Di Checchino Antonini

«Su Aldo Milani non c’è nulla – spiega a Popoff, Marina Prosperi, dopo aver letto finalmente gli atti della Procura – e perfino i Levoni nella loro denuncia chiariscono che non hanno assolutamente idea del suo eventuale coinvolgimento».

Ora si attende (ci sono cinque giorni di tempo) la decisione del giudice sulla scarcerazione o la convalida dell’arresto di Aldo Milani, coordinatore nazionale del SiCobas, arrestato per estorsione assieme a un personaggio estraneo al sindacato di base e dai contorni meno chiari di quelli dell’esponente sindacale. Sarebbe un personaggio legato a una delle cooperative che forniscono manodopera all’azienda dei fratelli Levoni. Il suo ruolo nella vicenda è ancora oscuro ma già dalle prime ore dopo l’arresto, il SiCobas aveva smentito la sua appartenenza al sindacato e s’era chiesto che cosa ci stesse a fare al tavolo della complessa trattativa.

Prosperi parla al termine di una lunga udienza di convalida, due giorni dopo il clamoroso arresto “per estorsione” con una copertura mediatica fuori dal comune per un sistema giornalistico abitualmente cieco di fronte alle vicende del sindacalismo combattivo. Troppi giornalisti si sono prestati alla pratica infame di sbattere il mostro in prima pagina senza altra prova se non quella fornita dalla questura: una velina e un video a cui era stato scientemente tolto l’audio. “Ecco il film della mazzetta”, «Pagate 90mila euro per la cassa di resistenza e non ci saranno altre mobilitazioni», sono solo alcuni dei titoli comparsi nelle ultime 24 ore per sostenere l’idea di una violenza strumentalmente pilotata durante le proteste. «Abbiamo il sospetto – ha detto il procuratore capo di Modena, Lucia Musti – che altri imprenditori siano stati vittime di questo sistema estorsivo. A loro chiediamo di farsi avanti. La pace sociale non può essere merce di scambio». Una bomba contro il SiCobas e contro la possibilità per tutti che possano esserci pratiche sindacali conflittuali che, molto spesso, in questi anni hanno conseguito successi che le tiritere concertative non sono mai state in grado di conseguire.

Negli hub, a macchia di leopardo e specialmente al nord, sono proseguiti gli scioperi dei facchini e almeno cinquecento persone hanno manifestato anche oggi di fronte al carcere di Modena dove s’è svolta l’udienza preliminare. Assieme ai lavoratori SiCobas c’erano militanti di Sinistra Anticapitalista, Pcl,  Falcemartello e Carc, che da subito hanno condiviso lo sdegno e l’incredulità per una vicenda giudiziaria che aveva tutto il sapore di una trappola, di una montatura. I confederali, che vedono come fumo agli occhi le pratiche non concertative, non hanno perso l’occasione di blaterare sulla legalità: «I fatti di Modena ancora una volta evidenziano le distorsioni presenti nel settore della logistica che versa in uno stato di degrado – scrivono unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti – sono in atto dinamiche distorte che denunciamo da anni e che inquinano l’intero settore e danneggiano i diritti e le condizioni dei lavoratori. Con l’istituzione del ‘Tavolo della Legalità’ del 2014 abbiamo chiesto un intervento strutturato del Governo per ripristinare regole e modalità trasparenti nonché attivare misure di contrasto ad ogni forma di illegalità». Una delle dinamiche distorte, però, la più dannosa per chi lavora, è perfettamente legale: la condiscendenza dei sindacati confederali ai dictat padronali, la subalternità ai governi, la rinuncia a dare voce ai bisogni dei lavoratori.

Distorta, come dinamica, anche la “prudenza” nei confronti della macchina del fango sul SiCobas da parte di chi considera competitor ogni esperienza sindacale estranea alla propria parrocchietta. Con pochissime eccezioni (per esempio la minoranza Cgil, Il Sindacato è un’altra cosa, l’Adl, i lavoratori e delegati indipendenti Pisa), le sigle di base sono state timidissime con alcune punte di parossismo come quella toccata da Piero Bernocchi che ha preso parola per invitare «tutti i mezzi di informazione ad evitare qualsiasi confusione tra i Cobas e il cosiddetto SI Cobas». Una presa di posizione che ha causato malumori anche all’interno della sua organizzazione.

«Un abuso terrificante, un atto repressivo gravissimo: arrestare segretari sindacali con accuse costruite ad arte per ingabbiare le lotte sul lavoro è fascismo puro», scrive Acad Onlus esprimendo «piena solidarietà ad Aldo e a chi come lui ogni giorno non abbassa la testa per rivendicare i diritti dei lavoratori».

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