La polemica sulla questione del Bigio, in città, sta crescendo. Questo, secondo me, è un bene. È vero che i bresciani (a cominciare dai lavoratori, dai disoccupati, dai migranti) hanno ben altre priorità. E, per il 90% (o il 95) queste sono questioni totalmente irrilevanti. Ma queste questioni “simboliche” sono piene di significati, culturali e quindi politici. Non è un caso che, per esempio in Spagna, sulla questione dell’eliminazione della toponomastica franchista (e dell’apertura delle fosse comuni dei fucilati da Franco) ci si scanni da vari anni, in particolare da quando, 5 anni fa, si è creato un dibattito di massa sulla cosiddetta “Seconda transizione”. A questo punto, riprendendo uno slogan della lista “Brescia Solidale e Libertaria” (quello di “rivoltare Brescia come un calzino”) non sarebbe il caso di lanciare una “mobilitazione” (forse la parola è un po’ grossa per qualcosa che sicuramente non mobiliterà le grandi masse) sulla questione della “defascistizzazione” della toponomastica e dei luoghi simbolo della città? Per fare alcuni esempi: oltre al Bigio (a testa in giù o altro) si potrebbe pensare ad una targa esplicativa a lato dell’arengario di Piazza Vittoria (che dovrebbe cambiar nome, tipo “Piazza della Liberazione, o della Libertà”) che spieghi in poche righe come da quel pulpito il duce e gli altri gerarchi diffondevano il messaggio di morte, di ingiustizia, di violenza tipico del fascismo. Oppure si potrebbe chiedere il ritorno in centro storico della bella targa dedicata al compagno Francisco Ferrer y Guardia, il pedagogo anarchico fucilato a Barcellona nel 1909. Questa targa, dedicatagli dall’amministrazione comunale “radicale” di oltre un secolo fa (quando i cattolici, il ventre molle reazionario della città, non votavano per ubbidire al “non expedit” del papa), fu rimossa dai clerico-fascisti dopo i vergognosi Patti Lateranensi del 1929 e “deportata” in periferia (zona IVECO). E poi cambiare il nome di vie come quella dedicata al macellaio monarchico Luigi Cadorna, il generale assassino responsabile di centinaia di migliaia di morti tra il 1915 e Caporetto. E così via. Credo che, spulciando tra le vie e le piazze bresciane, troveremmo tanti nomi di assassini, criminali, fascisti che meriterebbero di finire nell’immondezzaio della Storia.

Certo, non sarebbe una rivoluzione, nè un vero cambiamento sociale. Ma almeno potremmo passare da una via Gaetano Bresci invece che da una via Umberto I (ammesso che ci sia). E si respirerebbe un’altra aria.

Flavio Guidi

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