di Daniel Tanuro

da Europe solidaire
Le autorità hanno gridato alla vittoria all’arresto di Salah Abdeslam. «L’abbiamo preso!»… Pochi giorni dopo, i criminali di Daesh centravano appieno il cuore di Bruxelles. Trentadue morti, centinaia di feriti, alcuni bambini mutilati. Un’orrenda carneficina. Si sarebbe potuto sventarla? Può darsi. La disfunzione dei servizi di sicurezza nel caso di Ibrahim Barkhaoui è flagrante e fa pensare all’“affaire Dutroux”. [1]
Dutroux, però, era pressoché solo, mentre Daesh è un’organizzazione criminale che non manca di aspiranti al suicidio. Incluso aspiranti provenienti da ambienti non musulmani, meno “reperibili” di Barkhaoui. L’attentato di Vervières è stato sventato, senza con ciò impedire quanto è successo dopo. Se Barkhaoui fosse stato riportato in prigione al rientro dalla Turchia, che cosa sarebbe successo? Vi avrebbe reclutato altri jihadisti – poi, prima o poi sarebbe uscito. L’albero, quindi, non deve nascondere la foresta. È un’illusione pensare di poter venire a capo del flagello del terrorismo grazie a una “migliore polizia”, a “migliori servizi di informazione”, alla sorveglianza “mirata”, ecc.[2]
Attentati suicidi
Il problema resta: non c’è niente che possa impedire a un candidato fanatico al suicidio di farsi esplodere in mezzo alla folla innocente. Dal momento in cui chiunque è preso di mira, il numero dei potenziali bersagli è talmente alto che è anche impossibile cercare di proteggerli tutti. In verità, neanche uno Stato poliziesco alla big brother [Grande Fratello] riuscirebbe a venire a capo del terrorismo jihadista. Neanche uno Stato di quel tipo riuscirebbe a preservarci da un attentato suicida contro una delle nostre centrali nucleari “microfissurate”. D’altra parte, ci vorremmo vivere in un simile Stato?
La risposta securitaria al terrorismo, di colpo, è evidentemente in un vicolo cieco È chiaro che i responsabili dei servizi sono disorientati. L’OCAM [Organo di valutazione per l’analisi della minaccia, del governo belga] ha fissato il livello a 4…dopo gli attentati. E adesso, che fare? Imporre il lockdown [blocco] generalizzato, come quello che ha paralizzato Bruxelles dopo gli attentati di Parigi a novembre dello scorso anno? I padroni non ne vogliono sapere, è troppo costoso per l’economia. I governi escludono quindi questa “soluzione”. In ogni caso, il lockdown può solo durare qualche giorno, quanto basta ai terroristi per attendere che tutto questo passi…

