di Franco Turigliatto

Sono trascorsi ormai 15 giorni dalla televendita della legge finanziaria da parte del Primo ministro ed ancora il Parlamento attende di ricevere il testo del provvedimento per discuterlo e pronunciarsi.

E’ difficile valutare la portata di alcune misure annunciate perché sottoposte ancora a verifica e trattativa e quindi correggibili. Renzi, impegnato nel suo contenzioso con la Commissione europea, ha continuato ad affermare che la legge di bilancio non la cambierà, ma alcune modifiche ha già dovuto introdurle a partire dal condono/sanatoria dei contanti nascosti nelle cassette di sicurezza (tra cui quelli di provenienza illecita) per l’opposizione che ha suscitato una norma così apertamente favorevole agli evasori e non solo.

Lo “scontro” con la Commissione europea è, entro certi limiti, utile a Renzi a un mese dal referendum costituzionale, per apparire come colui che si distingue dall’austerità di Bruxelles, che è capace di battere i pugni e difendere le ragioni dell’Italia. Ma gli serve anche per nascondere i veri punti qualificanti della manovra, tutta costruita a vantaggio delle aziende.

Nel confronto con Juncker e soci, c’è inoltre anche un gioco delle parti, una complicità; tutte le forze economiche e politiche europee della borghesia hanno interesse che il Sì referendario si affermi e che Renzi resti in sella; soprattutto conoscono bene le criticità dell’economia italiana e non possono certo permettersi il rischio di una crisi finanziaria di un paese delle dimensioni del nostro che potrebbe far saltare il fragile equilibrio dell’Unione Europea.

E’ in questo quadro che si inserisce la richiesta italiana di una maggiore flessibilità, a partire dalle spese che devono essere affrontate per l’emergenza migranti (3,8 o forse anche 4,2 miliardi) e gli interventi collegati ai drammatici eventi sismici (2,8), cosa che evidenzia tutta l’assurdità delle regole e dei vincoli finanziari europei di fronte alla realtà dei fatti, alla necessità di avere bilanci e politiche economiche non legate ad astratti parametri liberisti, ma capaci di affrontare i bisogni reali delle persone e dei territori.

Le politiche dell’Unione Europea (quindi di tutti i governi compreso quello italiano) di fronte al terribile dramma dei migranti sono semplicemente vergognose; l’Europa infatti avrebbe tutte le risorse per accogliere sul suo territorio coloro che fuggono dalla fame e da guerre distruttive (il più delle volte procurate dagli stessi paesi europei), mentre invece si alimentano le pulsioni xenofobe, reazionarie e razziste e si realizza il vergognoso accordo con la Turchia per bloccare l’arrivo dei migranti sul continente.

Il confronto sui decimali

Qualche considerazione sulle percentuali del deficit per il 2017 e sulle sue variazioni decimali, percentuali fino all’altro giorno considerate pari delle tavole della legge, percentuali in nome delle quali sono state sacrificate le pensioni, tagliata brutalmente la sanità, cancellati i diritti ed oggi apparentemente irrise dagli esponenti del governo italiano.

Secondo le regole del Fiscal compact, l’Italia, nella sua marcia di avvicinamento al pareggio di bilancio (norma introdotta nella Costituzione nel 2012 con vigenza dal 2014), l’incidenza del deficit sul PIL nel 2017 avrebbe dovuto essere dell’1,4%. Fin da subito era stato concordato con le autorità europee che invece sarebbe stato l’ 1,8% . Successivamente, invocando una serie di deroghe permesse dal patto in relazione ad avvenimenti eccezionali, era stata chiesta un’ulteriore flessibilità di bilancio, collocando il deficit al 2,2%. Il documento (Draft Budgetary Plan) inviato a Bruxelles propone infine un deficit del 2,3% o forse anche superiore. Difficile per la Commissione non segnalare che il governo italiano sta uscendo troppo dal seminato.

Il contenzioso con la Commissione non è sulla differenza dello 0,1% sul deficit, che corrisponde a circa 1,6 miliardi, ma su un altro parametro finanziario, il cosiddetto bilancio strutturale, cioè quello al netto degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum, che passerebbe dall’ 1,2% nel 2016 all’ 1,6 del 2017. Sotto la lente della Commissione ci sono anche l’entità delle spese per i profughi e per la ricostruzione post terremoto.

Ma sono in particolare le coperture delle spese che non convincono la Commissione, perché in larga parte corrispondono ad entrate una tantum, quindi non strutturali e permanenti, mentre altre appaiono fortemente aleatorie. Spese certe per entrate incerte, un vero castello di carta, così come facevano Tremonti e Berlusconi.

