A man carries a young girl who was injured in a reported barrel-bomb attack by government forces on June 3, 2014 in Kallaseh district in the northern city of Aleppo. Some 2,000 civilians, including more than 500 children, have been killed in regime air strikes on rebel-held areas of Aleppo since January, many of them in barrel bomb attacks. AFP PHOTO / BARAA AL-HALABI (Photo credit should read BARAA AL-HALABI/AFP/Getty Images)

Domanda: Sembra che nessuno possa distogliere lo sguardo da ciò che avviene in Medio Oriente. Nelle ultime settimane, ci sono stati, un attentato a Londra e, qualche giorno fa, a Stoccolma. Ma sembra tuttavia che gli occidentali non riescano a comprendere veramente ciò che accade in Medio Oriente. Come si può spiegare questo fenomeno?

GA: Non si può rimproverare la gente in generale, perché ciò che sa proviene dai mass-media. È delle forze progressiste la responsabilità di fornire le informazioni e le spiegazioni che i mass-media dominanti non forniscono. L’assenza di informazione è generale. Le persone non capiscono ciò che accade o ne hanno una percezione distorta. Non capiscono generalmente il ruolo che svolgono i loro Stati nello sviluppo della situazione, il loro contributo a ciò che succede.

Un insieme di condizioni favorisce la crescita del terrorismo e il profilo delle persone implicate negli attentati è molto differente da un caso all’altro. L’attentato di Stoccolma è stato compiuto da un uzbeko ed è un atto dalle caratteristiche piuttosto eccezionali. Paesi come la Francia o il Regno Unito sono, comunque, implicati nelle guerre in Iraq, in Siria, in Yemen e in Mali. Questi Paesi, che hanno una lunga storia di violenza coloniale, sono stati sistematicamente sotto attacco. Riguardo agli Stati Uniti, non sono protetti dal fatto di essere al di là degli oceani e neanche da una sorveglianza tipo “grande fratello”, saranno costantemente sotto attacco.
Le motivazioni del terrorismo sono diverse. Un gran numero di coloro che sono stati attirati dallo Stato Islamico erano cittadini francesi o britannici immigrati di origine. Questo rivela una combinazione di condizioni sociali e politiche che favoriscono la crescita di questa “radicalizzazione”. La gran parte dei governi non ha altra risposta se non la repressione e la guerra. Pensano allo stato d’urgenza in Francia o in Egitto. Quest’ultimo esempio è adeguato perché mostra come la violenza nutra la violenza. I cristiani sono stati trasformati in capri espiatori in queste condizioni create dall’istaurazione brutale del regime al momento del colpo di Stato del 2013. Le nuove restrizioni delle libertà e l’aumento della violenza è l’unica risposta di questi regimi.

Domanda: Infatti, se ci si riferisce agli scontri nelle periferie del 2005 in Francia, si può osservare che non avevano nulla di religioso. Ma a vedere il profilo di coloro che hanno raggiunto lo Stato Islamico, molti tra questi hanno trovato la motivazione nelle loro azioni di quell’epoca. È una costante, per queste persone, come l’assenza di prospettive sociali o politiche…

GA: Le prigioni sono diventate un importante centro di reclutamento per la violenza jihadista. Non esiste alcun movimento progressista capace di rappresentare queste categorie, come invece in passato riuscivano a fare i grandi partiti della classe lavoratrice che organizzavano, almeno in parte, i migranti. Una parte della rabbia che avrebbe potuto essere canalizzata da queste organizzazioni oggi si riversa nella violenza jihadista.
L’assenza di alternative progressiste è aggravata dall’aumento del razzismo e dell’islamofobia dopo l’11 settembre 2001. Lo Stato Islamico punta su questi aspetti dando di sé un’immagine hollywoodiana come contro-violenza e questo attira giovani desiderosi di sfuggire alle loro condizioni sociali difficili e alla loro esistenza verso un’esperienza intensa come “eroi” della propria causa.

Prendiamo l’esempio della Tunisia. Si tratta, proporzionalmente, del Paese d’origine della gran parte dei giovani che sono andati a combattere con lo Stato Islamico. Come si piega? La Tunisia era un Paese relativamente laico con poca tradizione di fondamentalismo islamico violento fino a tempi recenti. Questo non può essere separato dal fatto che in Tunisia c’è una disoccupazione giovanile di massa, delle condizioni sociali che si deteriorano come un’enorme frustrazione tra i giovani che hanno partecipato alla “rivoluzione” che si è conclusa col ritorno del vecchio regime insieme a un presidente di novant’anni.

