Non trovo le parole. Da dove devo cominciare, Sanchone mio, per ricordarti? Da “Vorrei” o “Luci a San Siro” di Vecchioni, o dall’Internazionale di Fortini? Da quando ti ho visto la prima volta, con Mauro, con la tua divisa militare, quasi quarant’anni fa, uno dei “giovani” che entravano nella LCR, convinti, come tutti noi, che cambiare il mondo fosse, nonostante tutto, a portata di mano? Troppe immagini, troppe sensazioni, si accavallano oggi. Mi sento spaesato, perso, in questo cocktail di emozioni provenienti da tutti gli angoli della vita. Tu, che mi dicevi ridendo che nell’occupazione del Calini di un paio d’anni prima eri stato “l’unico che non aveva scopato”. O quello che, trent’anni dopo, nuotando al mio fianco nei mari greci, aveva scoperto il suo vero lavoro, quello di “parabordo umano”? Quel tuo disincanto, che quasi rasentava il cinismo, che mi faceva un po’ incazzare, che ti aveva portato, tra l’altro, a non voler condividere con me, con noi, quest’ultima avventura politica, questa povera e asfittica Sinistra Anticapitalista, stanco (e anche un po’ schifato) da tutte queste stupide scissioni, divisioni, rotture in cui siamo maestri noi “rivoluzionari” (ma lo siamo veramente?). Ti ho visto rantolare, oggi, e non riconoscevi più nessuno. E mi è venuta una voglia di piangere ed abbracciarti, mio tenero ciccione. E di urlare, in quella tetra stanza d’ospedale, la mia rabbia e la mia impotenza. Consolandomi, malamente, pochi minuti dopo, con la frase di Fortini: “chi ha compagni non morirà”. No, Sancho, non morirai dentro di me, dentro di noi. Fin quando avremo fiato, fin quando avremo vita. Ciao, compagno. Hasta siempre.

Flavio

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