Che altro? Mettere ancora altri militari per strada? È evidente che non serve a niente. I soldati all’aeroporto di Zaventem c’erano: Anche dei carri armati per le strade o un sottomarino nel canale non sarebbero di alcuna utilità contro attentati suicidi. I responsabili lo sanno. Il dispiegamento dell’esercito, secondo loro, aveva semplicemente lo scopo di tranquillizzare la popolazione, dimostrando (con elevati costi) che lo Stato la protegge.
La decisione di filtrare ingresso e uscita dalle stazioni di Bruxelles per perquisire i viaggiatori illustra bene l’impotenza della risposta securitaria. Probabilmente, tali filtraggi sono stati decisi come alternativa al blocco, per rassicurare la gente. Invece non rassicurano, piuttosto preoccupano. Un terrorista, infatti, può prendere un treno con i suoi esplosivi in una stazione di provincia e farsi saltare a Bruxelles in una folla di pendolari in attesa di essere perquisiti per poter uscire dall’edificio. C’è da chiedersi chi possa aver inventato un dispositivo così assurdo.
Guerra totale?
Si potrebbe continuare oltre nel gioco delle ipotesi su quel che farà il governo, ma nessuna fornisce una soluzione strutturale. Lanciare una guerra totale per cancellare dalla carta geografica lo Stato islamico in Iraq e in Siria spunta allora come la “soluzione” di cui sognano le destre più o meno estreme. Soltanto che, ecco: è quanto ha messo in atto Bush junior in Afghanistan, e ne conosciamo il risultato. Non solo al Qaeda non è morto (contrariamente a migliaia di civili!) e, in aggiunta, l’organizzazione di Ben Laden ne ha partorita un’altra ancora peggiore: Daesh. Vogliamo ricominciare la vecchia storia? Non ci si accorge che le crociate dell’Occidente contro il mondo arabo-musulmano sono un pezzo della macchina per suscitare l’odio vendicatore che porta di sicuro alla follia micidiale?
Diciamo giustamente: un pezzo della macchina. Ve ne sono altri: la complicità con i crimini dello Stato sionista contro il popolo palestinese; le vendite di armi a dittatori integralisti; lo spietato respingimento dei richiedenti asilo; l’abbandono e la ghettizzazione dei quartieri poveri delle nostre città, dove vivono le popolazioni originariamente immigrate; il razzismo e l’islamofobia; i controlli di polizia in base all’aspetto; le discriminazione nelle assunzioni; le campagne odiose contro le donne che indossano il foulard; la stigmatizzazione mediatica; senza dimenticare l’odiosa pigrizia della realpolitik di fronte agli ignobili crimini del sistema sedicente “laico” (nei fatti, non lo è affatto!) di Bashar El Assad, il carnefice del popolo siriano…. Quel che è sorprendente non è che una “macchina” simile generi odio, è che alcuni se ne stupiscano!
Un meccanismo settario
Non discuteremo qui i motivi che possono spiegare come mai questo odio assuma la forma di un’ultra-violenza distruttrice e che questa si copra di un’ideologia d’altri tempi: pseudo-religiosa, maschilista, autoritaria, profondamente reazionaria. Tutto sta ad indicare come i giovani sbalestrati che lasciano i nostri quartieri per entrare nella jihad non seguano la china di una radicalizzazione dell’islam, bensì quella di una pseudo-islamizzazione della loro radicalità – o della loro delinquenza. È infatti la “radicalizzazione” del loro odio senza prospettive a portare alcuni, a un certo punto, ad entrare in questo fantasma: l’islamismo radicale darà un senso alla tua esistenza e lo Stato islamico ti offrirà un Regno di fraternità e la morte da martire (di fatto: da assassino) ti aprirà le porte del paradiso.
In breve, il meccanismo è settario, non religioso. Ora, in questa setta, l’esaltazione del suicidio è tale che, ogni volta che un “martire” si fa esplodere, varie decine di candidati si alzano a prenderne il posto. Non c’è sbocco poliziesco per una situazione del genere: bisogna fare in modo di prosciugare la fonte dell’odio. Questo richiede un cambiamento di rotta radicale e coerente, in ognuno dei campi corrispondenti ai “pezzi” della machina. Un cambiamento di rotta combinato, sia in politica estera sia in politica interna.
Ritirare le truppe belghe dai terreni d’intervento in cui infuriano. Rispedire l’esercito nelle caserme (in attesa della sua pura e semplice soppressione). Sostenere la legittima lotta del popolo palestinese per i suoi diritti. Porre unilateralmente fine alle vendite di armi all’Arabia Saudita e alle altre dittature (in attesa di eliminarne la produzione, con la riconversione dei lavoratori). Sostenere le lotte popolari per la democrazia, in Siria e altrove. Accogliere profughi e richiedenti asilo. Rendere disponibili mezzi per una politica di rinnovamento urbano degno di questo nome nei quartieri disagiati. Porre fine alle provocazioni e alle violenze poliziesche. Creare posti di lavoro di qualità, investire nelle infrastrutture pubbliche. Aprire i mezzi di comunicazione di massa alla libertà di espressione. Praticare una reale democrazia partecipativa con concreto potere decisionale da parte di associazioni, comitati di quartiere, ecc. Sono queste alcune idee da approfondire.
La ragione dell’emozione
Non esiste una soluzione semplice per un problema complicato e non abbiamo sicuramente un programma “chiavi in mano” per combattere il terrorismo. L’elaborazione di un programma del genere va fatta insieme ai soggetti sociali. Ci vorrà del tempo e non sopprimerà i rischi, ma la mobilitazione sociale offre una protezione migliore delle unità speciali. In ogni caso, una cosa ci sembra certa: uno sbocco si può trovare soltanto voltando le spalle all’attuale logica di una società che si fonda sull’ingiustizia, la violenza e l’esclusione. Bisogna seguire la strada di una politica sociale generosa, basata sulla solidarietà, le libertà democratiche, la spartizione delle ricchezze e la lotta contro le disuguaglianze, da noi e nel mondo. Come diceva il comunicato della Ligue Communiste Révolutionnaire (LCR) belga (letto da oltre 10.000 persone sul nostro sito): «È con la vita che si combatte una politica di morte». Infatti è di vita o di morte che si tratta. Questo suscita un’ondata di emozione. Possa quella che oggi ci mobilita aiutare la ragione a farci uscire dall’ingranaggio della barbarie.
Bruxelles, 24-3-2016 [http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article37532]
Traduzione di Titti Pierini

[1] [Nel corso di una decina di anni (dal 1985 al 1996) Marc Dutroux sequestrò e torturò 6 ragazze dagli 8 ai 19 anni, abusando sessualmente di tutte loro. Solo due delle sue vittime, Sabine Dardenne e Laetitia Delhez, di 12 e 14 anni, riuscirono a sopravvivere alle sevizie; An Marchal e Eefje Lambrecks, di 17 e 19 anni, vennero uccise, mentre Julie Lejeune e Melissa Russo, entrambe di 8 anni, furono lasciate morire di stenti. Secondo alcuni, la lunga impunità di Dutroux è stata possibile perché sarebbe stato un semplice “manovale” di una più ampia rete di pedofili. NdT].

[2] Non saremmo sorpresi di vedere Jan Jambon [membro della Nieuw-Vlaamse Alliantie e attuale vice Premier e ministro dell’Interno] sfruttare a suo favore il cattivo funzionamento dei servizi di sicurezza ponendo sul tavolo le pene estreme [come la condanna all’ergastolo senza possibile riduzione della pena] che chiedeva l’estrema destra dopo il caso Dutrouz e che la mobilitazione dei cittadini promossa dalla famiglia di una delle vittime [i Russo] aveva consentito di fermare. La sinistra deve essere oggi molto cauta nel denunciare il malfunzionamento degli organi di polizia e dei servizi.

Annunci