istituito un sistema di razionamento che garantiva ai lavoratori il minimo alimentare per la sopravvivenza (composto pressoché unicamente da cereali), accompagnato da uno stipendio di fatto simbolico. Solo i lavoratori delle industrie strategiche dal punto di vista militare e quelli degli apparati di sicurezza godevano di un trattamento leggermente migliore. E solo la ristrettissima oligarchia al potere aveva accesso a beni e redditi più alti. Per la quasi totalità della popolazione, fino a non molto tempo fa, beni come un frigorifero o una lavatrice erano un lusso irraggiungibile, e lo rimangono ancora oggi per una maggioranza dei nord-coreani. Dopo il 1989, con la cessazione delle forniture a prezzo simbolico da parte dell’Urss, in particolare quelle di fonti energetiche, l’economia della Corea del Nord è in breve tempo crollata, la maggior parte delle industrie ha cessato di operare e si è verificato anche un tracollo della produzione agricola. Il regime di Kim Jong-il, appena succeduto a Kim Il-sung, non è più riuscito a garantire nemmeno il mantenimento del sistema di razionamento. In breve, a partire dal 1995-1996, si è cominciato a morire di fame.

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La nascita del nuovo capitalismo

Come abbiamo già accennato, di fronte alla fame la gente ha dovuto escogitare mezzi per sopravvivere. Questi sono stati fondamentalmente l’appropriazione illegale di terreni statali e la loro coltivazione, il saccheggio delle industrie inattive e di altre proprietà dello stato, il lavoro nero per periodi più o meno lunghi in Cina, grazie anche al fatto che in seguito alla disgregazione del sistema i controlli ai confini si erano ridotti. In breve tempo si è sviluppata “dal basso” un’economia di mercato. I contadini che riuscivano a produrre in eccedenza vendevano prodotti sul mercato, spesso in cambio di beni statali saccheggiati da manager e, in misura minore, da lavoratori dell’industria. I lavoratori emigrati temporaneamente in Cina hanno cominciato prima a vendere occasionalmente prodotti importati, poi a creare delle vere e proprie reti commerciali con il paese vicino grazie al confine sempre poroso, nonché ai contatti con la vicina minoranza coreana della Cina (circa 2 milioni di persone). Con il passare del tempo, mercati clandestini improvvisati hanno cominciato a spuntare nei centri urbani del paese. Il regime di Kim Jong-il, incapace di sfamare la popolazione e alle prese con una delicata transizione dopo la morte del padre Kim Il-sung, ha adottato misure repressive contro questi mercati spontanei, ma allo stesso tempo, nella speranza di domare il fenomeno, ha deciso l’apertura di mercati agricoli supervisionati dallo stato in cui i privati potevano vendere a prezzi basati sul principio della domanda e dell’offerta.

Inizialmente limitati a pochi prodotti alimentari, i mercati hanno cominciato a diversificarsi, e allo stesso tempo le autorità ne hanno migliorato l’infrastruttura (non più terreni grezzi recintati da steccati, ma aree sistemate e con strutture in cemento). In breve tempo le autorità hanno cominciato a introdurre un sistema di licenze di commercio personali e di tassazione dei commercianti. Naturalmente quelli più ricchi o con migliori contatti sono riusciti a ottenere licenze per più stand e quindi ad assumere persone retribuite che li gestissero, i primi dipendenti privati della Corea del Nord. Il “commercio delle licenze” è stato tra le altre cose il segno del diffondersi della corruzione, precedentemente quasi inesistente. Dal 2003 i commercianti privati dei mercati sono stati autorizzati a vendere anche prodotti non agricoli.

