Sui giornali italiani si è parlato poco delle elezioni dell’altro ieri in Irlanda. Forse perchè si tratta di un piccolo paese con meno di 5 milioni di abitanti? O forse perché il conteggio non è ancora finito? O più probabilmente perché bisognerebbe parlare di un’ennesima sconfitta per i paladini dell’austerity a senso unico? Già, nonostante tutte le chiacchiere sulla “tigre celtica”, sul PIL che cresce del 6% annuo, ecc. ecc., gli irlandesi sembrano piuttosto stanchi delle politiche volute dalla troika. I due partiti pro-austerity che governavano il paese hanno preso una batosta storica: il Fine Gael (un partito conservatore sia socialmente sia rispetto alla questione irrisolta dell’unificazione del paese) perde 11 punti, passando dal 36 al 25% dei voti. Peggio ancora va al suo alleato il partito “laburista”, che passa dal 19 al 6,6%, perdendo i due terzi dei voti (ed essendo superato, spesso doppiato, nelle zone industriali dell’area metropolitana di Dublino dai nostri compagni dell’Alleanza Anti Austerità-People Before Profit). In totale gli “austericidi” passano da quasi il 56 al 32% dei voti. Non male per chi si vanta di aver “fatto uscire l’Irlanda dalla crisi”. L’altra bella notizia è che il voto di protesta non è andato principalmente a destra, come purtroppo accade in Francia o in Italia: il Fianna Fail (partito conservatore pseudo-nazionalista, ma ufficialmente anti-austerity), cresce di quasi 7 punti (dal 17 al 24%), ma è la sinistra “radicale” del Sinn Fein (partito appartenente al GUE, come il PRC) e gli anticapitalisti dell’Alleanza Anti Austerity (coalizione di movimenti, partiti e gruppi, prevalentemente trotskisti) che cresce proporzionalmente di più, passando dal 12,6 (9,9 il Sinn Fein, 2,7 AAA) del 2011 al  18% di oggi (14 il SF e 4 l’AAA, che passa da 3 a 5 seggi). Inoltre, nell’area di Dublino, la sinistra “radicale” arriva vicino al 30%, con punte, nelle zone proletarie, del 35% (spesso con l’AAA che supera il Sinn Fein, arrivando a percentuali del 15-18%!). Se a questi dati aggiungiamo quello dei verdi e dei Socialdemocrats (una scissione a sinistra dei laburisti, nonostante il nome), entrambi intorno al 3%, ci rendiamo conto del doppio “terremoto” elettorale in Irlanda (è il titolo dei principali giornali locali, a cominciare dall’Irish Times): crollo dei partiti pro-austerity, emersione di una sinistra più o meno radicale (comunque più a sinistra dei social-liberali del Labour Party) intorno al 24%, cioè quasi 4 volte quel partito laburista che, fino a un decennio fa, sembrava l’unica espressione elettorale della sinistra nell’isola “di smeraldo”. Un piccolo appunto: sui giornali irlandesi (non parliamo di quelli italiani!) si fa di tutto per nascondere l’AAA-PBP: nonostante i 5 seggi e il 4% dei voti (e oltre il 10% a Dublino) si preferisce parlare, per esempio, dei Verdi, che hanno ottenuto poco più della metà dei voti dei nostri compagni, e due seggi. Nei grafici, mentre i verdi vengono citati, l’AAA scompare tra i “vari e indipendenti”. Ma non importa: i fatti hanno la testa dura, più dura sicuramente dei pennivendoli della borghesia, irlandese o italiana che sia.

Flavio Guidi

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