ROMA – Espulso dal partito. Per due anni. Motivazione: la scelta di uno ha messo in crisi tutto il partito e poi il governo. Punito. Franco Turigliatto resta a Palazzo Madama ma non occuperà più i banchi di Rifondazione comunista che non lo riconosce più come “suo”.

“Hanno processato me ma la politica di questo governo è finita” sono le prime parole del senatore punito. Che aggiunge: “Non si può marciare il sabato e lunedì votare in modo contrario su qualunque cosa. Cosa farò? Intanto chiedo se tra due anni ci sarà ancora Rifondazione comunista”.

C’è grande confusione nel Prc, sempre più divisa in correnti e sotto-correnti, quattro, cinque, forse sei. Il processo è cominciato venerdì della scorsa settimana, due giorni dopo la crisi, davanti alla Direzione nazionale. Franco Turigliatto aveva detto no alla politica estera di Massimo D’Alema e il suo voto contrario era stato decisivo per mandare sotto il governo e provocare la crisi. Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione, lo aveva espulso dal gruppo di palazzo Madama. La Direzione nazionale aveva approvato un ordine del giorno in cui chiedeva il deferimento al Collegio nazionale di garanzia, l’organismo che vigila sullo statuto del partito, per valutare un provvedimento punitivo. Insomma, s’era capito da subito che c’era aria di esplusione e la base del partito aveva fatto arrivare ai vertici il messaggio che si ribellava a provvedimenti dal vago sapore stalinista.

Ieri, prima del voto di fiducia al Senato, Turigliatto è stato sentito dal Collegio nazionale di garanzia per spiegare, valutare, decidere. Davanti ai giudici del partito Turigliatto ha ribadito la sua posizione, quella che ha pronunciato in serata per la dichiarazione di voto: sì alla fiducia ma “su Tav e Afghanistan voterò nuovamente no”.

Inevitabile, quindi, la decisione arrivata intorno alle 2 del pomeriggio: espulso per due anni; il massimo è tre; poi c’è la radiazione. Una decisione sofferta e lacerante: su 25 presenti ci sono stati 14 sì (il minimo richiesto è 13) e sei voti contrari. La motivazione è chiara: “Il compagno Turigliatto non ha partecipato al voto sulla relazione di politica estera fatta dal ministro degli Esteri a nome del governo nella seduta di mercoledì 21 febbraio nonostante gli organismi dirigenti di Rifondazione e il gruppo senatoriale avessero deciso di approvare la relazione stessa” recita il dispositivo del Collegio di garanzia. In poche parole: ha disobbedito agli ordini, il suo voto ha provocato la crisi di governo e ha messo in difficoltà il partito.

L’espulsione provoca forti mal di pancia dentro Rifondazione. E pone qualche problema di numero. Turigliatto è uno dei leader della corrente “Sinistra critica”, la terza forza dopo la maggioranza, i bertinottiani, che ha circa il 60% all’interno, e “L’Ernesto” . Al quarto posto c’è “Falce e martello”.

“Pensavo che il tempo delle espulsioni fosse finito” dice Turigliatto in una conferenza stampa organizzata a Montecitorio con l’onorevole Salvatore Cannavò, anche lui della Sinistra Critica. “Questa decisione mi fa male, per tanti motivi. Uno di questi è che faccio militanza dal 1965 e ricordo che per Costituzione il parlamentare non è sottoposto ad alcun vincolo di mandato”. E poi, inutile nascondersi dietro un dito: “Se il governo cadrà, sarà perché ha segato il ramo su cui è seduto visto che il suo elettorato non lo voterà più. Il governo sta aprendo la strada al populismo della destra”.

Mail, messaggi, sms. La solidarietà a Turigliatto è arrivata da tutta Italia. Lui è commosso e compiaciuto, in pace con la sua coscienza di politico. “Hanno criminalizzato me e Rossi – spiega ancora il senatore – per nascondere la debolezza sociale del governo. C’è un problema di democrazia parlamentare se il nostro ruolo è solo quello di schiacciare un bottone e se non c’è libertà di coscienza”.

Sinistra Critica è lo zoccolo trotzkista all’interno di Rifondazione, si porta dietro tra il 7 e l’8 per cento dell’elettorato ma raccoglie buoni consensi anche tra i Movimenti e tra i pacifisti. Il gruppo ha chiesto la revoca del provvedimento e ha annunciato “una battaglia di opposizione dentro il partito”. Mentre i moderati dell’Unione, dice Controcorrente sinistra Prc (un gruppo genovese interno a Prc) “utilizzano i propri dissidenti per spostare verso destra la linea politica del governo, Rifondazione li espelle per dimostrare la propria affidabilità. In questo, tra l’altro, i vertici del partito legittimano la campagna lanciata nei giorni scorsi proprio contro Rifondazione per attribuirgli la responsabilità della sconfitta del governo sulla politica estera”.

Il segretario Franco Giordano ha sempre più anime da tenere a bada dentro il partito e, a forza di scissioni e spaccature, rischia di avere numeri sempre più piccoli.

(1 marzo 2007)

Cattura.JPG

Annunci