Cinzia Nachira, Joseph Halevi
da http://www.sinistrainrete

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Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso, quando la resistenza palestinese emergeva come punto di riferimento a livello internazionale, i maoisti erano sostenitori della tesi che quella resistenza si scontrava con “due contraddizioni: una primaria e una secondaria”. Quella primaria era rappresentata da Israele e quella secondaria dai regimi arabi, tutti inclusi compresi le petromonarchie del Golfo.
Da quell’epoca il mondo, tutto intero e non solo la Palestina e il mondo arabo, si è avviato su una via di arretramento spaventoso che in tutti campi ha avuto come risultato tangibile l’aumento esponenziale dei livelli di violenza. Orientarsi in mezzo a questo mare di sangue è assai difficile perché spesso per riuscirci si cerca un modo per non vedere la sostanza di quel sangue e delle sue conseguenze. Quando era in auge la tesi maoista citata all’inizio, per esempio, si chiudevano gli occhi su una verità imbarazzante: la cosiddetta “contraddizione secondaria” aveva provocato più morti tra i palestinesi di quella primaria. Ma in nome di un malinteso dovere di scelta, quei morti non contavano, o contavano molto meno.
Questo ragionamento oggi purtroppo viene alla luce in modo evidente in coloro che da sinistra appoggiano il regime dittatoriale del clan Assad in Siria, perché, a loro detta, l’alternativa significherebbe appoggiare il progetto califfale e i vari gruppi integralisti islamici che proliferano in Siria. La cosa che sconcerta è che questa difesa di Bashar al Assad è retroattiva, perché si difendono anche molti episodi in cui l’esercito siriano, spesso con il via libera degli Stati Uniti, di Israele e della Lega Araba ha commesso stragi di massa. Ad Hama nel 1982 l’esercito di Assad padre attaccò la città e furono uccise tra le quindicimila e le ventimila persone, dopo la rivolta dei Fratelli Musulmani che provocò trecento morti. Una rappresaglia in senso classico e assumere questa argomentazione come “spiegazione” di un eccidio (furono rastrellati anche gli ospedali) significa accettare la logica con cui in Europa la destra e l’estrema destra, insieme ai revisionisti e negazionisti di ogni risma, mettono sullo stesso piano la resistenza e le rappresaglie fasciste e naziste. Ma, ancora prima, l’esercito di Hafez al Assad nel 1976 attaccò il campo palestinese di Tall el Zaatar in Libano.

