Rolando è un compagno italiano che vive da ormai trent’anni a Barcellona. Da sempre impegnato nei vari movimenti di lotta contro il capitalismo, è l’animatore (dopo aver partecipato all’esperienza di Altraitalia, da cui si è allontanato in polemica con le posizioni riformiste della maggioranza) di una nuova piattaforma di lotta per il recupero della memoria storica, a partire proprio dalla denuncia dei bombardamenti italiani su Barcellona durante la guerra civile. Da vari anni collabora con i compagni della CUP, mantenendo sempre una lucidità ed un’indipendenza di giudizio che, purtroppo, scarseggiano sia nell’estrema sinistra italiana sia in quella catalana. Su mia richiesta, ha accettato di inviare un articolo sulla situazione catalana.

QUATTRO RIFLESSIONI SULLA SITUAZIONE POLITICA CATALANA E SPAGNOLA, DAL BASSO E A SINISTRA

Sono passati ormai 11 mesi dalle elezioni comunali che hanno visto in molte delle principali città di tutta la Spagna conquistare il governo formazioni uscite da quella che si è data a chiamare “nuova política” e, in Catalogna, quasi quattro dalla costituzione del governo independentista.

Troppo poco per avventurare bilanci, ma abbastanza per individuare tendenze.

Azzarderò una breve analisi prendendo spunto dall’esperienza di attivismo di base in diversi movimenti presenti a Barcellona, ignorando volontariamente le polemiche giornalistiche o di politica istituzionale che occupano la ribalta dell’informazione, in particolare quella che viene diffusa a livello internazionale.

E parlerò della Catalogna, la realtà che conosco meglio.

Il contesto. Prima del 15 maggio 2011 (la occupazione delle piazze) questo territorio presentava già una intensa attività rivendicativa, di mobilitazione, di autoaggregazione. Sempre attivo, con forti movimenti operai e di difesa della propria cultura durante il franchismo, è stato scenario negli anni di infinita di campagne e mobilitazioni.

Come quella contro il referendum truffa orchestrato dai socialisti di Felipe Gonzalez per l’entrata della Spagna nella NATO (proposta che in Catalogna, nei Paesi Baschi e nelle Canarie, fu respinta dalla maggioranza della popolazione).

O quella contro la costruzione di centrali nucleari.

O ancora quelle, con gigantesche manifestazioni, contro le guerre in Yugoslavia e Irak.

Per non parlare degli scioperi generali, indetti spesso a malincuore dai sindacati di maggioranza.

Momenti algidi in cui il diffuso e denso tessuto di associazioni, organizzazioni, collettivi confluiva in una unica e ampia voce popolare, senza grandi organizzazioni a fungere da direttori d’orchestra ma spazi di coordinamento effimeri e partecipati da una miriade di soggetti. Sempre di una incredibile efficienza.

Non solo, dalla transizione ad oggi la società catalana ha prodotto centinaia di movimenti a forte componente popolare. Da quelli di solidarietà internazionalista (come adesso nei confronti dei richiedenti di asilo), a quelli di quartiere (capaci di promuovere e portare avanti campagne di autoriduzione e mille iniziative di autogestione), agli squatter e ai centri sociali, alle radio libere e alla stampa alternativa, alle correnti antipatriarcali, antifasciste, antimilitariste (con i “non sottomessi” degli anni 90), di difesa del territorio (contro le linee di alta tensione, contro operazioni speculative), antirepressive, culturali, musicali, artistiche, animaliste (dai gruppi contrari alla tauromachia ai vegani).

Movimenti che affiancano altre espressioni della società civile catalana con cui spesso s’intrecciano: un fortissimo associazionismo (solo a Barcellona vi sono 4.780 enti, con 555.000 persone associate e 134.00 volontari – in una città di un milione e mezzo di abitanti – che si occupano di praticamente tutti gli aspetti della vita sociale), le iniziative in difesa della lingua, delle tradizioni e della cultura catalane, un ricco movimento pedagogico, il cooperativismo.

Il tutto attraversato in gran parte da correnti ideologiche che potremmo definire “di sinistra” (con tutte le virgolettature che impone non solo la complessa realtà catalana ma anche, e soprattutto, la spessa foschia da cui ultimamente è avvolto il concetto stesso di “sinistra”): il femminismo, l’ecologismo, il postcomunismo, l’anarchismo (il cui retaggio, malgrado le debolezze delle varie aree dis-organizzate, continua ad essere forte, contribuendo alla diffusione di una cultura assemblearia in praticamente tutti gli ambiti della vita associativa) e, si, l’independentismo.