Sarebbe naturalmente buona cosa se lo scontro di Renzi con le politiche di austerità fosse reale, se lo sforamento delle regole europee fosse accompagnato da un vasto piano di salvaguardia dei salari, delle pensioni, di investimenti statali rivolti a creare posti di lavoro stabili e sicuri, di opere utili al benessere dei cittadini e di salvaguardia complessiva dell’ambiente, di un ritorno in campo dell’intervento pubblico per i bene comune., recuperando i soldi là dove ci sono con una patrimoniale e una riforma fiscale che faccia pagare le tasse ai ricchi. Ma non è così: la finanziaria resta dentro le politiche liberiste.
Così come non è vero che la manovra di Renzi sia espansiva. Il documento programmatico di bilancio 2017 prevede una crescita del Pil di appena l’ 1% e soprattutto conferma, com’è da 20 anni a questa parte, un saldo primario attivo (un vero record in Europa) dell’1,4%, pari a molte decine di miliardi. Cosa significa? Che anche quest’anno le spese, al netto degli interessi per il debito che incidono per il 3,7%, saranno inferiori alle entrate fiscali. Lo stato risparmia sulla spesa pubblica e sui finanziamenti per pagare il debito, con i sacrifici dei cittadini che servono a garantire le rendite.

Al centro l’impresa

Con un po’ di attenzione, non lasciandosi sommergere dal fatto che i media portano in prima pagina solo le modeste elemosine contenute nel disegno di legge, si possono individuare le vere grandi regalie alle imprese e ai padroni, che hanno indotto un giornale come “La Stampa” a titolare lunedì 17 ottobre “Alle imprese più del doppio dei fondi programmati per pensioni e sanità”.

Sobrio, ma essenziale anche il giudizio del presidente della Confindustria (sul “Sole 24ore” del 18 ottobre): “Interessante segnale di politica economica in chiave moderna”. Il ministro dello sviluppo economico Calenda è più esplicito: “Se si mettono insieme i provvedimenti presi da questo governo in meno di tre anni è chiaro che le imprese sono tornate finalmente al centro dell’agenda politica”. E ancora: “Industria 4.0 è il primo piano di politica industriale non dirigista di questo paese, così come il Jobs Act; alla base c’è una fiducia profonda nella capacità e nella responsabilità degli imprenditori”.

Il ministro quantifica anche la dimensione del denaro pubblico che scorrerà verso le aziende: “ Gli incentivi di industria 4.0 e in particolare super e iperammortamento pesano da soli più di 11 miliardi di euro… Nel triennio parliamo di oltre 20 miliardi di euro. Considerando il taglio dell’IRES arriviamo a superare i 30”.

Le scelte economiche e finanziarie del governo corrispondono a questa logica di fondo: solo le imprese possono rilanciare l’economia, gli investimenti e lo sviluppo; le risorse pubbliche non sono le protagoniste, devono essere indirizzate verso le imprese per “aiutarle” in questo loro compito. E’ la logica liberista; è quanto i governi stanno facendo da anni con risultati negativi in termini di occupazione, precarietà e dinamiche economiche stagnanti.

Grazie a questi regali ai capitalisti, Calenda si aspetta nel 2017 ben 11 miliardi di investimenti aggiuntivi anche se deve ammetterne i limiti: “Abbiamo perso circa un quinto del totale degli investimenti da prima della crisi. Riteniamo che le misure varate possano farne recuperare quasi metà”.

A questo punto si può capire meglio l’utilizzo delle risorse di una finanziaria che
vale circa 27 miliardi. Più della metà delle risorse, 15 miliardi, sono utilizzate per evitare l’aumento dell’IVA previsto dalla scorsa finanziaria, una misura certo necessaria per scongiurare un’ulteriore flessione sui consumi, in primo luogo quelli delle classi popolari che avrebbe effetti molto negativi sul ciclo economico e quindi sul PIL; una misura che viene in gran parte finanziata con la cosiddetta flessibilità, cioè a deficit.

Mettendo insieme tutte le decisioni che in un modo o nell’altro riducono l’imposizione fiscale e i costi delle imprese (alcune avranno ricadute sulla finanza pubblica solo a partire dal 2018) è possibile che si vada verso gli 8 miliardi. Resta molto poco per le misure sociali che non a caso si misurano generalmente in milioni e non in miliardi.

Le misure per le imprese

L’IRES, l’imposta sul reddito delle società, era nata nel 2004 (sostituendo la vecchia IRPEG) con un’aliquota fiscale del 33%; il governo Prodi nel 2008 aveva già operato un robusto taglio portandola al 27,5%; oggi la finanziaria la riduce al 24% producendo un risparmio per le imprese di oltre 4 miliardi annui!

Poi c’è il debutto dell’IRI, un’imposta sul reddito di impresa che prevede un regime di tassazione separata con l’obiettivo di allineare l’imposizione sui redditi d’impresa prodotti da imprenditori individuali e società di persone a quella delle società, cioè al 24%, per ridurre le tasse anche a questi soggetti , evitando tra l’altro le addizionali regionali e comunali.

