Sono trascorsi 14 giorni dall’arresto dei 12 parlamentari curdi da parte della polizia dell’ormai “sultano” e palesemente dittatore Recep Tayyip Erdogan.
I deputati curdi, tra i quali il presidente del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), Selahattin Demirtas, sono stati già da subito trasferiti a Diyarbakir, la capitale del Kurdistan della Turchia (Nord Kurdistan) in una prigione di massima sicurezza a Edirne; tra l’altro è da notare che Demirtas è detenuto nello stesso blocco dei terroristi di al-Qaeda e di altri criminali pericolosi.
Stessa sorte per la co-leader dell’Hdp, la deputata Figen Yuksekdag, che però è stata trasferita a Kocaeli, a sud di Istanbul.
Proprio ieri Selahattin Demirtas ed la sua collega Zeydan hanno chiesto all’amministrazione penitenziaria il trasferimento nei blocchi A o B, ma l’amministrazione della prigione ha risposto dicendo di essere “in attesa di una risposta da parte del Ministero della Giustizia”.
L’Unione Europea si è limitata ad una timida protesta nei confronti del governo turco, senza prendere alcuna posizione decisiva volta alla liberazione dei 12 parlamentari curdi, accusati ingiustamente di essere terroristi.
Si sperava che dopo le parole dure del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, che aveva minacciato sanzioni economiche nei confronti della Turchia già per via dell’arresto dei giornalisti e dei politici di opposizione, ad Ankara si muovesse qualcosa, ma finora non è successo nulla e il “sultano” continua con

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