Quest’ultimo, bersaglio di moltissimi attacchi da destra e da (una certa) sinistra, in Catalogna è stato vertebrato storicamente da forze d’ispirazione marxista o marxista-leninista. E, come per l’area libertaria, ha intriso di messaggi e pratiche una gran fetta della società catalana. Solo recentemente e di fronte all’aumento del sostegno popolare a questa corrente, vi hanno aderito i rappresentanti dell’autonomismo e di un approccio socio-economico neoliberale (Convergencia Democràtica de Catalunya, partito di tendenza liberale e democristiana) che ha subito scatenato la battaglia per il controllo del “processo” (verso l’indipendenza).

Cominciamo da questa realtà, la proposta independentista (o, secundo i media spagnoli “sfida separatista”), che è quella che maggiormente caratterizza la società catalana e che è stata più interpretata e mistificata (o mitizzata).

E prima di tutto chiariamo equivoci: la schiacciante maggioranza dell’indipendentismo catalano (a differenza di un certo nazionalismo basco delle origini e di altre realtà europee e non) NON ha una base identitaria, semmai culturale (e grazie al sostegno della popolazione, spesso immigrata, il catalano è oggi l’unica lingua senza stato d’Europa Occidentale che gode ancora di una certa salute), NON è razzista (i gruppi indipendentisti sono piuttosto fra i più attivi nelle mobilitazioni antirazziste), NON è espressione del gretto egoismo di una regione ricca nei confronti delle sorelle povere.

Uno Studio dell’Università di Barcellona in effetti (http://www.icps.cat/archivos/Quaderns/q04_cast.pdf) rivela infatti che fra i favorevoli all’indipendenza coloro che adducono argomenti identitari sono il 21%, quelli che ricorrono ad argomenti economici il 33% (e in genere si riferiscono all’eccessiva pressione fiscale, riconosciuta ormai da tutti, sulla Catalogna) mentre quelli che si riferiscono a motivazioni politiche (che vanno dal diritto delle persone e dei popoli di autodeterminarsi, al rifiuto di uno stato spagnolo pesantemente condizionato dalle eredità franchiste, alla rivendicazione di forme di democrazia più moderne e partecipative e quindi legate alle realtà territoriali, alla volontà di compensare ingiustizie storiche).

Lo stesso studio indica che le percentuali cambiano radicalmente fra i difensori dell’unità della Patria spagnola: un 31% identitario, un 41% che dichiara ragioni economiche e solo un 25% politiche (e fra queste spiccano quelle conservatrici, di mantenimento dello status quo).

Per quel che riguarda gli interessi di classe che soggiacciono alla richiesta d’indipendenza si sente spesso affermare che coincidono con quelli della borghesia catalana e del gran capitale. Affermazione che si basa unicamente sull’equazione “CiU è independentista + CiU è borghesia catalana = l’indipendentismo è figlio della borghesia catalana”. Ora, il fatto è che CiU è un partito interclassista, che si nutre di una piccola borghesia sempre più proletarizzata, che non è mai stato independentista, bensì autonomista. E che tutto il grande capitale catalano, finanziario, speculativo e industriale si è sempre dichiarato aggressivamente contrario all’idea di una Catalogna separata dal resto di Spagna. Cosa logica, dato che strutturalmente il grande capitale non ha assolutamente nulla da guadagnare dalla creazione di un nuovo stato e qualcosa invece da temere in un contesto di destabilizzazione.

L’altro ritornello intonato dai critici del “nazionalismo” catalanista è che tutto il “processo” è una barriera di fumo sollevata dalle classi dominante catalane e dai loro rappresentanti politici per “distrarre” la società dai veri problemi di tipo sociale ed economico. Analisi che non regge alla prova dei fatti. A livello politico-istituzionale, mentre in Spagna i partiti di maggioranza tengono abbastanza bene, in Catalogna CiU è passata dalla maggioranza assoluta a doversi sciogliere in una stramba coalizione, dove annovera un numero di deputati inferiore alla metà di quello che aveva in precedenza, con il divorzio fra i due partiti fondatori (Convergencia Democràtica e Unió Democràtica) e una proposta di rifondazione carica d’interrogativi (fino alla ridefinizione come partito socialdemocratico…). Insomma nel campo istituzionale la fase independentista è sfociata per ora in una chiara perdita d’egemonia del partito storicamente dominante.