Poi c’è il superammortamento, portato al 140% per le imprese che investono in beni strumentali, e l’iperammortamento (250%) per quelle imprese che investono nell’acquisto di beni per la trasformazione tecnologica e digitale. Circa un terzo dell’investimento sarà coperto da minori tasse: più di un miliardo nel 2018, 2,2 miliardi nel 2019, e poi in crescendo.

Il fondo centrale di garanzia dello stato viene aumentato a un miliardo e garantisce, presso le banche, i finanziamenti e quindi gli investimenti delle imprese. Secondo il governo dovrebbe essere una leva che assicura 25 miliardi di finanziamenti “garantiti”.

Per le piccole e medie imprese, per favorirne lo sviluppo, si prevede l’abolizione delle tasse sui capital gain che vadano a rafforzarne il capitale per almeno 5 anni, con il limite di 30 mila annui per gli investimenti dei privati e del 5% degli asset per investitori istituzionali, fondi pensioni e casse previdenziali.

Per invogliare i ricchi, che vivono all’estero da più di 10 anni, a rientrare in Italia pagando le tasse nel nostro paese, è stata studiata una particolare imposta a forfait.

Poi c’è la detassazione sui premi di produttività, che passano da un limite di 2.000 a 3.000 euro, mentre se ne allarga l’applicazione a una platea più ampia, comprendendo anche i dirigenti che non superino un reddito di 80 mila euro l’anno.

C’è poi l’incrocio tra le vecchie e nuove norme sulla decontribuzione, per incentivare le assunzioni, in particolare focalizzate sui giovani e sulle aree più depresse, prevedendo una riduzione fino a 3.250 euro dei contributi per tre anni, per i giovani assunti entro sei mesi del conseguimento del diploma e coinvolti in percorsi di scuola lavoro o in un tirocinio curricolare.

Una conclusione si impone: l’insieme di queste misure si configura come una nuova grande operazione di detassazione del capitale e quindi una grandissima riduzione delle entrate fiscali per lo stato.

L’APE e le altre misure “sociali”

L’uscita anticipata dal lavoro viene presentata come misura a vantaggio dei lavoratori; la truffa è totale. Siamo di fronte a lavoratrici e lavoratori che avevano già maturato il diritto alla pensione e quindi all’erogazione del salario differito dopo una vita di lavoro. La legge Fornero ha rubato loro questo diritto e salario, imponendo loro di restare al lavoro. L’accordo tra governo e sindacati ha confermato quella rapina permettendo al lavoratori di uscire dal lavoro solo indebitandosi con le banche e impiccandosi alle assicurazioni. Sul piano politico ci guadagnano il governo e le burocrazie sindacali loro complici, sul piano economico ci guadagnano le banche e le assicurazioni coi soldi dei lavoratori e le garanzie dello stato; ma più di tutti ci guadagnano i padroni e le imprese, i maggiori sostenitori di questa misura che si liberano di lavoratori vecchi e logori, potendo magari assumere giovani molto più produttivi con contratti svalutati sul piano salariale e dei diritti.

A vantaggio di chi va dunque il 1,9 miliardo previsto per l’APE dalla finanziaria? Ai pensionati più poveri vanno giusto alcune briciole come la quattordicesima aumentata o la modesta estensione della no tax area…..

Stesso discorso per il 650 milioni dello stato impegnati in 5 anni per le ristrutturazioni delle banche; queste potranno ristrutturarsi e liberarsi più facilmente dei cosiddetti esuberi; anche in questo caso le nuove eventuali assunzioni saranno fatte con le nuove regole del lavoro e i nuovi contratti del tutto svantaggiosi per i lavoratori.

Per quanto riguarda il finanziamento per i contratti dei dipendenti pubblici le cifre del governo sono ballerine. Di sicuro sono confermati gli 80 euro per le forze dell’ordine; lo stanziamento per il 2017 dovrebbe essere di 1,4 miliardi, di cui ben 500 milioni per i militari. Restano 900 milioni che i 3 milioni di lavoratori pubblici dovrebbero dividersi. Fate il calcolo e verificherete che l’aumento lordo mensile non garantisce neanche un caffè al giorno.

Per quanto riguarda la sanità il Fondo nazionale dovrebbe salire a 113 miliardi e poi a 114 nel 2018. Una metà circa dovrebbe essere legata alla spesa farmaceutica. Il problema è che questo fondo è straordinariamente sottodotato da molti anni a questa parte e che queste risorse non recuperano certo questo deficit; l’operazione che va avanti da anni è di favorire la privatizzazione della salute con i risultati che abbiamo davanti agli occhi: gli ospedali e più in generale la sanità pubblica vanno a rotoli.

