di Cristiano Dan da Movimento Operaio di A. Moscato
Pessime notizie dalla Slovacchia, anche se c’era da aspettarselo. Detto in poche parole, le cinquanta sfumature della destra avanzano gagliardamente, mentre non si manifesta neanche la più pallida ombra di una decente sinistra.

È vero che molti giornali si ostinano, per pigrizia, ad ascrivere alla sinistra il primo ministro uscente, Robert Fico, spesso e volentieri etichettato come “populista socialdemocratico”, come se questa definizione chiarisse qualcosa. Di Fico, in realtà, si può dire tutto, salvo che sia di sinistra.

Il quadro prima delle elezioni

Ma partiamo dall’inizio. Il Parlamento uscente, eletto nel 2012, era dominato dal partito di Fico, lo Smer (Smer – sociálna demokracia: Direzione-Socialdemocrazia): 44,4 % dei voti e 83 seggi su 150, una maggioranza relativa dei voti e assoluta dei seggi da far invidia a Renzi. Alla sinistra di questo sedicente partito socialdemocratico non c’era quasi niente. Il Partito comunista di Slovacchia (KSS, Komunistická strana Slovenska), infatti, aveva raggranellato lo 0,7 %; e percentuali simili avevano complessivamente due liste verdi, che con molta buona volontà, date le loro giravolte, potevano essere collocate nella sinistra moderata.

L’opposizione era tutta di centrodestra, di destra e di estrema destra: due partiti democristiani, il Movimento cristiano-democratico (KDH, Kresťanskodemokratické hnutie) e l’Unione democratica e cristiana slovacca-Partito democratico (SDKÚ-DS, Slovenská demokratická a kresťanská únia – Demokratická strana) avevano rispettivamente l’8,8 % e il 6,1 %, con 16 e 11 seggi. Due partiti “laici” di centrodestra, Gente comune e personalità indipendenti (OL’aNO, Obyčajní ľudia a nezávislé osobnosti) e Libertà e solidarietà (SaS, Sloboda a Solidarita) avevano l’8,6 % e il 5.9 % rispettivamente, con 16 e 11 seggi. Infine Ponte (Most-Hid), partito basato sulla minoranza etnica ungherese, ma aperto anche ad altre minoranze e con orientamento centrista, con il 6,9 % deteneva i 13 seggi restanti. Erano rimasti fuori dal Parlamento sia il Partito nazionalista slovacco (SNS, Slovenská národná strana: 4,6%), d’estrema destra, xenofobo e antimagiaro, sia lo “storico” Partito della coalizione magiara (MKP, Magyar Koalíció Pártja: 4,3 %).

Il quadro dopo le elezioni

Nel momento in cui scriviamo non sono ancora noti i dati definitivi, ma a scrutinio pressoché completato risulta che lo Smer, pur mantenendo la maggioranza relativa, perde oltre un terzo dei voti, con il 28,3 % (meno 16,1 %) e 49 seggi (meno 34). Della massa di voti che perde, neanche un rivolo si sposta a sinistra (il KSS perde lo 0,1 %, “compensato” da uno 0,1 % che va a Resistenza (Vzdor), nuovo-vecchio arnese maostalinista.

Lo spostamento dei voti è dunque totalmente in direzione della destra e dell’estrema destra. Spariscono dal Parlamento i due partiti democristiani KDH (meno 3,9 %) e SDKU-DS (meno 5,8 %); il partito della minoranza ungherese Most-Hid arretra (meno 0,4 % e meno due seggi), guadagna qualcosa OL’aNO (più 2,5 % e 3 seggi), si afferma per un soffio il nuovo, e neoliberista, Rete (Sieť: 5,6 % e 10 seggi) mentre guadagna bene SaS (più 6,2 % e più 10 seggi). In complesso, tutta l’area di centrodestra rappresentata da questa macedonia di sigle guadagna circa il 10 % dei voti, ma perde 6 seggi a causa dello sbarramento del 5 % che ha lasciato a bocca asciutta i due partiti democristiani.

I 34 seggi persi dallo Smer e i 6 persi dal centrodestra vanno tutti a favore della destra e dell’estrema destra, che rientra in forze in Parlamento con tre partiti: il SNS (più 4,1 % e 15 seggi), il partito nazistoide di Kotieba (L’SNS, Ľudová strana Naše Slovensko: Partito popolare Slovacchia nostra, che passa dall’1,6 % all’8 %, con 14 seggi) e il nuovo SME Rodina di Kollar (6,6 % e 11 seggi).
Ma cosa è successo?

Cause economiche e sociali ed errori politici delinquenziali spiegano ampiamente l’accaduto. La Slovacchia, se si bada ai benedetti indicatori macroeconomici, è un Paese che va bene … per i capitalisti. Il costo del lavoro molto basso ha attirato diverse multinazionali, soprattutto del settore auto, favorite in vari modi negli ultimi quattro anni da un governo stabilissimo e più che accomodante. L’altra faccia della medaglia, però, è quella di un Paese disastrato da una crescita capitalistica selvaggia, con i sistemi educativo e sanitario al collasso, con una disoccupazione che non riesce a scendere al di sotto del 10 % e con un inarrestabile esodo dalle campagne. Un Paese a macchia di leopardo, con piccole sacche di relativa ricchezza e fortissimi squilibri regionali, cui si aggiungono i problemi insoluti della convivenza con la cospicua minoranza magiara e, soprattutto, con i rom.

