Negli ultimi mesi la Corea del Nord è tornata sotto i riflettori internazionali, come accade periodicamente quando si innalzano le tensioni con gli Usa. Il paese continua però a rimanere oggetto di un interesse mediatico di natura essenzialmente voyeuristica e scandalistica, a causa anche della sua chiusura verso l’esterno. Nella prima parte di questo speciale cerchiamo di riassumere i fatti fondamentali da sapere, riassumendo in breve la storia della Corea del Nord e ponendo poi in luce i due aspetti del programma nucleare di Pyongyang e di una potenziale futura unificazione tra il Nord e il Sud. Nella seconda parte descriviamo nei dettagli i recenti cambiamenti a livello economico, e in particolare l’ascesa nel paese di un’economia di mercato, fornendo poi una guida ragionata alle letture e alle visioni utili per chi vuole saperne di più.

Le coordinate fondamentali

Geografia

La Corea del Nord ha una popolazione di circa 25 milioni di abitanti su un’area di 120.000 km2. E’ quindi molto meno densamente abitata della Corea del Sud, che ha una popolazione di oltre 50 milioni di abitanti su un’area di 100.000 km2. Ciò è dovuto tra le altre cose al suo territorio montagnoso, in particolare nella sua area nord-orientale. Il paese confina a nord con la Cina, a nord-est per un tratto molto breve con la Russia e a sud, lungo il 38° parallelo, con la Corea del Sud. Si affaccia inoltre a ovest sul Golfo di Corea e il Mar Giallo e a est sul Mar del Giappone.

Storia

La parte settentrionale della penisola coreana aveva già in passato un marcato profilo regionale che la distingueva dal centro, rappresentato da Seul, odierna capitale della Corea del Sud, e dall’area meridionale della penisola. Sotto l’occupazione coloniale giapponese, che ha preso il via nel 1910 e si è dispiegata negli anni con crescente crudeltà, le aree geografiche oggi corrispondenti alla Corea del Nord sono diventate quelle più industrializzate, in quanto avamposto dell’aggressione giapponese verso la Cina. Nel corso degli anni della Seconda guerra mondiale in tutta la penisola si è sviluppato un movimento di resistenza che affondava le sue radici in una lunga storia di rivolte di massa contro gli occupanti giapponesi e i grandi proprietari terrieri. Immediatamente dopo la sconfitta dei giapponesi nel 1945 la penisola coreana è stata occupata a nord dall’Urss e a sud dagli Usa. Il periodo dal 1945 al 1948 è stato teatro di grandi fermenti, con la creazione di comitati popolari e l’esplicita aspirazione a creare uno stato indipendente e democratico. Sovietici e statunitensi hanno rapidamente soffocato ogni tale aspirazione, con metodi anche violenti, utilizzati in particolare dagli Usa, che si sono appoggiati a ex collaboratori locali dei fascisti giapponesi. Nel 1948 la penisola è stata definitivamente divisa in due stati lungo il 38° parallelo: la Repubblica Democratica Popolare di Corea al nord e la Repubblica di Corea al sud. Nel nord i sovietici hanno installato al potere Kim Il-sung, membro della resistenza antigiapponese che aveva prima combattuto con i comunisti cinesi, e poi dal 1940 al 1945 aveva vissuto in esilio nell’Urss, arruolandosi nell’Armata Rossa. La resistenza che aveva la sua base nella stessa Corea è stata di fatto rapidamente estromessa dai vertici del potere. Nel Sud gli Usa hanno represso ogni forza democratica installando alla guida dello stato un loro uomo fidato, Syngman Rhee, ponendo così le basi per una dittatura di estrema destra che sarebbe poi durata fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, svolgendo fedelmente il ruolo di avamposto militare di Washington nell’area (per ulteriori particolari sulla storia della Corea del Sud, fino alle mobilitazioni popolari dell’inverno scorso contro la presidente Park Gyeun-he, rimandiamo al nostro articolo “Corea del Sud: una mobilitazione di popolo dalle radici profonde”).

