Di Checchino Antonini  da poppoffquotidiano.it

La terra trema fortissimo nel Centro Italia proprio mentre celerini in assetto antisommossa danno la carica, ad Alessandria, a un centinaio tra attivisti No Tav e sindacalisti Usb che chiedono di dirottare ai terremotati i soldi per il TerzoValico, 6,2 miliardi di euro, mentre tre governatori del Nord Ovest (Toti ligure, Chiamparino piemontese e il lombardo Maroni) implorano il ministro Delrio di non fermare un’opera «così strategica per tutto il Paese e per tutta l’Europa». E’ il 29 ottobre. Solo tre giorni prima, due inchieste, delle procure di Roma e Genova, hanno scoperchiato il pentolone di tre megaopere: il Terzo Valico di Giovi, appunto, il sesto macrolotto della A3, la Salerno-Reggio Calabria e il People mover di Pisa, il passante ferroviario che dovrebbe collegare l’aeroporto con la stazione. Agli arresti nomi eccellenti per associazione per delinquere, concussione, turbativa d’asta e tentata estorsione: i vertici Cociv, general contractor dei 3 appalti, un colosso quotato in borsa e capitanato dal gruppo Salini Impregilo e Andrea Monorchio, figlio dell’ex ragioniere dello Stato. Tra gli oltre 50 indagati c’è Giuseppe Lunardi, figlio dell’ex ministro berlusconiano delle Infrastrutture e Ceo della Rocksoil.

Un’opera, secondo Ferdinando Imposimato, il magistrato del caso Moro, concepita per «far tornare i conti» nel sistema tangentizio degli anni novanta. «Al Cociv viene assegnata l’opera senza gara, pochi giorni prima l’entrata in vigore di una direttiva comunitaria che l’avrebbe imposta – ricorda a Left, Antonio Bruno, ambientalista genovese di lungo corso e capogruppo a Tursi per la Federazione della sinistra – il progetto non è stato sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica perchè i governi di centro destra e centro sinistra hanno deciso che è un’opera di interesse nazionale! E’ chiaro che la stessa genesi di questo progetto è fortemente condizionata da poteri anche illegali». Infatti, le agenzie di quel giorno sono costrette a battere che è stata scoperta “una joint venture tra alcuni dei più grandi gruppi imprenditoriali italiani, che gestiscono appalti pubblici per miliardi, e soggetti in contatto con le cosche della ‘Ndrangheta; un sistema in cui la corruzione da occasionale diventa sistemica”.

“Nel 1991 si era annunciato con grandi fanfare il «Supertreno Milano-Genova», pensato per il trasporto passeggeri. Un ruolo simile a quello di Habitat in Val di Susa lo aveva subito giocato un piccolo gruppo di attivisti, riunito intorno all’insegnante Antonello Brunetti. Era il comitato interregionale «Alt al Supertreno Mi-Ge», che aveva fatto le pulci al progetto, scoprendo che il Tav avrebbe percorso i 120 chilometri della tratta guadagnando appena quindici minuti sul Pendolino, al prezzo di abolire le fermate intermedie. Prezzo salatissimo: solo 1800 persone al giorno percorrevano l’intera tratta“
ricorda Wu Ming 1, nel nuovissimo “Un viaggio che non promettiamo breve. 25 anni di lotte No Tav in Val di Susa” (Einaudi, 664 pagg, 21 euro) uscito cinque giorni prima di questo numero di Left, nella ricorrenza della battaglia del Seghino, il 31 ottobre del 2005, per bloccare i primi espropri in Valle. Per il Terzo Valico ci sarebbe stata la battaglia di Trasta del 10 luglio 2013, ore di fronteggiamenti tra centinaia di No Tav e forze dell’ordine, «e anche là fogli di via agli attivisti, e inchieste che svelavano la presenza della ’ndrangheta nella valle», si legge ancora nell’oggetto narrativo non identificato. Perché i libri di Wu Ming, sono al tempo stesso diari, inchieste, narrazioni di non fiction, mappe, ibridi letterari, giornalismo, biografie e storia. Tutto ciò per impedire che la letteratura possa divenire un esercizio consolatorio secondo un assunto programmatico noto da tempo: “Sgombrare il campo dalle narrazioni tossiche e diversive. Andare al nocciolo del conflitto, mostrare che tutte le lotte sono la stessa lotta”.

