Di Gabriele Battaglia Scritto per «Orizzonte Cina»

Si va concludendo l’anno in cui abbiamo celebrato il 50esimo anniversario della Rivoluzione Culturale e il 40esimo della morte di Mao. Oggi, come vivono le nuove generazioni quegli eventi lontani? Il potere suggerisce di non risvegliare gli spettri del passato e loro sembrano adeguarsi.

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…….. Una coppia di giovani amici cinesi si divide sull’interpretazione della Rivoluzione Culturale e, più in generale, del passato maoista. La donna, figlia e nipote di militari, è legata anche affettivamente all’immagine di quel Mao nella cui Cina non ha mai vissuto: «Ha fatto grandi cose». Per lei ha creato Xinhua, la nuova Cina, e mantenuto sempre in uno status elevato quell’Esercito Popolare di Liberazione di cui la sua famiglia fa parte. L’uomo, figlio di intellettuali e «vecchi comunisti» considera invece il Grande Timoniere poco meno di un criminale: «Mio nonno ha sofferto tantissimo in quel periodo, mio padre ha dovuto ricominciare da capo». Ma questo amico è lo stesso che ora magnifica il presidente Xi Jinping, che a molti dispensatori della vulgata occidentale ricorda (erroneamente) proprio Mao Zedong: «Il presidente Xi è quello che ci vuole, un uomo forte».

Tra di loro preferiscono non parlare di questo passato che li divide e crea una potenziale tensione emotiva. Del resto, la formula coniata da Deng Xiaoping all’inizio degli anni Ottanta per cui Mao sarebbe stato «70 per cento buono e 30 per cento cattivo» – che si dice sia stata oggi riveduta su un più equilibrato 60-40 nei corridoi del potere – è ecumenica il giusto. Si può prendere il Mao che si preferisce, come al supermercato: il carismatico condottiero che ha sconfitto giapponesi e reazionari creando la Cina contemporanea e dando dignità a milioni di oppressi; o quello che ha messo i cinesi uno contro l’altro e provocato milioni di morti negli eccessi del suo volontarismo rivoluzionario.

In questo atteggiamento, la giovane coppia asseconda perfettamente la versione ufficiale del Partito, che risale al 1981, secondo cui la Rivoluzione Culturale «non è stata in nessun modo una rivoluzione o una forma di progresso sociale». Fu al contrario «un periodo caotico a livello nazionale, erroneamente lanciato da un leader, sfruttato da una cricca contro-rivoluzionaria, che ha recato gravi disastri al Partito, al Paese e alla gente di tutte le nazionalità». Mao ha sbagliato, la banda dei quattro ha cavalcato l’errore, abbiamo tutti sofferto. Punto, basta, non se ne parli più.
La ricorrenza dello scorso maggio è stata «celebrata» dai media di Stato con un solo, ripetuto messaggio: «La Rivoluzione Culturale non tornerà più».

Queste storie personali ci dicono soprattutto una cosa. I giovani cinesi, a cui è stata negata la rilettura critica del «decennio di caos» 1966-1976, ne percepiscono echi soprattutto le storie familiari e in base a quelle si formano un giudizio. Al tempo stesso hanno colto il messaggio che viene dall’alto: d’accordo, ci sono stati degli errori, ora bisogna guardare avanti.

La generazione che salirà al potere dopo l’attuale leadership, presumibilmente nel 2022, è quella di Tian’anmen ’89. Non necessariamente i protagonisti di quella primavera pechinese, ma la generazione che ha vissuto le riforme e aperture degli anni Ottanta da adolescente, il movimento degli studenti da giovane, il compromesso «rinuncia alla politica in cambio di benessere» da adulta. Anche in quel futuro prossimo, probabilmente, non assisteremo ad alcuna rilettura critica. La Cina cambierà, come sempre ha fatto nella sua storia recente, attraverso percorsi carsici. Eludendo divisioni e tensioni emotive, come la giovane coppia di Pechino. Rispettando gli antenati, come il giovane studente di Yale. Ecco la Cina post-politica nata dalla trasformazione dello stesso Partito comunista, la de-maoizzazione nel nome di Mao.

Eppure, fuori dalla versione ufficiale – a cui ben pochi credono anche se molti non sanno comunque a cosa credere – ci sono alcuni individui legittimati a parlare di quel del passato che scotta. Sono ex guardie rosse, ormai tra i 60 e i 70 anni, che la Rivoluzione Culturale hanno vissuto in prima persona. Al momento delle ricorrenze dello scorso maggio, ci siamo tutti tuffati tutti su di loro, li abbiamo cercati, stanati, fatti parlare. Si sono lasciati volentieri intervistare. Hanno raccontato di come per loro quel 1966 fu sia un momento liberatorio – critica e distruzione di ciò che li opprimeva – sia una tragedia di cui si resero conto troppo tardi, sulla propria pelle. Sono molto più politici delle generazioni successive, continuano ad avere quella forma mentis, leggono il passato e il presente, scrutano, criticano. Erano così da giovani, sono così oggi, solo un po’ più ironici e distaccati.

Sono mine vaganti che prendono il potere di petto?
La sensazione è che no, non lo siano. Svolgono una funzione catartica e soddisfano le esigenze della stampa occidentale. Servono anche loro a chiudere con quel passato. Sono figure di un oblio controllato, che lascia fuoriuscire qualcosa a beneficio dello spettacolo. Da queste parti, i mutamenti non avvengono risvegliando gli spettri del passato.

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