Sarebbe ingiusto rinfacciare tutto ciò a Fico. Quando non ha governato lui (lo ha fatto per due legislature) la palla è passata ai partiti del centrodestra, che si sono distinti tanto per la loro incompetenza gestionale quanto per la loro ipercompetenza in affari di corruzione. Dividiamo dunque salomonicamente le responsabilità a metà.

Fatto sta che Fico, di fronte al malumore crescente nella popolazione, ha cominciato a parlare d’altro. Abile politicante, ha fiutato il vento che tirava in Europa, e in quella dell’est in particolare (la Slovacchia fa parte, assieme a Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, del “gruppo di Visegrad”, una “Fortezza Europa” in scala ridotta), e ha puntato l’indice contro il pericolo … dei migranti. In un Paese che ha ricevuto nel 2015 in tutto 330 richieste da parte di migranti, e ne ha accettate…otto («Le Monde», 5 marzo 2016), che ha una minuscola ma ben integrata da quasi un secolo minoranza islamica, ha cominciato a denunciare il pericolo di una “islamizzazione” del Paese, rispolverando le sue radici “cristiane” (e s’è visto com’è finita, con i due partiti democristiani, “sradicati” dal Parlamento…).

Una svolta non solo criminale, ma anche stupida, perché ha scatenato tutti i partiti in una gara a chi la sparava più grossa contro i migranti, soprattutto se islamici. E così un Paese che i migranti li ha visti soprattutto in TV ha scoperto come fossero loro il pericolo da cui guardarsi. E si sono comportati di conseguenza, premiando i partiti più “coerenti” nella difesa della “cristianità” e della razza. Esageriamo? Marian Kotleba, del L’SNS, non solo si è distinto in passato nella caccia ai rom, ma è anche un estimatore del regime di monsignor Tiso, che durante la seconda guerra mondiale collaborò con Hitler (naturale quindi che Kotleba abbia avuto la civetteria di farsi fotografare con uniformi di quel regime); del SNS si è già detto; del nuovo partito del miliardario Kollar ci si può limitare a registrare il principale punto programmatico: no all’immigrazione.

La svolta a destra slovacca si spiega, magari rozzamente, in questo modo. E la sinistra? Cosa faceva la sinistra nel frattempo?
In cerca della sinistra perduta

Agli occhi di molti slovacchi, purtroppo, la sinistra coincideva con Fico. E Fico, ancora purtroppo, non è che il punto terminale della crisi della sinistra stalinista slovacca. Non è un marziano piombato dallo spazio: s’è fatto le ossa all’interno del Partito comunista cecoslovacco prima della divisione fra Repubblica Ceca e Slovacchia, ha militato nel Partito comunista slovacco e nelle sue diverse mutazioni genetiche (chissà perché, viene in mente la sequenza PCI-PDS-DS-PD…), se ne è staccato, ha fondato un suo partito (1999), ha fatto la guerra ai suoi ex compagni e ha poi finito col fagocitarli. Fatto il deserto a sinistra, ha sviluppato una politica sempre più disinvolta, fino a varare (2006) un governo composto dal suo Smer e dal Partito nazionale slovacco, nazionalista, antimagiaro e xenofobo, come s’è già detto. La mossa è sembrata azzardata anche a quei sepolcri imbiancati che sovrintendono al Partito socialista europeo, che hanno sospeso dall’organizzazione lo Smer (che nel frattempo vi era stato ammesso), poi lo hanno riammesso, quindi nuovamente sospeso e riammesso. Si può capirli: dei similFico ormai è piena l’Europa. Sono magari meno rozzi, più “eleganti”, tipo Valls in Francia e Renzi in Italia, tanto per fare due esempi a caso. Che fare? Sospenderli tutti?

Ma non era possibile fermare Fico, costruire un’alternativa di sinistra? Certo, sulla carta era possibile. Ma non ci si è riusciti. Quando il Partito comunista slovacco ha imboccato la strada della sua trasformazione genetica, si sono verificate almeno un paio di scissioni che poi, unificandosi tra loro, hanno dato vita al KSS. Che però è sempre rimasto un partito di “nostalgici”, di “resistenti”, magari personalmente integri, onesti, devoti alla causa, ma incapaci di andare al di là della conservazione del vecchio mobilio della “casa comunista”. Il KSS appartiene a quella famiglia di partiti tardostalinisti di cui fanno o hanno fatto parte, per esempio, il KKE greco, il PC portoghese, il Partito dei comunisti italiani. Per certi aspetti rispettabili, ma inutili per condurre una guerra di movimento al capitalismo. E il KSS non ha fatto eccezione: se per alcuni anni è potuto apparire come un’alternativa possibile (nel 2002 era riuscito a far eleggere 11 deputati) ha poi imboccato il viale del tramonto, fino all’attuale zero virgola qualcosa.

Ci sono, è vero, dei gruppi di giovani anticapitalisti, di vario orientamento, che subito dopo la divulgazione dei risultati elettorali hanno dimostrato a Bratislava contro il fascismo. Ma sono gruppi di dimensioni ridotte, con scarso radicamento sociale e che operano in un ambiente particolarmente ostile. Non sarà facile la vita per loro.

(Ch.D)

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