Così, oltre a fornire chiavi di lettura di un movimento straordinariamente longevo, che è stato capace di rendere desiderabile la lotta, WM1 riesce a dare conto, in presa diretta, dell’intreccio tra politica, neoliberismo, economia criminale e guerra, visibilissimo in Valle e ovunque sorgano cantieri del cosiddetto “interesse nazionale”.

Ricchissimo di note, il volume chiarisce cosa sia un general contractor:

“Il movimento sapeva bene che a favorire il crimine organizzato era l’istituto stesso del general contractor (inventato dal ministro dei trasporti di Craxi, Signorile, nel 1987, e rifinito dalla legge obiettivo di Berlusconi nel 2002, ndr). Da quand’era stato introdotto, si erano allentati i controlli sugli appalti, allungati i tempi e dilatati gli spazi in cui potevano infilarsi ditte in odore di mafia“.
Un meccanismo definito criminogeno da un ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, dopo lo scandalo Mose, e da Raffaele Cantone dell’Anac, l’authority anticorruzione.

In pratica, il committente pubblico affida a una società privata progettazione e costruzione ma con capitale tutto pubblico. Il general contractor ha discrezionalità nelle scelte, dirige i lavori, può introdurre varianti mentre gli vengono risparmiati sia il rischio d’impresa (lo Stato si accolla tutti gli oneri, quelli iniziali e quelli aggiuntivi) sia quello di mercato (il costruttore non dovrà cimentarsi con la gestione dell’opera, e non ha quindi alcun interesse oggettivo a realizzarla presto, bene e in economia). Ecco perché commissariare il Cociv non serve a niente.

«Il problema non sono le infiltrazioni ma il sistema corrotto delle grandi opere che, come dice Settis “non servono, serve farle“, sono inutili e devastanti – spiega anche, a Left, Livio Pepino all’indomani dell’ennesima retata di imprenditori – il sistema non lavora affatto per l’utilità pubblica ma per quella privata. Sono certo che gli episodi di corruzione siano molti di più di quelli che riusciamo a vedere perché le norme, come ad esempio la “legge obiettivo” (con cui Berlusconi ha sottratto centinaia di opere strategiche, a controlli e ricorsi, ndr) accentrando le decisioni sulle grandi opere, in realtà favoriscono la formazione di zone di grandi opacità».

Pepino è stato magistrato per quarant’anni, fino al 2010 e quasi sempre a Torino. Esponente di spicco di Magistratura democratica e fra i fondatori del Controsservatorio Valsusa, di cui è presidente. In questa veste ha sostenuto l’accusa nel procedimento avanti al Tribunale permanente dei popoli che, a novembre 2015, ha chiesto al governo di sospendere la Torino-Lione per le gravi violazioni dei diritti fondamentali della comunità valsusina. Neanche l’Anac riesce a scalfire una struttura «che dovrebbe essere attaccata soprattutto a livello politico. Quello che non succede nelle procure di Torino o di Roma, dove sono stati depositati esposti sulla vicenda delle infiltrazioni mafiose nei cantieri, dimostra un’incapacità “culturale” per un’operazione di analisi del meccanismo complessivo delle grandi opere». Pepino ha anche collaborato al docufilm “Archiviato. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa”: «Non c’è alcun dubbio – conclude – che la Procura di Torino sta concentrando molte risorse sul movimento No Tav e non ha altrettanta attenzione per perseguire reati commessi dentro il sistema compessivo delle grandi opere. Il dato oggettivo è che è stato costituito un gruppo di sostituti che si occupano solo del movimento come se fosse un fenomeno eversivo».

Il collegamento Genova-Milano, intanto, s’è rattrappito con gli anni nel tratto Fegino-Tortona ma costa quanto la ricostruzione della città di Gaza dopo i raid israeliani. I lavori per costruire le gallerie non sono ancora iniziati. Ed è per questo che chi ha le mani pulite chiede di fermare il progetto e dirottare quei miliardi verso opere più utili, dalla cura del territorio martoriato dal sisma fino all’ammodernamento delle linee esistenti.

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