Una simile frustrazione genera sempre una fascia di persone che sono ai margini che cercano di esprimere la loro rabbia facendo ricorso al terrorismo. Una cosa simile è accaduta in Europa sulla scia della radicalizzazione tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. In Germania, dopo il fallimento del movimento di Rudi Dutschke [il SDS : Sozialistischer Deutscher Studentenbund, molto attivo nel movimento contro la guerra degli Stati Uniti in Vietnam], è comparsa la Frazione dell’ armata rossa (Rote Armee Fraktion). Cose simili sono accadute in Italia con le Brigate Rosse e anche, più marginalmente, in Francia. Una parte di una generazione ha partecipato a delle lotte con grandi speranze ed ha fallito perché non è riuscita ad arrivare a un cambiamento. La delusione che ne è derivata ha creato all’interno di una frangia le condizioni di una spirale di violenza. È ciò che sta accadendo con le primavere arabe. Perché la sinistra ha in larga misura fallito ed è rimasta nell’insieme debole, il fondamentalismo ha preso il suo posto canalizzando una parte della frustrazione sociale e politica.

Viviamo in un nuovo periodo storico. La vecchia sinistra del XX secolo ha fallito e si fa sentire il bisogno di rinnovamento. Esiste un potenziale immenso all’interno della nuova generazione, come ha dimostrato la campagna elettorale di Bernie Sanders e lo slancio verso Jeremy Corbin. Assistiamo, sicuramente, a una polarizzazione fra estrema destra e sinistra radicale. Ciò di cui abbiamo bisogno è movimento progressista che non sia una ripetizione della sinistra del XX secolo ma una cosa veramente diversa: una sinistra del XXI secolo che tenga conto del fallimento di quella del secolo scorso. Un certo numero di gruppi e di persone lavorano in questa direzione, ma i limiti sono ancora molto significativi. Una questione chiave per il XXI secolo è quella di far fronte alla crescita dell’estrema destra e di personaggi come Donald Trump e marine Le Pen.

Domanda: Volgendo lo sguardo alla Siria, quali sono le possibilità di pace? Federica Mogherini, l’Alta rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica della sicurezza, ha lanciato un appello per la trasformazione della guerra per procura in Siria in una pace per procura [proxy war/proxy peace]. Stiamo andando in questa direzione? Lei come pensa che la pace possa essere garantita nella regione?
GA: Penso che la pace in Siria non possa esserci senza sostegno internazionale. Come la guerra si è prolungata per l’impegno di diverse forze internazionali, così la pace deve essere raggiunta grazie all’impegno internazionale. Questo implica non solo dei negoziati di pace, ai quali una partecipazione internazionale è indispensabile perché tutti quelli che contribuiscono a questa guerra devono fare un passo indietro, anche con truppe internazionali di mantenimento della pace. Non posso immaginare una pace in Siria senza il dispiegamento di truppe di mantenimento della pace.

Domanda: Lei ha dichiarato che non può esserci pace in Siria mentre Assad è al potere…

GA: La presenza di Assad al governo avrà per effetto che le tensioni resteranno alte. Il suo ritiro dalla presidenza è dunque una condizione indispensabile per porre fine al conflitto. Mentre resta al suo posto si potrebbe arrivare ad un periodo di transizione, ma la sua uscita di scena è una condizione indispensabile per una pace durevole. Mentre i governi occidentali pretendo che la priorità in Siria sia lo Stato Islamico, io penso che invece sia di porre fine a questa guerra sanguinosa.

L’unico intervento significativo degli Stati Uniti nella guerra in Siria, al di là dello Stato Islamico, è stato quello al fianco delle YPG ( Unità di protezione del popolo, legate al partito PYD). Le uniche truppe americane sul terreno aiutano le YPG: gli Stati Uniti sostengono le forze curde perché pensano che siano le sole efficaci nella lotta allo Stato Islamico e inoltre è una forza laica in cui ci sono delle combattenti, cosa che è apprezzata dall’opinione pubblica degli Stati Uniti. Ciò detto, il sostegno alle YPG nella lotta allo Stato Islamico è una buona cosa, che arrivi dagli Stati Uniti o da chicchessia. Alcuni a sinistra pensano che bisogna opporsi a un intervento degli Stati Uniti, o che questo si verifichi. Resta il fatto, tuttavia, che senza il sostegno degli Stati Uniti, Kobane sarebbe caduta e i curdi avrebbero subito un disastro. Questo dimostra la complessità della situazione che non è quella dove c’è una chiara separazione tra i “buoni” e i “cattivi”. Se vi è qualcuno di veramente progressista, che sostenga dei veri valori di sinistra che abbiano come obiettivo principale l’emaciazione democratica delle persone, deve determinare la propria posizione su questa base – e non un’opposizione viscerale verso tutto ciò che fanno gli Stati Uniti e i loro alleati e solo loro, ignorando del tutto ciò che fanno i Russi e i loro alleati.

