Fra pochi giorni – questo articolo è un intervento dell’autore al Symposium: A New Fascism? promosso a Kessel, in Germania, il 17 dicembre 2017, ndr – un uomo che rappresenta i valori del Ku Klux Klan e i valori del machismo aggressivo (leggi anche Ku Klux Klan, il fiume carsico del razzismo di Lanfranco Caminiti, ndr), un uomo che ha costruito le sue fortune economiche sul lascito miliardario del padre e lo sfruttamento brutale di lavoro malpagato e sulla truffa – diventerà presidente degli Stati Uniti d’America. Diciamolo in altra maniera: uno schiavista diventerà presidente del paese che, nel 2008, reduce da due sconfitte militari e sprofondato in una crisi finanziaria disastrosa, affidò la Presidenza ad un intellettuale dalla pelle nera.

Obama disse tre parole: Yes we can. Otto anni dopo possiamo dirlo, quelle parole erano un esorcismo, e l’esorcismo non ha funzionato. In questo ultimo decennio abbiamo capito che l’impotenza è il tratto decisivo del nostro tempo. A parte una riforma sanitaria scritta sull’acqua, Obama non ha potuto nulla. Non ha potuto mettere sotto controllo le potenze scatenate della finanza, non ha potuto impedire la vendita di armi a qualsiasi disgraziato. Non ha potuto interrompere la catena infinita di omicidi razzisti polizieschi. Non è stato possibile uscire dalla guerra afghana e neppure dalla guerra irachena. Nel frattempo la guerra si è diffusa dovunque. Anche sul territorio degli Stati Uniti, anche all’interno dell’apparato istituzionale e militare degli Stati Uniti, dove si è creata una situazione
di doppio potere che può condurre all’aperta guerra civile.
Non sappiamo cosa accadrà nelle prossime settimane, non sappiamo se il movimento dei neri e degli occupy riuscirà a portare la guerra civile nelle strade d’America, ma la guerra civile è all’ordine del giorno in quel paese. Come ovunque. L’esperienza di Obama è stata forse l’ultimo tentativo di governare razionalmente l’ingovernabile complessità infinita del mondo iper-connesso e globalizzato.

L’effetto che la presidenza Obama ha prodotto è il risveglio della bestia razzista che stava addormentata nell’inconscio americano. Quella bestia è la forma contemporanea di un’aggressività cieca dei lavoratori bianchi umiliati. L’eroina dilaga da costa a costa come un’epidemia che segue alla depressione e la moltiplica. Al governo ora sale l’arroganza bianca, e quello che succede in America è la tendenza generale del nostro tempo. Hitler, lo sconfitto del secolo ventesimo, riappare come nume tutelare del secolo che avanza.

Kassel è una città particolare. Trovandosi nel centro della Germania, fu completamente distrutta dai bombardamenti nel corso della seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra si volle fare di quella città il simbolo di un mondo che aveva chiuso con la guerra e con il fascismo. “Documenta” u il nome della manifestazione quinquennale cui venne affidata la funzione di mantenere viva quella consapevolezza. Il centro della manifestazione è il palazzo settecentesco Fridericianum, uno dei pochi edifici che non sia stato distrutto dai bombardamenti.
Il 17 dicembre la direttrice del Fridericianum, Susanne Pfeffer ha convocato un incontro pubblico dal titolo A new fascism? I relatori erano, oltre me, Wilhelm Heitmeyer, Chantal Mouffe, G. M. Tamás.
Alla domanda: È il fascismo che ritorna? rispondo in maniera non univoca. La dinamica sociale che è venuta allo scoperto nel 2016 è quella che già conoscemmo in Italia e in Germania negli anni Venti e Trenta. L’impoverimento dei lavoratori ad opera del capitale finanziario e l’umiliazione politica prodotta dal tradimento della sinistra porta i lavoratori europei a riconoscersi nell’identità nazionale aggressiva, poiché la solidarietà sociale si è dissolta. Quello che abbiamo visto nel 2016 è solo il prologo, e non ha senso farsi illusioni di una pacifica evoluzione della situazione prodotta da quarant’anni di neoliberismo globalista.

Molti ebrei europei continuarono a illudersi fino al 1941 che la realtà sarebbe stata diversa dai discorsi di Hitler. Ogni lettore di Isaac Bashevis Singer sa che in questa maniera molti si lasciarono intrappolare.

Abbandoniamo le illusioni, riconosciamo le fattezze della bestia.

Possiamo dire che il fascismo, non più fenomeno limitato a Italia Germania e Giappone si sta diffondendo in quasi tutti i paesi del mondo? Sì e no. Per ragioni antropologiche, tecniche che sono più forti di quelle ideologiche, il fascismo non torna nelle forme che abbiamo conosciuto nel ventesimo secolo.
Ho cominciato il mio intervento ricordando il filosofo Karl Jaspers, considerato uno degli iniziatori del movimento esistenzialista. Nel 1946, in uno scritto dal titolo die Schuldfrage, Jaspers consigliava di distinguere la forma storica del nazismo che si era appena manifestata, e il senso profondo del nazismo, che si può identificare nel primato del funzionale e nell’affermazione aggressiva della superiorità razziale bianca. Il nazismo storico non si ripresenterà, diceva, ma il totalitarismo è destinato a ripresentarsi in una forma che farà apparire il regime di Hitler come una prova teatrale in un teatro di provincia. Ecco, forse ora siamo all’inizio della rappresentazione vera e propria, lo spettacolo finale.

Prepariamoci, perché non è detto che vada a finire male. L’esito del trauma dipenderà dalla nostra immaginazione, dalla nostra creatività concettuale poetica, scientifica. Dipenderà da come riusciremo a mantenere sereno il nostro animo, a esprimere felicità nell’apocalisse. Forse è il momento di studiare Seneca. Lo stoicismo e il corpo erotico del general intellect. Ecco l’antidoto.

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