Nel 1950 la Corea del Nord, con il beneplacito di Stalin e illudendosi che gli Usa non sarebbero intervenuti, ha invaso la Corea del Sud con l’obiettivo di unificare la penisola con metodi militari. Il governo fantoccio degli Usa a Sud intendeva perseguire in prospettiva il medesimo obiettivo, ma è stato colto di sorpresa. Nella prima fase le forze della Corea del Nord hanno condotto un’avanzata travolgente conquistando l’intera penisola fino alle soglie di Busan, città all’estremità sud. In seguito all’intervento degli Usa, sotto l’egida formale dell’Onu, la situazione si è rapidamente invertita e le forze americane sono giunte fino quasi a toccare i confini con la Cina, che è allora intervenuta a sostegno di Pyongyang. Al prezzo della vita di centinaia di migliaia di soldati, il Nord e Pechino sono riusciti nel 1951 a fare arretrare gli statunitensi fino al 38° parallelo. Nei due anni successivi i combattimenti sono proseguiti, senza tuttavia provocare cambiamenti sostanziali. Nel 1953 Corea del Nord, Cina e Usa hanno firmato un armistizio, oggi ancora in vigore: la fine definitiva del conflitto bellico non è quindi mai stata proclamata. La guerra di Corea, oggi perlopiù dimenticata, è stata tra i conflitti più devastanti e cruenti degli ultimi settanta anni. Secondo stime approssimative, circa 2 milioni di coreani sono morti, in massima parte civili, e pressoché tutti i centri urbani della penisola sono stati rasi al suolo, con il parallelo azzeramento dell’economia. Il conflitto ha segnato in modo indelebile la storia della Corea del Nord, il cui regime da allora, e fino a oggi, ha avuto connotati fortemente militaristici.

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Negli anni immediatamente successivi alla guerra Kim Il-Sung è riuscito a epurare dal partito comunista ogni potenziale oppositore, in particolare quelli più vicini a Mosca o a Pechino, consolidando un regime stalinista dai tratti marcatamente personali e nazionalistici. La ricostruzione del dopoguerra ha inizialmente avuto successo in termini di indicatori economici, soprattutto grazie a una politica basata sullo sviluppo dell’industria pesante a scapito dei consumi e su uno sfruttamento intensivo della manodopera. L’economia è cresciuta per diversi anni a ritmi superiori al 10% e da questo punto di vista in quell’epoca la Corea del Nord ha superato la Corea del Sud, la cui economia ristagnava. La situazione però ha cominciato a invertirsi tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, quando la Corea del Sud ha cominciato la sua vertiginosa ascesa economica, mentre il ritmo della crescita a Nord è fortemente rallentato. Oggi la Corea del Nord è uno dei paesi più poveri dell’Asia orientale e la sua situazione è in netto contrasto con quella degli altri paesi dell’area, che negli ultimi decenni hanno registrato una fortissima crescita. A cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 il progetto di Kim Il-sung di dare vita a una vera e propria dinastia famigliare si è concretizzato con la progressiva ascesa del figlio Kim Jong-il ai vertici della gestione militare e culturale del paese.