Dal punto di vista dell’interesse del popolo siriano, la necessità urgente è quella di porre fine a questa guerra. Questo obiettivo è prioritario rispetto a tutti gli altri, compreso il ritiro di Assad. Lo scopo è quello di creare in Siria le condizioni per una ripresa di un processo politico come di quelle che permettano il rientro die milioni di profughi. Tra questi ultimi vi sono le persone più progressiste, di cui un gran numero, se non la maggior parte, hanno lasciato la Siria per andare in Turchia, in Libano, in Europa o altrove perché non potevano rimanere liberi o sopravvivere di fronte al regime o ai gruppi integralisti islamici. In questo senso, era giusto che partissero. Spero che le condizioni che permettano a queste persone di tornare si creino al più presto e che il processo politico possa ripartire. Per questo le truppe internazionali sono necessarie. Persone come me e lei non si sentiranno in sicurezza senza la presenza di truppe di mantenimento della pace che vi proteggano tanto dal regime quanto dai suoi nemici integralisti.
Domanda: Cosa può dire riguardo all’opposizione, di quelli che a volte sono definiti come “ribelli moderati” o l’Esercito siriano libero?

GA: Veramente, l’esercito libero siriano non esiste più, benché vi siano ancora dei gruppi che vi fanno riferimento. L’opposizione armata ormai è dominata dai gruppi che coprono l’aerea del fondamentalismo islamico, che va dalla moderazione relativa ai jihadisti ai salafiti e culminano in al Nusra e allo Stato Islamico. Questa situazione dell’opposizione in Siria è il risultato della carta bianca offerta da Washington alla Turchia e alle monarchie del Golfo nella gestione dell’opposizione. Questi hanno fatto tutto ciò che potevano per creare questo tipo di opposizione siriana attraverso la distribuzione dei loro finanziamenti, armi ed altri equipaggiamenti.

La posizione verso lo Stato Islamico è stata ambigua tanto da parte del governo turco quanto di quello della Siria. Il regime siriano ha costruito dei rapporti con l’antenato iracheno dello Stato Islamico e li ha mantenuti a lungo con il preteso califfato. Dal canto suo, il governo turco a lungo ha chiuso gli occhi davanti ai movimenti dello Stato Islamico lungo le sue frontiere ed ha sostenuto attivamente al Nusra. Il nemico principale del regime siriano è l’opposizione dominante e non lo Stato Islamico. Allo stesso modo, il maggiore nemico del governo turco è il PYD/YPG e la ragione principale per cui le truppe turche sono entrate in Siria, lo scorso autunno, è quella di combattere il movimento curdo, non lo Stato Islamico. Sicuramente gli Stati Uniti hanno la responsabilità maggiore di fronte alla crescita dello Stato Islamico per averne creato le condizioni con l’invasione dell’Iraq.
Domanda: E il governo siriano ha in qualche modo favorito i fondamentalisti islamici che sono suoi simili…

È quello che io chiamo “il nemico preferito” del regime. All’inizio, Assad ha liberato dalle prigioni molti jihadisti. Uno di loro ha fondato l’Esercito dell’Islam. Uno degli uomini a lui vicino dirige ormai l’opposizione siriana ai negoziati di Astana [la capitale del Kazakhistan] sponsorizzati dalla Russia. Gli esempi di questo genere abbondano: i jihadisti rilasciati da Assad sono diventate figure chiave dell’opposizione armata fondamentalista islamica. Questo permette al regime di spaventare le minoranze religiose e una parte degli arabi sunniti sostenendo che l’opposizione è in gran parte formata da jihadisti, da Al Qaida, etc. Si tratta effettivamente dei nemici preferiti del regime, come lo sono delle monarchie del Golfo o di Erdogan che preferiscono trattare con gruppi del genere anziché con delle forze progressiste.

Domanda: Cosa ne è stato dell’opposizione ufficiale, come il Consiglio Nazionale Siriano?