Stesso discorso per la scuola, dove sono stanziati 128 milioni per le “scuole belle” e dove il primo ministro vanta l’assunzione di nuovi insegnanti. Alla scuola pubblica, nel corso dell’ultimo decennio, sono stati sottratti quasi 20 miliardi e sono stati ridotti fortemente gli organici, con pesanti conseguenze sul piano della qualità del servizio. Anche in questo caso l’operazione è di favorire la scuola privata e di stravolgere con la “Buona scuola” la funzione e il ruolo di quella pubblica. Siamo di fronte a vere e proprie operazioni truffaldine e mistificanti.

Lascia molto perplessi anche il bonus di 800 euro per i nascituri (premio alla nascita) e il buono nido di 1000 euro, previsti d’altra parte per il solo 2017. Al di là della parzialità e degli aspetti molto familistici, quel che occorre sottolineare è che le politiche del governo con la riduzione della spesa sociale, il taglio delle risorse agli enti locali, che a loro volto hanno ridotto drasticamente i servizi sociali, la precarietà e la disoccupazione, hanno reso la vita, in particolare delle donne, un vero e proprio percorso ad ostacoli per sopravvivere e decidere di avere e di far crescere dei figli.

Anche in questo caso viene concessa una modesta elemosina per nascondere il gigantesco furto sociale che le politiche di austerità hanno prodotto in questi anni sulla vita della stragrande maggioranza della popolazione. E un discorso simile possono essere fatti per i tanto reclamati bonus per i giovani.

Le entrate della legge

Le coperture finanziare della legge di bilancio sono per molti aspetti incerte, per altri del tutto discutibili, costruite a vantaggio dei ricchi e degli evasori patentati.

Abbiamo già detto che i 15 miliardi dell’Iva sono coperti per oltre 12 miliardi a deficit.

Dal rientro dei capitali esportati illegalmente dall’estero (un’ennesima voluntary disclosure) e dall’emersione volontaria delle somme nascoste nelle cassette di sicurezza e in soffitta, dovrebbero essere recuperati più di 2 miliardi. Si tratta dell’ennesimo condono e sanatoria di cui si capirà la reale incidenza economica solo a cose fatte. In ogni caso ancora una volta le diverse forme di evasione fiscale vengono premiate. Non ci risulta che i lavoratori abbiano potuto praticarla, visto che le loro tasse sono prelevate alla fonte e le pagano fino all’ultimo centesimo.

La cosiddetta rottamazione delle cartelle, con la chiusura di Equitalia (altra riforma dal chiaro intento elettorale in vista del referendum), e il recupero dell’evasione dell’IVA dovrebbe portare più di 4 miliardi; anche in questo caso si tratta di una discutibile sanatoria su tasse non pagate. Il 38,2% degli interessati è rappresentato da persone fisiche, ma il 23,5% da partite Iva e il 38,3% da società. Gli sconti a cui accedono potrebbero arrivare anche fino al 50%. Risalta il carattere una tantum di queste misure.

Dalla riconversione dei fondi di palazzo Chigi si dovrebbero recuperare risorse per 1,6 miliardi. Dai giochi, dalle dismissioni e dalla vendita delle frequenze delle telecomunicazioni dovrebbero arrivare circa altri 3,8 miliardi.

Decisive per raggiungere gli obiettivi di finanziamento la spending review e un’ulteriore riduzione della spesa pubblica, già duramente colpita negli anni passati. Dovrà aggirarsi su parecchi miliardi e non sarà certo indolore per le classi popolari.

Serve una risposta sociale

Di fronte a una finanziaria di questo genere le organizzazioni sindacali, insieme a tutte le forze politiche di sinistra (quella vera) e sociali, avrebbero già dovuto mettere in piedi un grande movimento per respingere una legge che va a tutto vantaggio della classe padronale. E’ noto che queste forze sindacali sono invece subordinate alle scelte del governo e dei padroni e lavorano per un autunno completamente freddo.

Alcune forze sindacali di classe e politiche di sinistra, se pure minoritarie, stanno lavorando, a partire dalle positive giornate del 21-22 ottobre (altre iniziative sono in programma), per costruire una resistenza sociale alle politiche del governo e della Confindustria e per sconfiggerli il 4 dicembre.

Il No sociale che queste forze provano a costruire, per respingere una controriforma istituzionale funzionale agli interessi della classe dominante, si deve esprimere anche nel rigetto della legge di bilancio. In queste settimane che ci separano dal voto referendario mentre in parlamento andrà in discussione la legge finanziaria, lavoriamo perché le lavoratrici, i lavoratori e le/i cittadine/i comprendano il legame che esiste tra queste due fondamentali scadenze politiche.

Annunci