Il crollo dei regimi comunisti nel 1989 è stato uno shock per la Corea del Nord. Nonostante da un punto di vista politico Pyongyang non sia mai stata un vassallo né di Mosca né di Pechino, la sua economia dipendeva in misura massiccia dai rapporti commerciali con i due paesi e in particolare da quelli con l’Urss, ridottisi quasi a zero a partire dal 1990. L’economia nord-coreana ha subito un tracollo e in parallelo a Pyongyang è venuta a mancare la garanzia, già non del tutto affidabile in passato, di un intervento militare di Mosca o Pechino in sua difesa nel caso di un’aggressione esterna. Da una parte si è così intensificata la militarizzazione della società, con l’avvio del programma di armamento nucleare, dall’altra il crollo dell’economia ha assunto dimensioni tragiche: la morte di Kim Il-sung nel 1994 è stata seguita dalla nomina del figlio Kim Jung-il a suo successore, ma l’avvicendamento, avvenuto nelle condizioni di un paese già economicamente allo stremo, è stato seguito da una vera e propria carestia che, secondo le stime più affidabili, ha causato la morte per denutrizione di quasi un milione di persone. Per fare fronte alla fame, la popolazione ha cominciato a coltivare terre statali incolte, a saccheggiare proprietà dello stato per scambiarle con cibo e ad avviare commerci con imprenditori privati della Cina. E’ nata così una prima rudimentale economia di mercato, sviluppatasi poi sempre più nel corso degli anni fino a oggi e che descriviamo maggiormente nei dettagli nella seconda parte di questo articolo. Kim Jong-il la ha prima tollerata come un male necessario, visto che lo stato non era più in grado di garantire la sopravvivenza fisica della popolazione, poi ha cercato di contrastarla senza successo, e infine la ha di fatto accettata.

Il peggio della crisi è stato superato nella prima metà degli anni duemila, essenzialmente grazie agli aiuti internazionali (forniti in primo luogo dai maggiori nemici di Pyongyang: la Corea del Sud e gli Usa), nonché all’intervento di organizzazioni umanitarie e Ong estere che hanno operato a lungo nel paese. Contemporaneamente si è registrata una distensione nei rapporti diplomatici con l’esterno, grazie da una parte all’ascesa per la prima volta nella Corea del Sud di un governo di centrosinistra non guerrafondaio nel 1997, e dall’altra agli accordi della metà degli anni ’90 per il congelamento del programma nucleare, siglati con l’amministrazione di Bill Clinton. A livello interno però ciò non si è tradotto in un rilassamento dello sfruttamento della popolazione e del regime repressivo. In coincidenza con il fallimento della politica di distensione dovuto alla salita al potere di George W. Bush nel 2001 e alle sue politiche aggressive, il regime di Kim Jong-il ha intensificato la politica dell’”apparato militare prima di tutto”, sacrificando ulteriormente lo sviluppo economico del paese a favore di quello militare. Il regime si è inoltre progressivamente spogliato dei riferimenti al comunismo e al socialismo a vantaggio di un’ideologia sempre più monodimensionalmente nazionalista.

Nel 2006 la Corea del Nord ha compiuto un salto di qualità nel proprio programma nucleare effettuando il primo test di un ordigno atomico. Nel 2011 Kim Jong-il è morto e il suo posto è stato preso dal figlio Kim Jong-un, allora ancora ventiseienne. La successione è avvenuta senza intoppi e il nuovo Kim non ha alterato i tratti essenziali del regime, sebbene si sia registrata da una parte un’ulteriore estensione dell’economia di mercato non sancita ufficialmente, dall’altra un’accelerazione del programma nucleare. Questo panorama storico non sarebbe completo senza citare alcune caratteristiche essenziali del regime della dinastia Kim. In primo luogo si è sempre basato su un brutale sfruttamento dei lavoratori, organizzati secondo criteri militari e costretti a lavorare anche 12 ore al giorno 6-7 giorni alla settimana, il tutto a fronte di un reddito letteralmente da fame (per completezza va detto che lo stesso vale per gli operai della Corea del Sud negli anni ’60 e ’70, sebbene da allora nello stato confinante la situazione sia progressivamente cambiata). In secondo luogo, ha avuto come proprio tratto essenziale una mobilitazione ideologica forzata e permanente dell’intera popolazione, ivi inclusi i bambini, costretta a dedicare per intero il proprio proprio tempo “libero” a interminabili sessioni educative o iniziative di massa fondate sull’adorazione paranoica del “grande leader Kim” di turno. In terzo luogo, ha represso con la forza bruta ogni minimo sintomo di diversità politica o culturale e mantiene da sempre un vasto sistema di campi di lavoro forzato per chiunque dissenta o abbia comportamenti “asociali”. Infine, ha impedito alla popolazione ogni contatto culturale o economico con il mondo esterno, anche se la situazione è lievemente cambiata negli ultimi anni, non certo per volontà del regime. Insomma, se è vero che i media offrono della Corea del Nord un’immagine grezzamente superficiale e a volte razzista nei confronti della sua popolazione, rimane comunque del tutto realistico affermare che la vita nella Corea del Nord è da decenni un vero e proprio incubo.