Ma non solo. L’indipendentismo di per sé è un grande movimento sociale che, sia pur non coincidente sempre con le diverse agende sociali, non vi si oppone. Le immense manifestazioni dell’11 di settembre, la creazione dell’ANC, con oltre mille assemblee territoriali, la crescita esponenziale della CUP – unico attore presente in parlamento dichiaratemente anticapitalista, con una presenza più o meno attiva in praticamente tutte le lotte popolari, sommate al “sorpasso” di CiU da parte di ERC (sinistra republicana della Catalogna, partito independentista socialdemocratico) e alla presenza di diversi personaggi emblematici della sinistra catalana in Junts pel Si (l’attuale coalizione di maggioranza) fanno che l’arsenale argomentativo del movimento per l’indipendenza nel suo insieme contenga proposte di cambiamento sociale assai simili a quelle della “nuova política”, basata sul concetto di “(bene) comune”. [Le misure per risolvere l’emergenza casa – con la legge contro gli sfratti -, per frenare l’ingrandimento delle sacche di povertà, per garantire la continuità dell’erogazione di servizi essenziali come l’elettricità o livelli di alimentazione accettabili per migliaia di famiglie]

Molto è stato detto sulle ultime elezioni che hanno dato “solo” il 49% dei voti alle due formazioni che si presentavano con un programa nettamente independentista. In genere tutti i media spagnoli si sono trovati d’accordo nell’assegnare l’altro 51% ai contrari all’indipendenza, mettendo nello stesso sacco un partito per la difesa degli animali, gli astenuti, i voti in bianco e il 10% dei voti di una coalizione (con Podemos e Iniziativa per Catalunya – exex comunisti) che non si pronunciava né per il si né per il no ma che chiedeva (e chiede) che si possa svolgere un referendum in buona e dovuta forma.

Poco invece è stato studiato il peso dello spostamento della lotta per la separazione dello stato spagnolo dalle piazze alle istituzioni. Forse è stato questo il maggiore successo dei difensori del vecchio regionalismo, compatibilissimo con la visione neoliberale dello stato spagnolo governato da un bipartitismo perfettamente sincronizzato. Un movimento popolare in grado di esprimere livelli eccezionali di autoorganizzazione e una buona elaborazione teorica, di affrontare a diversi livelli il conflitto con le strutture dello stato e quelle del capitale, cede senza esitare il bastone di comando al Parlamento. E cosí facendo convoglia il fermento di rivolta, potenziale portatore di altri e radicali cambiamenti nella stessa articolazione della società e del territorio catalani (un esempio è l’associazione dei comuni per l’indipendenza, con 900 comuni aderiti, embrione di una possibile struttura federale a base municipale), nello stampo asfissiante dell’istituzione, con gli interminabili dibattiti sul principio di legalità o di democrazia (sempre delegata). La stessa CUP (Candidatura d’Unitat Popular, organizzazione radicata da anni in tutto il territorio catalano e che ha ottenuto 10 deputati nell’attuale parlamento catalano), malgrado la netta e radicale opposizione al sistema, riduce progressivamente la sua azione all’ambito del “possibile” o del simbolico, sostituendo estenuanti trattative a tavolino o scontri continui con gli apparati giudiziari dello stato [tutte le misure approvate dal governo catalano, comprese le leggi a tutela del picolo commercio, delle famiglie soggette a interruzione della fornitura energetica, o di acqua, di tassazione degli istituti di credito e finanziari sono sistematicamente cassate dal Tribunale Costituzionale, organo i cui membri sono nominati dai due grandi partiti spagnoli, PP e PSOE] alle mobilitazioni nei quartieri e posti di lavoro.

Questo è l’aspetto del”processo” meno criticato dai fautori della “nuova política”, nella versione nuovo municipalismo o Podemista. E lo è per la semplice ragione che i primi (nuovo municipalismo) hanno seguito la stessa strada, con la scelta di portare i movimenti di cui erano espressioni a giocare sul terreno istituzionale, mentre i secondi sono nati elaborando a tavolino uno sbocco elettorale a movimenti magmatici (il 15 M e maree) in fase di articolazione.

Al di là di considerazioni di tipo estetico o etico, ritualizzate nelle immancabili litanie sulla corruzione e la casta, è giocoforza constatare che questa scommessa sulla definizione di nuove rappresentanze ha mostrato da subito molti limiti nel caso del municipalismo. Un progetto politico confuso, mix di neokeynesianismo, di “buen vivir” latinoamericano, di socialdemocrazia alla svedese, di premesse erronee (“riprendiamo le istituzioni per il popolo”… come se le istituzioni di uno stato capitalista fossero mai appartenute al popolo) e soprattutto privo di una base organizzativa e sociale consistente (meno nel caso di Barcelona en Comú di Ada Colau, tutte le altre coalizioni elettorali sono state decise a tavolino da partiti della vecchia sinistra e rappresentanti più o meno autoproclamati di nuove organizzazioni uscite dai movimenti di piazza e/o dalle università) si è scontrato con la dura realtà di strutture amministrative funzionanti come ingranaggi poco sensibili ai cambiamenti di direzione, rigidi limiti legali e normativi che rendono impossible cambiamenti ambiziosi, poderosi interessi lobbistici, inerzie burocratiche, minacciose presenze mediatiche, istituzioni che godono di status di quasi intangibilità, come la polizia. Un contesto insomma che ha ridimensionato drasticamente le aspirazioni iniziali.