Con l’uscita dalla crisi della fame all’inizio degli anni duemila il regime ha tentato di addomesticare ulteriormente l’economia di mercato. Nel 2007 sono stati introdotti criteri più restrittivi per la concessione di licenze e il governo ha cercato, con poco successo, di spingere i commercianti a vendere i loro prodotti attraverso catene di negozi statali che operano su commissione. Nel 2009 il regime ha provato infine a dare un colpo finale alla “mercatizzazione” con una riforma monetaria mirata ad azzerare i capitali accumulati dai privati. Questa mossa si è rivelata un totale fallimento: i nuovi capitalisti hanno trovato facilmente il modo di salvare i propri fondi, mentre l’insoddisfazione della popolazione per questa mossa ha fatto insorgere nel regime il timore che la situazione politica potesse destabilizzarsi. Da allora i tentativi di arginare la diffusione dell’economia di mercato sono cessati e con la salita al potere del regime di Kim Jon-un l’avallo non ufficiale alle attività dei nuovi capitalisti si è fatto evidente. Il giovane Kim ha tra l’altro varato due importanti riforme mirate all’introduzione di elementi di mercato anche nel settore statale. Con due decreti rispettivamente del 2012 e del 2014 il regime ha reso di fatto le famiglie contadine “unità produttive primarie” dell’agricoltura statale, consentendo loro di disporre liberamente di una quota fino al 60% della loro produzione, con la possibilità di venderla sul mercato, introducendo allo stesso tempo un’ampia libertà per i manager dell’industria non militare di stabilire gli stipendi dei dipendenti sulla base di criteri di mercato e dei profitti realizzati, nonché di acquistare merci sul mercato e di commerciare con l’estero.

Un altro aspetto fondamentale della nuova economia di mercato è che viene gestita quasi interamente da donne. Il governo infatti costringe i lavoratori uomini a continuare a recarsi al lavoro anche nel caso in cui la rispettiva azienda sia di fatto non operativa. In teoria per loro è possibile “acquistare” il diritto di non recarsi al lavoro e di dedicarsi ad altre attività, ma il costo è molto alto e pochi uomini possono permetterselo. Le donne invece possono facilmente ottenere la registrazione come casalinghe e poi dedicarsi ad attività di compravendita o imprenditoriali non ufficiali. Si ha quindi una situazione atipica, in particolare nelle zone ai confini della Cina dove più fiorisce l’economia di mercato, in cui gli uomini si recano al lavoro senza fare nulla a fronte di uno stipendio simbolico che spesso è limitato a 1 dollaro al mese, mentre le donne mantengono la famiglia con il loro lavoro privato.

L’espansione del potere dei nuovi “padroni del denaro”

L’economia di mercato ormai da anni non si limita più al settore della vendita di prodotti agricoli o artigianali. Molti “donju”, come vengono chiamati i nuovi capitalisti  (termine che tradotto letteralmente sta per “padroni del denaro”), hanno accumulato fondi sufficienti per espandere le loro attività. La nuova imprenditoria privata utilizza come canale le aziende o le istituzioni statali, dalle quali riceve in appalto, non ufficialmente, determinate attività. L’esempio più semplice è quello della ristorazione. Le catene di ristoranti statali assegnano l’intera gestione di uno o più ristoranti a una persona, che si occupa di tutto, dall’arredamento e la manutenzione, fino ai rifornimenti e all’assunzione e retribuzione del personale. Tale persona poi corrisponde all’impresa statale una quota dei suoi profitti (intorno al 30%, ma può variare). Naturalmente una parte di tale quota finisce nelle mani “private” di qualche burocrate, mentre il resto va all’impresa statale. I prezzi dei ristoranti privati sono molto alti, secondo Andrej Lankov possono arrivare a 15-20 dollari per una cena, pari all’intero stipendio annuale ufficiale di un professore di università. Ormai la quasi totalità dei ristoranti e dei negozi al dettaglio funziona in base a questo metodo. Ma lo stesso sistema viene applicato in altri settori, come quello delle miniere o dell’industria della pesca, particolarmente lucrativi perché sono in pratica le uniche voci di esportazione dell’economia nord-coreana.

Nelle aree al confine con la Cina esistono vere e proprio fabbrichette che producono indumenti, scarpe o sigarette, e a quanto pare alcuni imprenditori del nord-est della Cina hanno cominciato a delocalizzare produzioni di questo tipo nella Corea del Nord, pagando le debite tangenti alle guardie di confine. Da tempo è in via di sviluppo una rete di trasporti interurbani via autobus di fatto privata: gli imprenditori registrano l’automezzo come di proprietà statale in collusione con qualche azienda pubblica e poi vendono servizi di trasporto a pagamento. Tali servizi sono redditivi perché il sistema pubblico è in totale degrado: ad esempio, gli autotrasporti privati forniscono anche servizi di consegna postale molto più affidabili di quelli pubblici. Nelle città della Corea del Nord ora circola una quantità notevole di automobili, anche di lusso, utilizzate dai nuovi ricchi: anche in questo caso il sistema, viste le limitazioni poste al possesso di vetture private, è quello di registrarle in qualche modo come veicoli formalmente di proprietà statale. Ovviamente a tutto ciò corrisponde un’alta diffusione della corruzione tra i burocrati.