Il programma nucleare

L’aspetto del programma nucleare della Corea del Nord è stato uno dei più trattati dai media negli ultimi mesi, pertanto qui trattiamo solo i suoi aspetti più rilevanti. I primi piani nucleari di Pyongyang risalgono all’era pre-1989, ma Urss e Cina non li hanno mai visti di buon occhio e hanno offerto al paese solo un aiuto limitato nel campo dello sviluppo di centrali. Nel frattempo nel 1985 la Corea del Nord ha aderito al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNPN), ma nel 1993 l’agenzia internazionale per l’energia atomica, la IAEA, ha constatato alcune irregolarità nel programma di Pyongyang. Nel 1994 l’amministrazione Clinton ha raggiunto con la Corea del Nord un accordo per il congelamento del suo programma nucleare in cambio della fornitura di due impianti per l’energia atomica meno passibili di essere utilizzati per lo sviluppo di armi nucleari. In contemporanea sono stati forniti aiuti economici e, in particolare, è stata avviata una politica di distensione con la Corea del Sud, intensificatasi nella seconda metà degli anni ’90 quando a Seul è stato eletto il primo presidente democratico. Gli accordi nella sostanza hanno funzionato. Le cose sono cambiate nel 2001 quando negli Usa è salito al potere George W. Bush, che ha avviato una politica aggressiva, accusando Pyongyang di violare gli accordi e di essere un paese del cosiddetto “asse del male”. L’interventismo militare Usa, culminato nella guerra del Golfo, ha ulteriormente irrigidito le posizioni della Corea del Nord e gli accordi sono così venuti a decadere nel 2002. Nel 2003 Pyongyang si è ritirata dal TNPN e nel 2006 ha effettuato il primo test atomico. Da allora, fatta eccezione per il breve periodo 2007-2009 durante il quale è stato in vigore un accordo rotto poi unilateralmente da Pyongyang, la Corea del Nord ha fatto grandi passi avanti nel suo programma, effettuando svariati test. L’amministrazione Obama si è nella sostanza disinteressata del problema, fatta eccezione per le dichiarazioni puramente verbali.

Le stime degli osservatori riguardo al potenziale nucleare della Corea del Nord non sono uniformi, ma Pyongyang ha sicuramente un arsenale che va da 10 a 20 ordigni. Naturalmente affinché costituiscano una minaccia (o una deterrenza, a seconda dei punti di vista) effettiva è necessario disporre di un sistema missilistico efficace. La Corea del Nord dispone già di missili balistici a gittata intermedia in grado di colpire i paesi dell’area e in particolare le basi Usa in Corea del Sud e in Giappone, ma non è chiaro in quale misura siano precisi. E’ invece ancora lontana dallo sviluppo di un missile intercontinentale affidabile in grado di colpire la costa ovest degli Usa, ma secondo alcuni esperti potrebbe metterlo a punto in tempi non troppo lunghi. Molti osservatori ritengono che gli Usa non interverranno militarmente contro Pyongyang fino a quando non avrà sviluppato un tale missile intercontinentale.