Risultata evidente l’impossibilità di attaccare struture e meccanismi di riproduzione del sistema (capitalista) come si è visto nella gestione dei grandi eventi come il Barcelona Mobile World, l’azione dei nuovi governi si è orientata sul piccolo cabotaggio caratterizzato dall’adozione ritmata di gesti simbolici (nomenclàtor, rete di città rifugio) che, schivando l’ostacolo della disobbedienza, fa da contrappunto – in Catalogna – alla gestualità dei piccoli comuni governati da indipendentisti impegnati nella guerra delle bandiere o nel dichiarare la monarchia come persona non grata nei diversi territori. Senza negare l’importanza della dimensione simbolica in politica, credo che si possa parlarqui di “teatralizzazione”, una specie di scenificazione dello scontro da traslare sul palcoscenico mediatico. Luogo protetto e dove è impossible farsi e far male…

Questo non significa che i nuovi governi comunali non cerchino di mettere in pratica le loro promesse di garantire l’erogazione di servizi sociali, di evitare sfratti, di tutelare le famiglie impoverite. E sono innegabili i risultati, certamente superiori a quelli ottenuti in questi campi dai precedenti consigli di destra, ma che, malgrado l’infiocchettatura con cui sono presentati, non attaccano minimamente le cause strutturali dei problemi.

Prendiamo l’esempio più eclatante, quello del diritto alla casa. Le misure adottate finora nei confronti della banca, propietaria di gran parte del parco d’immobili sfitti, sono state multe inflitte in base ad una legge promulgata dal precedente governo catalano di centro destra – che intendeva così scongiurare in parte il pericolo di un movimento di occupazioni di massa -, comunque quantitativamente risibili, o la cessione di alcune centinaia di edifici … per un periodo di tre anni e con la controprestazione di un affitto garantito anche se ridotto (150 euro). Se teniamo presente la qualità infima di molti degli stabili e la loro scarsa o nulla appetibilità in un mercato congelato come quello attuale, e vi sommiamo che, multe o meno, queste centinaia di edifici rappresentano un costo (imposte, manutenzione, sorveglianza) per i proprietari/banche viene da chiedersi chi realmente trarrà giovamento dalla misura.

Per quel che riguarda poi l’altra grande scommessa del municipalismo progressista, cioè la radicalizzazione democratica del sistema di gestione della res pubblica, i risultati distano molto dalle aspettative: le organizzazioni della società civile continuano relegate al ruolo di suggeritrici, invitate a far parte di tavoli di concertazione dove condividono spazi e dibattiti con i rappresentanti dei diversi gruppi lobbistici (banche, settore alberghiero, industrie, commercio) senza che emergano proposte di partecipazione reale dei settori popolari alla presa di decisioni sui grandi temi di città (bilancio, infrastrutture, politiche ambientali).

Nei fatti, nemmeno i rappresentanti eletti delle nuove formazioni godono di una reale autonomia, dato che le inerzie proprie del sistema di rappresentanza delegata continua a dare ai partiti (nel caso di Barcellona, ICV, ERC e PSC) un peso specifico molto rilevante.

Nei movimenti questo stato di cose ha portato all’acuirsi di contraddizioni interne e alla smobilitazione attraverso l’emergenza di diverse dinamiche: da una parte il reclutamento massiccio di militanti e attivisti delle organizzazioni sociali nell’apparato amministrativo, dove passano a svolgere il ruolo di “tecnici”, “esperti” dedicati a migliorare la gestione dell’esistente e, nel migliore dei casi, a correggere le storture troppo evidenti del sistema, con l’abbandono delle pratiche conflittuali delle diverse lotte; dall’altra le divisioni interne provocate da certe prese di posizione dei nuovi governi (a Barcellona recentemente hanno provocato sconcerto le critiche dei responsabili di Barcelona en Comú allo sciopero dei lavoratori della metropolitana – che chiedevano aumenti salariali, garanzia di continuità contrattuale per la totalità dell’organico e trasparenza di gestione dell’ente municipale deputato alla gestione dei trasporti pubblici-, lo sgombero di Transformadors (locale comunale trasformati in centro sociale da collettivi libertari), la repressione della Polizia della Città nei confronti dei “manteros” (venditori ambulanti); fino al generalizzato spostamento dal terreno dello scontro a quello della trattativa o della ricerca di “complicità” con gli attori istituzionali, siano essi la sindachessa della città o sostenitori del governo della Generalitat.