Vi è poi tutto il settore dei servizi alle persone. La mercificazione del sistema di istruzione è in continua crescita, sia perché lo stato non garantisce più adeguate dotazioni alle scuole e i genitori degli alunni devono provvedere alla copertura delle loro spese, sia perché gli insegnanti offrono ripetizioni ai figli dei nuovi ricchi. Lo stesso vale per il settore sanitario, nel quale i medici, visti i salari da fame, sono costretti a chiedere pagamenti. Tra gli imprenditori più temerari vi sono quelli che hanno creato biblioteche private che offrono in prestito a pagamento libri altrimenti irreperibili. I negozi statali che operano su commissione sono diventati nel tempo il principale canale di sbocco per le merci di lusso: il termine “di lusso” ha un’accezione ampia nella Corea del Nord e può andare dagli indumenti firmati o, più spesso, contraffatti, fino alle stoviglie di qualità. Un segno del livello raggiunto dall’economia di mercato è il boom del mercato immobiliare, in particolare a Pyongyang. La proprietà privata e la compravendita di immobili non sono consentite (anche se il governo sta avviando riforme che potrebbero in prospettiva legalizzarle), ma esiste un mercato dei permessi abitativi che è nei fatti un mercato delle proprietà immobiliari. Inoltre, i “donju”, non avendo altri canali per investire i loro risparmi, investono nella costruzione di immobili, diventata ormai un’attività visibile nella capitale e condotta spesso in joint-venture con imprese statali. Il risultato è che i prezzi di mercato delle abitazioni trattate in questo ambito sono cresciuti esponenzialmente. Esiste anche un sistema privato del credito, che passa principalmente attraverso contatti diretti o gli uffici di cambio di fatto privati autorizzati dallo stato. Tale sistema finanzia sia i privati che le aziende statali, visto che le attività delle banche pubbliche sono ridotte al minimo.

Una chiusura all’esterno più porosa

La mercatizzazione dell’economia ha alterato negli ultimi anni la situazione di chiusura del paese. I primi a fornire fonti di informazione alternative a quelle del regime sono stati i coreani del Nord che tornavano dopo un periodo di lavoro in Cina, e successivamente gli imprenditori cinesi che entravano nel paese. Oggi le attività commerciali comportano anche un flusso di materiali come Dvd dalla Corea del Sud, la cui visione, sebbene diffusa, rimane però punibile con pene pesanti. Aumenta anche il numero di turisti stranieri, i cui rari contatti con la popolazione locale sono comunque rigorosamente controllati da guide statali. Da alcuni anni è operativa anche una rete nazionale di telefonia mobile e gli smartphone vanno sempre più diffondendosi: il numero di abbonati, secondo le stime più diffuse, è di circa 2,5 milioni. Nel campo dell’istruzione, le attività di indottrinamento si stanno riducendo sempre più a una formalità, perché gli insegnanti sono per la maggior parte impegnati (soprattutto le donne) in attività private. La nuova generazione sta quindi crescendo in un contesto molto diverso da quello vissuto dai propri genitori. Non si può però in alcun modo dire che vi sia stata una liberalizzazione politica, anzi, Kim Jong-un, da quando è salito al potere, ha rafforzato i controlli ai confini e quelli interni delle forze di sicurezza. In Corea del Nord non si muore più di fame come venti anni fa, ma il problema della denutrizione è ancora attuale, mentre la polarizzazione tra una stretta minoranza che si arricchisce con attività imprenditoriali e la grande massa della popolazione povera è in continuo aumento.

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L’economia di mercato rafforza la dinastia Kim?

