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La notizia arriva quando siamo già a Caino nella valle del Garza, nel cupo nord di Brescia.
Siamo venuti per difendere una famiglia proletaria dallo sfratto a cui è stata condannata in quanto colpevole di povertà conclamata.
Ci chiediamo le ragioni di un nome così particolare per un comune della cattolicissima provincia bresciana. Sarà, magari, perché il primo centro di culto cristiano risale al 1039 e si chiama, ancora, Pieve della Mitria. Un evidente richiamo al culto dell’invitto dio Mitra; ben presente in questo straccio di valle, soffocata dalle montagne e dalla cicatrice profonda del Garza.
Ogni analisi finisce quando arrivano le prime informazioni da Piacenza.
Hanno ammazzato un lavoratore durante un picchetto alla GLS. L’hanno schiacciato con un camion che voleva forzare la resistenza operaia.
Non ci sarà la foto di un uomo fermo davanti a un bestione meccanico, bloccato da una reciproca umanità. Solo quella di un corpo massacrato, steso sul selciato e coperto da un telo.
La moglie e i 5 figli a cui raccontare l’indicibile. Come nei tempi feroci della rivoluzione industriale; dello sfruttamento brutale di ogni carne raccattabile per la produzione. Per il profitto, per il progresso deciso dal capitale e ben vigilato nei suoi Stati; detentori del monopolio della violenza.
Usata a ogni occasione per reprimere, per dare esempi; per garantire la crescita della civiltà dei profitti.
I tempi in cui non c’era luce per l’umanità segregata nelle fabbriche, nelle miniere, nei luoghi diversi dello sfruttamento bestiale. L’alternativa era morire di fatica, di malattie conseguenti o essere ammazzati nelle rivolte, nelle resistenze per i diritti di vita.
Roba che, ormai, ci pareva relegata, almeno in questa parte di mondo, nei libri di storia.
In realtà, la guerra di classe iniziata, nella sua fase industriale, nel tempo brutale della rivoluzione dell’energia applicata alle macchine per la produzione seriale, non è mai finita.
Le conquiste parziali degli sfruttati sono sempre, costantemente, messe in discussione dalla natura strutturale del sistema capitalistico. Garantito nei suoi meccanismi fondanti e prevaricanti dalle leggi e dagli strumenti repressivi del suo Stato.
Noi che ci battiamo, quasi ogni giorno, casa per casa, a fianco delle famiglie proletarie buttate fuori dalla produzione, perché non più utilizzabili nell’acquisizione dei profitti crescenti, ce ne siamo ben resi conto.
Ogni volta, a ogni storia; uguali nelle loro specificità.
Oggi, barricati dentro l’appartamento della vita di Ahmed, di sua moglie e dei loro due gemellini di 7 anni, lo sentiamo ancora più forte. La faccia di Ahmed è quella dell’operaio egiziano ammazzato a Piacenza. I suoi figli, gli stessi che sono rimasti orfani. La moglie, la madre che li protegge, la stessa a cui hanno dovuto raccontare l’indicibile.
Diciamolo con chiarezza, allora, c’è una guerra di classe in corso. L’hanno scatenata i ricchi del mondo contro i poveri che sono l’umanità nella sua stragrande maggioranza. Lo fanno nazione per nazione; per area economica data; per zona d’influenza assegnata.
Uno scontro di classe cha ha le caratteristiche di sempre. Schiacciare gli esseri umani sotto le logiche ideologiche del profitto indispensabile come unico strumento di crescita e di sopravvivenza dell’umanità intera. Reprimere chi non si piega al pensiero dominante. Creare eserciti di operai in attesa, pronti a tutto per lavorare. Perché solo nello sfruttamento viene garantito il diritto alla vita.
Costruire l’idea della violenza possibile e necessaria contro l’altro che si ribella. Una ferocia esercitata dagli specialisti addestrati dallo stato e da chiunque altro sia disponibile, alla bisogna.
Un camionista, un padroncino istigato dal padrone, va benissimo. Meglio lui che uno sbirro soggetto a condanne, anche, internazionali. Un fastidio da evitare, almeno, per ora.
Noi che ci battiamo a fianco dei dannati della terra, sappiamo che i “mandanti” sono altrove. Nei legislatori delle leggi che garantiscono e incrementano lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Negli ideologi che le propugnano. Nei ricchi che le sollecitano fra un pranzo di gala e un convegno. Fatto coi loro portavoce, i loro amministratori, i loro politici, le loro puttane.
Difesi dai cani da guardia che hanno addestrato alla ferocia. Pronti a sbranare alla prima puzza di povertà che sentono avvicinarsi alle zone “proibite”.
I ricchi stanno vincendo questa guerra perché i poveri non si battono; ma si muovono rassegnati fra un’occasione di lavoro e l’altra.
Qualcuno resiste, quasi più per disperazione che per coscienza.
Noi, fuori e dentro le fabbriche, i magazzini, le case sotto sfratto, i territori violentati, siamo con loro; in ogni caso. Fino a che sarà necessario, fin quando sarà giusto.
I poveri muoiono e scappano e non si battono.
PER ORA!
Lo scontro di classe è appena cominciato e non abbiamo deciso di dichiaraci sconfitti.

“ COME HAI OSATO CONTRASTARE IL MIO PROGETTO, E’ COSI’ CHE MI RINGRAZI (…)”
“ DOVEVA PUR ARRIVARE IL GIORNO IN CUI QUALCUNO TI AVREBBE MESSO DAVANTI AL TUO VERO VOLTO.”
(cit. “CAINO” di J. Saramago)

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