Rob McEwen è un facoltoso impresario canadese. È direttore e proprietario della società mineraria McEwen Mining, compagnia con ingenti investimenti in Messico. È il centesimo uomo più ricco del Canada ed un fervente credente nell’oro.
Nell’aprile del 2015 subì un duro colpo. Un commando assaltò la miniera El Gallo 1, ubicata nella zona montuosa di Mocorito, nello stato di Sinaloa, e rubò 198 chili di oro. I ladri si portarono via 8,4 milioni di dollari. Si è trattato del furto di oro più grande mai avvenuto in Messico, ed il quarto assalto più importante registrato nella storia per quantità.
Due giorni dopo McEwen rilasciò un’intervista alla tv canadese Business News Network. Senza peli sulla lingua confessò: “I cartelli lì sono attivi. Generalmente abbiamo un buon rapporto con loro. Se vogliamo andare ad esplorare da qualche parte, glielo chiediamo e ti dicono: ‘No, ma tornate tra un paio di settimane quando termineremo quello che stiamo facendo’ “.
Le dichiarazioni sollevarono un’aspra polemica. Tre giorni dopo McEwan ritrattò e si scusò per il malinteso che aveva generato l’impressione completamente falsa tra i media messicani che la sua società avrebbe avuto contatti regolari con elementi criminali.
Il fatto è ben lungi dall’essere un incidente isolato. Mostra la complessa relazione che si è stabilita in Messico tra le compagnie minerarie ed il crimine organizzato. Una relazione che mostra vari aspetti: l’aperta collaborazione tra i due ambiti affaristici, la conversione dei narcotrafficanti in impresari del settore e l’estorsione e il furto dei cartelli ai danni delle compagnie.
Narcotrafficanti e minatori condividono territori e rotte di passaggio della loro produzione. Molti depositi minerari si trovano in regioni produttrici di papavero e marijuana, o in luoghi in cui si cucinano droghe chimiche. Entrambi hanno i propri eserciti privati o guardie di sicurezza. Occasionalmente, i minatori stringono accordi e collaborazioni con i sicari che operano sulle remote catene montuose.
I narcos si incaricano di ripulire il terreno affinché le imprese possano estrarre i minerali spopolando le comunità o dissuadendo gli abitanti che si oppongono allo sfruttamento delle risorse. In non pochi siti, di comune accordo con gli impresari, riscuotono dai lavoratori un’imposta di cooperazione per avere il diritto di lavorare nella miniera e dai villaggi una quota per le regalie che le società minerarie devono elargire ai villaggi dove si stanziano.
Il crimine organizzato ha trovato nel settore minerario una prospera attività economica, sia per il lavaggio del denaro derivante dalla vendita degli stupefacenti sia come un modo di diversificare i suoi affari. E così ottiene legittimità sociale e politica.
In Michoacán, Los caballeros templarios spedivano in Cina navi cariche di ferro. Nel 2010 La Familia, il cartello da cui sono nati i templarios, avevano già compiuto incursioni in questa attività. Secondo uno dei suoi riciclatori di denaro arrestato un anno dopo, avevano esportato in Cina 1,1 milioni di tonnellate di minerale di ferro attraverso tre compagnie, intascando per questo 42 milioni di dollari.
In Coahuila, Los Zetas entrano con successo nel bacino carbonifero, già di per sé una rotta di passaggio della cocaina verso gli Stati Uniti. Si stabilirono lì controllando lo sfruttamento di piccole miniere di carbone. Nel 2012 si calcolò che il commercio aveva fruttato loro tra i 20 e 22 milioni di dollari.
Nell’ottobre de 2014 l’imprenditore minerario José Reinol Bermea Castillo, strettamente legato al PRI in Coahuila, accusato di essere una figura prominente della narcominería regionale, è stato assassinato nella città di Sabinas.
Le compagnie minerarie lamentano la concorrenza sleale e le estorsioni del crimine organizzato che pretende diritti di suolo e sequestra i loro lavoratori. Secondo la Camera Mineraria del Messico (Camimex) questo settore industriale è uno dei più vulnerabili al crimine organizzato (http://bit.ly/1ztgI8T).
Le compagnie destinano tra il 2% e il 4% dei loro bilanci alla sicurezza. Ma società minerarie come First Majestic investono ancora di più in sicurezza e guardie armate: il 10%. Altre compagnie hanno ridotto le loro operazioni in Messico o si rifiutano di investire qui (http://bit.ly/1E4efpF).
Come segnala l’analista Simón Vargas, sono così significative le perdite economiche che hanno subito che le grandi multinazionali estrattive hanno ormai a disposizione polizze assicurative contro il narcotraffico, come quelle fornite dall’agenzia Marsh Brockman e Schuh, che in Messico offrono coperture fino a 25 milioni di dollari di perdite (https://goo.gl/gaJxys).
Ma, al di là delle modalità che assume la complessa e perversa relazione tra narcotraffico e compagnie minerarie, un fatto risulta fondamentale: le terribili conseguenze che le comunità rurali in generale e quelle indigene in particolare, subiscono per l’intervento di entrambi. Le loro terre, territori e risorse naturali vengono spogliate selvaggiamente, devastate e sfruttate dagli uni e gli altri. Col settore minerario e la narcominería i popoli originari sono vittime di una nuova colonizzazione.
Twitter: @lhan55
Testo originale: http://www.jornada.unam.mx/2017/05/09/opinion/017a2pol
di Luis Hernández Navarro

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