Secondo lo studioso sud-coreano, Yang Mung-su, nella Corea del Nord l’economia di mercato ha quattro componenti: un mercato dei beni industriali, un mercato dei beni di consumo, un mercato dei capitali e un mercato del lavoro. Nel corso del tempo il “mercato diffuso”, grazie anche alla sua progressiva commistione con l’economia statale descritta sopra, si è trasformato sempre più in un mercato oligopolistico o monopolistico, in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il gettito fiscale, ufficiale e non ufficiale, generato dall’economia di mercato sta assumendo una rilevanza sempre maggiore e lo stato, impegnato in un oneroso programma militare, dipende quindi sempre più dalle attività dei nuovi capitalisti. Un altro studioso sud-coreano, Park Hyeong-jung, osserva che il centro del potere politico si trova in una posizione ideale per distribuire potere economico sulla base di criteri politici: ciò garantisce a tale centro sia un flusso di profitti che un flusso di fedeltà politica. Inoltre, non vi è più una linea di demarcazione netta tra settore ufficiale e settore non ufficiale, visto che tra i due vi è un’alleanza. Sebbene ponga alcune sfide all’equilibrio del regime, il sistema di mercato favorisce, più che minare, il mantenimento della sicurezza nazionale e la coesione del regime. Secondo Park quella di Kim Jong-un sarebbe una “dittatura personale con caratteristiche neopatrimoniali”, basata su un sistema oligopolistico nel quale militari, partito e burocrazia statale distribuiscono diritti d’impresa a settori privilegiati che estraggono profitti dal lavoro della popolazione, alimentando al contempo il bilancio dello stato. Infine, in un suo saggio Philo Kim sottolinea come il sistema sia altamente regionalizzato, visti anche i problemi nei trasporti e la scarsa mobilità della manodopera, dovuta al fatto che non è consentita una libera circolazione dei cittadini all’interno del paese. Tuttavia, nel periodo più recente si nota l’emergere di un mercato nazionale imperniato sugli hub costituiti dai grandi centri come Pyongyang e le altre maggiori città della Corea del Nord.

Molti giornalisti e alcuni studiosi occidentali danno per scontato che l’economia di mercato porterà inevitabilmente a una democratizzazione politica del paese. Allo stato attuale la Corea del Nord non sta andando in una tale direzione, come abbiamo visto. Sicuramente i cambiamenti in campo economico pongono problemi per la stabilità politica del paese, ma per il momento il regime di Kim Jong-un li sta superando grazie all’alleanza tra burocrazia statale e nuova borghesia capitalista. Tale borghesia è obiettivamente interessata al mantenimento di questo sistema, così come al mantenimento della chiusura del paese nei confronti dell’esterno. Non va dimenticato che la Corea è una penisola divisa in due in cui il Sud è molto più potente del Nord in termini sia economici che militari. Una democratizzazione politica, con la conseguente apertura del paese, metterebbe a rischio il potere dei nuovi capitalisti del Nord, strettamente connesso al regime di Kim. Inoltre la nuova borghesia nord-coreana ha basi molto fragili, perché non esiste un sistema di diritto che fornisca garanzie legali riguardo ai titoli di proprietà, al sistema del credito e all’ottenimento di “licenze” imprenditoriali. Tutto avviene per ora in modo informale e non ufficiale, con la conseguenza che in teoria il regime può annullarli istantaneamente in caso di necessità. La mercatizzazione dell’economia nord-coreana differisce dai precedenti modelli di privatizzazione messi in atto nell’Europa Orientale e in Cina su iniziativa dei rispettivi vertici burocratici. La definizione di “mercatizzazione dal basso”, utilizzata dalla maggioranza degli studiosi, può essere utile come etichetta per distinguerla dalle esperienze passate, ma è imprecisa. L’economia di mercato è nata infatti in seguito a un dispossessamento della popolazione causato dalle politiche statali di militarizzazione e burocratizzazione che hanno ridotto la gente alla fame, non su iniziativa spontanea e autonoma della popolazione. I burocrati e la maggior parte delle strutture dello stato hanno presto cominciato a svolgervi un ruolo fondamentale, e dopo un primo periodo disordinato, hanno rapidamente acquisito un controllo oligopolistico sull’intero sistema. Si tratta insomma di un modello molto sui generis di “neoliberalismo militarizzato”. Il suo futuro dipenderà da una parte dalla capacità dell’alleanza tra stato e nuova borghesia di reggere, soprattutto di fronte a un contesto internazionale (per ora) ostile, dall’altra dalla capacità di lavoratori, donne e giovani sfruttati di diventare un soggetto in grado di fare sentire la propria voce.

 

Per saperne di più sulla Corea del Nord

Siti web

I siti da seguire (tutti in inglese) per avere informazioni non scandalistiche e riguardanti anche la situazione sociale interna sono Daily North Korea, gestito da una Ong di defettori dal Nord, e Sino NK, con numerosi articoli di approfondimento su temi politici, storici, sociali e culturali riguardanti sia il Nord che il Sud, scritti da studiosi specializzati. Sugli aspetti militari e geopolitici la fonte di riferimento è 38th North. In italiano, il sito Movimento Operaio, gestito da Antonio Moscato, ha pubblicato recentemente la traduzione di un articolo di uno dei più attenti osservatori dell’Asia da sinistra, Pierre Rousset, che inquadra bene la questione coreana nel suo complesso. Altre informazioni utili le si può trarre da siti di news sud-coreani in inglese, in particolare quelli del quotidiano progressista Hankyoreh, di Korea News e di Korea Herald.

