agnese

C’E’, costantemente, in tivù e, quindi, ovunque, la ministra Maria Elena Boschi.
Bella, giovane, ricca. Portatrice sana di quel glamour che le deriva dallo status di nascita.
Modello raffinato di nuovo ceto politico declinato al femminile. Lanciato, in modalità volgarizzate, dal grande corruttore, Silvio Berlusconi.

Volteggia elegante a inebriare di sé le platee, per vincere l’ennesima partita con la vita. Risultato, da sempre, scontato nel suo trionfale percorso esistenziale.
Lo fa, stavolta, con un leggero palpito di preoccupazione perché il contendere, l’oggetto del giudizio, la coinvolge direttamente. La riforma costituzionale, frutto di menti brutali e raffinate, porta la sua firma; insieme a quella di Matteo. L’amico di sempre con il quale ha incrociato e sigillato, con un nodo gordiano, il proprio destino pubblico.

Scivola via lungo i desideri disciplinati del popolo, quasi, soggiogato. Blandito da chincaglierie sempre più rozze e virtuali. Pressoché pronto a un sogno disciplinato e collettivo; indotto dall’ammaestratore che risulterà vincente alla fine dei giochi di selezione.
Sempre, però, è possibile che negli ingranaggi oliati e ben progettati, finiscano sassolini e scorie irrazionali al sistema dato e lo blocchino inopinatamente.
Noi, untorelli antisistema, lavoriamo per il sabotaggio; ma questa è un’altra storia.

Appare e sogna la bella ministra democratica. Immagina il giorno del trionfo e si prepara all’apparizione carismatica. Studia le parole appropriate con i maestri della retorica nazionalpopolare. Altri le scelgono il vestito adatto e il profumo che arriverà a scuotere, anche, i cuori e i cervelli dei già negatori; ma da accogliere, nell’ora del rinnovato trionfo, con benevola disponibilità, dentro la massa consenziente da guidare con pazienza e virtuosismo.
Lascerà, poi, che Matteo si esibisca nelle sue performance più bizzarre e riuscite. Parole gettate velocemente in pasto ruminante, da cui far risaltare le frasi a effetto imparate a memoria. Il tutto accompagnato dall’allenata disinvoltura giovanil-democratica e dalle smorfie grottesche che la divertono e la fanno sentire meglio. Sa che va un poco sopportato per le sue bizzarrie; ma lei lo conduce per mano dove deve arrivare. Dove le hanno indicato che bisogna andare.

Assapora la vittoria, ma qualcosa la infastidisce. Le fa dire, a volte, parole impulsive che deve, subito, correggere.
Non si capacita che ci sia intorno, questa resistenza testarda al progetto studiato, preparato con cura e da lei sottoscritto.
Si guarda e si vede per quello che è: bella, giovane e ricca. Accompagnata, nella vita, dalla fortunata predestinazione di classe.
Vincente come dettano i dogmi del successo. Una diva che ha scelto la politica invece dello spettacolo.
Una donna da ammirare, da desiderare, da invidiare.

Eppur, tante e tanti resistono e la contestano e la villaneggiano. Tesi a difendere un vecchio pezzo di carta contenente indicazioni mai applicate davvero.
Una carta firmata, anche, da altre donne poco profumate e mai predestinate al successo. Destinate alla fatica, alla violenza, al silenzio.
Alla ribellione!

C’ERA una volta, un’altra donna.
Si chiamava Guerina, figlia della guerra, quella Grande. Con un nome che era una sorta di ex-voto perché il padre l’aveva scampata. Come una promessa, aveva deciso di chiamare il primo figlio o la prima figlia col nome di quella cosa maledetta che aveva massacrato tanti contadini come lui.
Guerina, cresciuta fra le parole di riscatto collettivo, di utopia, era piena di passioni tumultuanti e di coraggio. Come quello degli eroi proletari di cui si raccontava, la sera, a voce bassa, dopo il lavoro nei campi.
Nei suoi vent’anni, Guerina si trovò a fare la staffetta partigiana. Meglio, scelse di essere una staffetta partigiana.
Passava, con la sua bici da uomo, attraverso i posti di blocco dei nazifascisti per portare i messaggi ai partigiani delle “SAP” di Romagna. Ai guerriglieri delle Squadre di Azione Patriottica.
Ogni volta, sapeva di rischiare la vita, la tortura, la deportazione in qualche tipo di inferno.
Ne era cosciente, come ogni altra sua compagna.
Ogni volta, comunque, prendeva il messaggio o riempiva la borsa di cibo e si metteva in cammino. Fino in faccia ai brigatisti neri e ai loro camerati nazisti. Fino ai compagni che l’aspettavano oltre il ponte.
La stessa paura, la stessa determinazione a andare avanti.

Dopo la Resistenza, fece la maestra elementare fino alla pensione.
Insegnava ai figli dei contadini a leggere, a scrivere, a far di conto. Spiegava i diritti degli esseri umani e di come era giusto battersi per confermarli e per allargarli. Raccontava di quello che aveva fatto insieme a tante compagne e a tanti compagni.
Fece il suo lavoro in qualche scuola elementare in terre contadine; forse, sempre, nella stessa.
A vedere i bambini crescere e diventare altro: dottori, avvocati, operai, ingegneri. Sindacalisti e militanti della lotta continua di classe.

Non andò mai in tivù. Non ebbe raccomandazioni potenti per incarichi prestigiosi. Non conobbe banchieri e ministri.
Restò fra la sua gente, dentro la sua classe, semplicemente, a insegnare e a ricordare collettivamente. A battersi contro il capitale e il suo stato.

Non era bella Guerina, ma sapeva sorridere in maniera contagiosa. In particolare, quando mostrava il suo attestato di partigiana.
Adesso che la ricordo e risento il suo sorriso, mi accorgo che è lo stesso di questa Costituzione.
Quello di tutte le staffette partigiane: vive, ammazzate, torturate e deportate.

Credo davvero che voi, figli e servi dei ricchi, non lo spegnerete.
Non azzardatevi!

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