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Non è, quindi, una questione legata alle dinamiche innescate dalle rivolte arabe, ma dal fatto che molti, per non dire tutti senza esclusione, sostenitori del clan Assad lo fanno in nome di due cose: la Siria, come l’Iraq e la Libia, erano alleati dell’URSS, che nella regione solo apparentemente era sul fronte opposto rispetto agli Stati Uniti e a Israele. Non a caso, infatti, coloro che aderiscono a queste posizioni rimpiangono il 1989 e accusano chi oggi non ha dubbi nel vedere e riconoscere i crimini delle dittature arabe ex alleate dell’URSS di essere passati a sostenere gli Stati Uniti. Mentre loro coerentemente con il primo errore ne commettono un secondo, macroscopico, accettano di chiudere gli occhi su quelle dittature perché sono alleate della Russia di Vladimir Putin, come se questa fosse un’estensione dell’URSS. Ma per quanto si possa e si debba dibattere sulla natura e il ruolo dell’URSS è altrettanto evidente che dal 1989 ad oggi la Russia di Vladimir Putin sia altra cosa.
Ora che il coperchio del vaso di Pandora è saltato dopo la strage di Aleppo nel dicembre scorso, i sostenitori a oltranza del regime di Bashar al Assad non hanno altra scelta se non quella di cancellare dal proprio approccio la dialettica. Per costoro chi riconosce le rivolte arabe iniziate nel 2011 e ne sottolinea il valore dirompente si schiera tout court con l’integralismo islamico e con i suoi sostenitori e finanziatori regionali, le petromonarchie del Golfo e la Turchia. Come se in definitiva lo scontro nel Vicino Oriente affondi le proprie basi nella religione, o come se i vecchi regimi siano i rappresentanti cristallini e senza macchia della laicità in quella parte del mondo. Mentre, sono ben noti da tempo i rapporti strumentali che questi regimi hanno avuto per decenni con gli integralisti islamici, dall’Egitto alla Siria (appunto). Ma soprattutto, questa lettura distorta degli sviluppi della rivolte arabe ignora le ragioni sociali, economiche e politiche che hanno spinto per primo il popolo tunisino, seguito da molti altri, a scendere in strada contro quelle dittature corrotte che hanno depredato i loro popoli.
Quando le vie di Tunisi, quelle del Cairo e di Alessandria, di Tripoli e Bengasi come quelle di Daraa o di Aleppo hanno accolto le manifestazioni spontanee nel 2011, le organizzazioni politiche islamiche (più o meno estremiste o moderate) non hanno potuto portare in piazza le loro bandiere. E questo per la buona ragione che gli integralisti islamici avrebbero fatto molto volentieri a meno delle rivolte, ma per un verso non potevano fermare gli eventi e i propri aderenti, soprattutto i giovani, che erano massicciamente scesi in piazza (contro i desideri dei loro leader) e, per altro verso, hanno colto due occasioni d’oro: le ambiguità dell’Occidente, in primis degli Stati Uniti, offrendosi come “alternativa credibile e affidabile” rispetto ai vecchi dittatori ormai ingombranti e imbarazzanti. Per un altro verso, hanno saputo ben sfruttare le contraddizioni e le debolezze della sinistra laica nel Vicino Oriente, presentandosi soprattutto in Tunisia e in Egitto come l’alternativa al caos. Soprattutto dopo che le rivolte in Libia e in Siria, a causa delle repressioni feroci dei regimi e della militarizzazione dello scontro voluto da questi, si sono trasformate in sanguinose guerre civili.
Sostenere che le rivolte arabe sono state un enorme complotto eterodiretto il cui strumento erano gli integralisti islamici è ridicolo, perché non si è trattato di un fenomeno che abbia coinvolto poche migliaia di persone, ma milioni.
Ma ancora, i paladini dei vecchi regimi intimano a chi invece non li appoggia in buona sostanza a scegliere da che parte stare tra Stati Uniti, Israele, petromonarchie, Turchia e Russia, Hezbollah, Iran e il regime di Assad in Siria, quello di Gheddafi in Libia, ecc. Eppure, questa intimazione non risponde a una domanda che pone lo svolgimento dei fatti: ormai è confermato sia da esponenti militari statunitensi che da fonti diplomatiche e governative russe che la Russia si sta da settimane (non a caso dopo il massacro di Aleppo) coordinando con gli Stati Uniti a livello militare nella regione. Come spiegano questo fattore coloro che pensano che Putin sia “antimperialista”? Semplicemente non lo spiegano, perché non lo vedono.
Anzi, spesso chi intima agli altri di scegliere, ha già scelto negli Stati Uniti di appoggiare Donald Trump, perché con il protezionismo e il sovranismo farebbe gli interessi dei lavoratori statunitensi. Chi oggi tira giustamente un sospiro di sollievo per le grandi manifestazioni che si sono svolte negli Stati Uniti e altrove nel mondo contro le politiche annunciate (e prontamente e follemente attuate) dalla nuova amministrazione statunitense, come quelle in corso in questi giorni contro la decisione di fatto di impedire l’ingresso negli USA ai possessori di doppia cittadinanza, con l’alibi della lotta all’ISIS, vengono accusati di essere a favore di Hillary Clinton. Non si ammette la terza possibilità: considerare Trump e i suoi progetti politici una sciagura senza doversi schierare con il meno peggio.
Per questa ragione, la scelta doverosa è quella di sostenere chi lotta contro i propri dittatori senza perdere il senso di umanità. Perché è necessario cambiare il mondo.

 

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