Libri

In lingua italiana non vi sono libri sufficientemente aggiornati e che vadano al di là di un approccio voyeuristico, fatta eccezione per “Il nido del falco”, di Antonio Fiori (Mondadori Education, 2016), che però si limita agli aspetti geopolitici e militari. In inglese la scelta è molto più ampia. I due volumi che consigliamo per un approccio storico attento anche agli aspetti interni e sociali, e che arrivano a coprire fino agli ultimi anni, sono Hazel Smith, “North Korea: Markets and Military Rule”, Cambridge University Press, 2015, e Andrei Lankov, “The Real North Korea: Life and Politics in the Failed Stalinist Utopia”, Oxford University Press, 2013. Per un punto di vista più giornalistico sulla quotidianità della Corea del Nord consigliamo invece dello stesso Andrei Lankov, “North of the DMZ: Essays on Daily Life in North Korea”, McFarland & Co., 2007 e Daniel Tudor & James Pearson, “North Korea Confidential. Private Markets, Fashion Trends, Prison Camps, Dissenters and Defectors”, Tuttle Publishing, 2015. Il libro allo stesso tempo più recente e completo è però in francese: Philippe Pons, “Corée du Nord, un Etat-guérilla en mutation”, Gallimard, 2016. Le due storie della Corea di riferimento sono Adrian Buzo, “The Making of Modern Korea”, Routledge, (Second Edition) 2007 e Bruce Cumings, “Korea’s Place in the Sun. A Modern History”, W.W. Norton & Co., (Updated Edition), 2005: semplificando un po’ si può dire che la prima è più “comprensiva” nei confronti delle ragioni del Sud e la seconda di quelle del Nord. Nel suo “The Capitalist Unconscious. From Korean Unification to Transnational Korea”, Columbia University Press, 2015, Hyun Ok Park avanza l’interessante ipotesi che sia già in atto una “unificazione” delle due Coree all’insegna del neoliberalismo e dei flussi migratori. Sulla cultura nella Corea del Nord si può leggere di Suk-Young Kim, “Illusive Utopia. Theater, Film and Everyday Performance in North Korea”, University of Michigan Press, 2010, mentre più nello specifico sul cinema si può leggere di Johannes Schonherr, “North Korean Cinema. A History”, McFarland & Co., 2012. Il volume in italiano “Il cinema coreano contemporaneo. Identità, cultura e politica” scritto da Hyangjin Lee e pubblicato da ObarraO edizioni (2006), dedica ampio spazio al cinema della Corea del Nord e, indirettamente, alla sua storia.

Visioni

La Corea del Nord è ormai da tempo un oggetto misterioso ed esotico intorno al quale ruota un’ampia produzione “orientalista” di materiali video. Negli anni più recenti le autorità di Pyongyang hanno concesso a svariate troupe di realizzare documentari nel paese, naturalmente sotto la vigile sorveglianza delle autorità. La conseguenza è che numerose grandi catene televisive hanno dedicato al paese un documentario o un programma informativo. Una delle produzioni più aggiornate e apprezzate dai critici è “Under the Sun” (2015), del regista Vitaliy Manskiy, che a nostro parere non sfugge però a un approccio superficialmente voyeuristico. Su un registro simile, ma più divertente e meno pretenzioso è “Welcome to North Korea!” (2009), una produzione ceca trasmessa dalla HBO. In Youtube vi è una grande ricchezza di materiali audiovisivi sulla Corea del Nord. Segnaliamo in particolare, in riferimento ai cambiamenti in atto nel paese, un tour dei ristoranti privati del paese e un (inquietante) concerto “missilistico” delle Moranbong, la girl band voluta da Kim Jong-un per rispondere ai gruppi femminili del K-pop del Sud. Cercando con parole chiave come “North Korean movies” si possono trovare svariati film del Nord sottotitolati in inglese – consigliamo in particolare “Our Fragrance” (“Uriui hyanggi”), del 2003 (ma l’impatto visivo è quello di un film degli anni ’50), una commedia che mette in scena in modo abbastanza esplicito i cambiamenti causati dall’espandersi dell’economia di mercato.

Da Crisi globale

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