Il fenomeno Podemos.

Pensato ed elaborato in ambiti accademici con uno scarsissimo legame con le mobilitazioni sociali o sindacali, questo nuovo partito è cresciuto grazie agli spazi che alcuni dei principali gruppi mediatici spagnoli gli hanno aperto, cavalcando l’onda lunga della crescente insofferenza nei confronti della corruzione, indicata come causa principale dell’ingiusta redistribuzione della ricchezza in questo paese. Arma a doppio taglio, usata con efficacia anche dalla nuova destra di Ciudadanos, ricambio e stampella al tempo stesso del partito di stato bicefalo PP/PSOE.

Dopo un iniziale corteggiamento al principio di democrazia diretta con la creazione dei Circoli di Podemos (a imitazione anche qui del movimento 5 stelle), ben presto ha virato verso la forma partito-spettacolo che intende capitalizzare lo scontento di tanti settori della società spagnola riprendendo slogan e parole d’ordine creati via via dai diversi movimenti.

Il suo obiettivo dichiarato e perfettamente coerente con un programa elettorale camgiante al ritmo degli studi di opinione, altro non è che la rigenerazione della politica spagnola, in aperta crisi di legittimità non solo per i ripetuti scandali di corruzione ma anche per l’emergere delle contraddizioni della transizione post franchista (per dirne una: molta gente si chiede perché invece di una repubblica, qual era prima del colpo di stato militare, la Spagna sia oggi una monarchia, voluta e scelta dal dittatore) e dei limiti sempre più evidenti alla sovranità delle singole nazioni e quindi delle loro istituzioni rappresentative imposti da organismi sovranazionali, trattati, accordi commerciali, enti come la Banca Mondiale o il FMI o dalle stesse pratiche delle multinazionali.

Podemos, focalizzando il suo messaggio sul primo problema, strutturalmente il meno rilevante, sfiorando il secondo e ignorando il terzo aspira semplicemente a divenire protagonista politico di una seconda transizione tutta interna ai parametri capitalisti e rispettosa delle regole del gioco definite dalla Costituzione (quella emanata sotto il vigile sguardo delle forze armate franchiste), anche se di un capitalismo a cui viene utopicamente attribuita la capacità di recuperare il volto umanizzato della socialdemocrazia. In questo senso l’accusa di populismo interclassista è a mio avviso calzante.

Per concludere

I movimenti pagano lo scotto di una assurda rinuncia alla costruzione di alternative dal basso, basate sull’azione diretta e sulla creazione di istituzioni proprie (comitati di fabbrica o di quartiere, coordinamenti di squatter, associazioni di consumatori e produttori, coooperative) e quindi di legittimità antagonista, mettendosi a rimorchio di una o altra linea di istituzionalizzazione (la costruzione della nuova repubblica catalana o dell’altrettanto improbable Spagna dei comuni).

È comunque in Catalogna dove, precisamente grazie all’intrecciarsi delle due istanze di giustizia sociale e di democratizzazione radicale del sistema mediante il processo d’indipendenza, continua ad esistere un potenziale sviluppo di pratiche politiche radicali, grazie anche alla prevedibile apparizione di fessure nell’apparato di amministrazione e controllo provocate dalle tensioni sociali, politiche ed istituzionali con lo stato centrale. Tensioni implicite nello stesso obiettivo, che è appunto la creazione di una nuova repubblica tutta da definire: dalla stesura e approvazione di una carta magna, alla decisione di faré a meno di eserciti, alla posizione da adottare nei confronti di questa Unione Europea o della NATO, alla risocializzazione di settori strategici dell’economia (energia, trasporti), alla definizione di nuove politiche monetarie e finanziarie, di nuovi modelli economici, di nuovi meccanismi di partecipazione sociale.

Una sfida senza dubbio dall’esito incerto, comunque certamente più ambiziosa del ringiovanimento e progressiva moralizzazione, con conseguente riduzione dello scandaloso divario fra ricchi e poveri, dello stato borbonico che sembra costituire la meta della nuova politica spagnola.

ROLANDO D’ALESSANDRO

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