GA: L’opposizione ufficiale ha fallito purtroppo. Il fallimento della sollevazione siriana è iniziato quando la direzione è passata dai comitati di coordinamento di base in Siria al Consiglio Nazionale Siriano che stava a Istanbul sotto la tutela turco-qatariota e con un posto preminente offerto ai Fratelli musulmani. Questo ha rappresentato l’inizio della fine della prima tappa del processo rivoluzionario siriano. Quando, alla fine del 2011, questa gente ha preso il controllo e hanno parlato a nome della rivoluzione siriana, si poteva già prevedere il fallimento. All’inizio alla direzione vi erano delle personalità progressiste: un professore di sinistra, un uomo curdo e un cristiano. Ma dopo un po’ questo gioco è finito e l’Arabia Saudita ha ripreso le redini quando il Consiglio Nazionale Siriano ha ceduto il posto alla Coalizione Nazionale Siriana.

Il denaro ha corrotto il tutto. Mentre milioni di profughi si ammassavano alle frontiere in condizioni spaventose, questa gente si riuniva in hotel a cinque stelle. Era una corruzione deliberata da parte dei finanziatori [dell’opposizione ufficiale]. La stessa cosa è accaduta con il movimento palestinese dopo il 1967, quando i sauditi lo hanno inondato di dollari. Era una maniera per impedire che l’opposizione siriana diventasse progressista perché questo avrebbe costituito una minaccia sia per le monarchie del Golfo che per il regime di Assad. La corruzione dei movimenti di liberazione è uno dei problemi più importanti nella regione. Si inizia con la rivoluzione palestinese e si finisce con Mahmud Abbas oppure si inizia con il movimento di liberazione curdo e si finisce con gente come Massud Barzani [dirigente dal 1979 del Partito democratico del Kurdistan – PDK – e del governo regionale del Kurdistan] che è alleato della Turchia, il principale oppressore del popolo curdo.

Una completa rigenerazione del movimento e una nuova direzione sono evidentemente necessarie. Prendiamo ad esempio gli Stati Uniti e il sorprendente fenomeno della campagna di Bernie Sanders. Forse è la prima volta dagli anni Trenta che negli Stati Uniti larghe masse, compresi milioni di giovani americani, si identificano con una persona che si definisce socialista. Il potenziale è grande, ma occorre un’organizzazione politica e chiarezza. Siamo all’inizio di un nuovo periodo storico. Il vecchio sistema si sgretola e il potenziale di rinnovamento è enorme. Per fare una citazione di Gramsci – che ho usato nel
titolo del mio ultimo libro: “il vecchio muore e il nuovo non può nascere: durante questo interregno si osservano i sintomi ossessivi più diversi”. La deriva verso l’estrema destra e la crescita del terrorismo fanno parte dei sintomi ossessivi.

Domanda: Allora che ne è del PYD/YPG e delle Forze democratiche siriane? Sono una via alternativa alle “due forze controrivoluzionarie”, per riprendere le sue definizioni del regime siriano e dei fondamentalisti islamici, compreso lo Stato Islamico?

GA: Le YPG/YPJ [le YPJ sono unità femminili] rappresentano le forze armate più progressiste sul terreno in Siria, ma non possono costituire un modello per il resto del Paese a causa del fattore etnico. Le Forze democratiche siriane sono multietniche, ma la gente le considerano come uno strumento del PYD. Riconoscere che i cantoni curdi rappresentano l’esperienza più progressista in Siria non può cedere al romanticismo. Anche con le migliori intenzioni, le cose non possono essere buone in condizioni di guerra. I gruppi di difesa dei diritti umani denunciano abusi politici ed etnici nelle zone sotto il controllo del PYD.

È vero che coloro che dal lato arabo denunciano tutto questo dovrebbero riconoscere innanzitutto la lunga eredità dell’oppressione nazionale araba verso i curdi. Dobbiamo superare le tensioni etniche e accettare i diritti di ogni popolo. Ogni popolo dovrebbe godere del diritto all’autodeterminazione e il popolo curdo dovrebbe poter decidere se vuole vivere in cantoni autonomi o in uno Stato separato – non sono affari degli arabi, ma una decisione che spetta ai solo curdi se questo li rassicura e non nuoce ai diritti di altri popoli.
Questo è, ben inteso, uno dei problemi chiave con cui la regione si confronta. Mentre ora tutti si concentrano sullo Stato Islamico in Iraq, questa questione ha solo rinviato le tensioni confessionali tra sunniti e sciiti ed etniche tra gli arabi, i turkmeni e i curdi. Non c’è via d’uscita da questo rompicapo fuori dai diritti democratici e dalle libertà fondamentali, essendo la libertà di ciascuno limitata dalla libertà degli altri, senza che alcuno prevalga sull’altro.

(Intervista pubblicata il 13 aprile 2017 su: komnews.org e su A l’Encontre il 18 in versione francese. Traduzione dal francese di Cinzia Nachira)

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