Da un punto di vista puramente tecnico e diplomatico la Corea del Nord ha le sue ragioni, in considerazione della politica aggressiva degli Usa e del fatto che è stata Washington nel 2001 a fare fallire accordi che avevano funzionato per sette anni. Pyongyang, come tutti gli altri otto stati nucleari (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, India, Pakistan e Israele) afferma che il suo arsenale è solo un deterrente di carattere difensivo. La realtà è però che la Corea del Nord è uno stato militarista e ultranazionalista che potrebbe portare l’area sull’orlo di una guerra. Lo stesso vale, in misura ancora maggiore, per gli Stati Uniti, che possono per il momento godere del vantaggio rappresentato dal fatto che il loro territorio non è raggiungibile dai missili della Corea del Nord. Ma le loro basi nell’area, così come due alleati militari ed economici fondamentali quali la Corea del Sud e il Giappone, sono fortemente esposti. Sebbene sia improbabile che in questo momento Pyongyang e Washington abbiano tra i loro piani un conflitto armato, l’innalzamento della tensione può facilmente sfuggire di mano a ciascuna delle due parti con esiti da incubo che rischierebbero di portare a un conflitto regionale o addirittura mondiale. Quindi, per quanto sia spiacevole l’immagine di due loschi figuri  come Donald Trump e Kim Jong-un che si stringono la mano, un accordo che permetta di riportare al minimo le tensioni nell’area sarebbe da accogliersi con favore.

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La prospettiva della riunificazione

Per completare il quadro bisogna considerare anche l’aspetto di un’eventuale futura riunificazione della penisola coreana, che è nazionalmente omogenea. Sia Pyongyang che Seul considerano ufficialmente tale riunificazione un obiettivo imprescindibile. Allo stato attuale si tratta però di un’ipotesi che appare realizzabile solo in un futuro molto lontano e/o in presenza di cambiamenti radicali della situazione. Molti osservatori affermano che potrebbe un giorno avvenire facilmente sul modello di quella tra le due Germanie, quindi, praticamente, in termini economici e sociali, come un’annessione del Nord da parte del Sud. A tale proposito va osservato che i due casi hanno però coordinate molto diverse. Innanzitutto la piena divisione tra Germania Ovest e Germania Est è durata circa 30-40 anni, quella tra Nord e Sud della Corea è in atto già da 70 anni, senza contare poi che prima di tale periodo non vi è stata una Corea indipendente, bensì solo una colonia giapponese. Ovest ed Est della Germania hanno condotto tra di loro solo una Guerra fredda, mentre nella penisola coreana la guerra tra i due stati è stata concreta ed estremamente distruttiva. Il livello di chiusura, di repressione interna e di brutale sfruttamento della manodopera nella Corea del Nord non è in alcun modo paragonabile a quello della Germania Est, né il caso della Germania Ovest, con la sua democrazia borghese e il suo sviluppo economico graduale è paragonabile ai 40 anni di dittatura e di sviluppo economico scioccante, basato su metodi violenti, della Corea del Sud fino alla fine degli anni ’80. Sia l’aspetto della guerra, che quello delle repressioni, hanno lasciato ferite molto più forti nelle due società rispetto a quanto non sia avvenuto nelle due Germanie. Inoltre, la differenza tra il Pil pro capite della Corea del Sud e quello del Nord è di almeno 20 volte, cioè enormemente superiore a quella tra il Pil pro capite delle due Germanie nel 1989. A complicare ulteriormente il quadro vi è il fatto che la differenza in termini di abitanti era di 4 a 1 tra le due Germanie, aspetto che ha facilitato un’annessione di fatto della Germania Est, mentre nel caso delle due Coree la differenza è di solo 2 a 1. Infine, l’integrazione della Germania Est nell’Ovest è avvenuta prima della crisi mondiale, nell’era della bolla, nonché nel contesto di un’Unione Europea che procedeva rapidamente verso una maggiore integrazione. Non solo le economie delle due Coree sono invece in fase di stagnazione, senza che sia all’orizzonte un miglioramento sostanziale, ma il contesto regionale non è affatto favorevole a una Corea più grande, che verrebbe osteggiata da tutti i paesi della regione e converrebbe (forse) solo agli Usa. Quindi, allo stato attuale un’eventuale riunificazione tenderebbe sì ad assumere la forma di una integrazione del Nord nel Sud, come quella della Germania Est nella Germania Ovest, ma le complicazioni sarebbero di entità enormemente maggiore.

(Continua)

Da Crisi globale

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