Di Andrea Ferrario
È l’autunno del 2024 e a Torino un uomo passa ore seduto in una pizzeria o in un bar che fronteggiano un medesimo palazzo. Fa delle fotografie, ogni tanto ferma qualcuno che ne esce chiedendo dove si sia trasferita una persona che viveva lì. Il suo comportamento suscita qualche sospetto e il 19 ottobre viene identificato in questura, ma poi riprende subito gli appostamenti, aiutato ora da un complice. Insieme rovistano nei bidoni della spazzatura nei pressi del palazzo, fotografando ciò che trovano. Secondo la procura di Milano, il materiale che raccoglievano dalle cassette postali e dai rifiuti era destinato a essere spedito in Cina.
Ma perché tutte queste strane manovre intorno a un palazzo anonimo di Torino? Come è emerso poi, i due stavano cercando Li Ying, 34 anni, un artista cinese che vive in Italia e che con lo pseudonimo Teacher Li raccoglie e diffonde sui social video e testimonianze provenienti dalla Cina. Ha milioni di seguaci in tutto il mondo, e probabilmente molti anche nel suo paese. La settimana scorsa la procura di Milano ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di dieci persone, otto cinesi e due italiani. Quattro di loro sono accusati di associazione per delinquere e tutti e dieci di stalking aggravato. Secondo il pm Alessandro Gobbis, che ha coordinato l’inchiesta della Digos di Torino, gli organizzatori agivano per conto della polizia cinese con l’obiettivo di impedire a Teacher Li e ad altri dissidenti di far sapere al mondo ciò che accade nel loro paese al di là della patina propagandistica.
Tra il materiale sequestrato agli indagati ci sono oltre 4.000 fotografie dei luoghi in cui abita Teacher Li o di lui stesso, 35 video e nove registrazioni effettuate da una telecamera installata su un’auto. Per reclutare collaboratori, gli organizzatori offrivano su WeChat “un lavoro part-time” pagato circa 100 euro al giorno, spiegando che bisognava rintracciare persone che avevano debiti da saldare e chiedendo poi di cancellare le conversazioni. A Teacher Li arrivavano intanto messaggi accompagnati da immagini di mitra e pistole, con minacce come “Taglierò la testa a te e a tua madre” e “Ho seguito ogni tuo movimento in Italia”. I due italiani indagati sono stati ripresi mentre imbrattavano il muro e la porta del suo appartamento torinese. Tra gli indagati cinesi, secondo l’accusa, figura anche un ex militare.
Ho già raccontato in alcuni miei post passati sui social l’attività di Teacher Li e le persecuzioni che subisce, e a febbraio ho segnalato il caso di un attacco informatico cinese al Viminale. Ulteriori elementi permettono ora di collocare l’inchiesta milanese nel contesto di una storia molto più ampia, cominciata nel 2022, che vede tra i suoi protagonisti un ministro italiano in visita a Pechino, una procura toscana, migliaia di agenti della Digos schedati e alcune associazioni della comunità cinese che i politici italiani continuano a frequentare.
Un archivio dal basso
Nel novembre 2022, mentre in numerose città cinesi la gente scendeva in piazza con fogli bianchi per protestare contro le chiusure imposte dalla politica “zero Covid”, il principale canale che consentiva di seguire ciò che stava accadendo era proprio il profilo sul social X di Teacher Li, allora già residente in Italia. Li Ying, è nato nel 1992 a Fuyang, nella provincia dell’Anhui e il suo account “Teacher Li Is Not Your Teacher”, che ha circa due milioni di follower, è molto attivo ancora oggi. Ogni giorno Li riceve e pubblica testimonianze dirette, soprattutto video e fotografie di proteste locali, scioperi, incidenti e abusi di funzionari, episodi che di norma la censura fa sparire nel giro di poche ore. Viene utilizzato come fonte da giornalisti e blogger di tutto il mondo, ivi compreso il sottoscritto. In Cina, per consultarlo bisogna usare una VPN, un programma che permette di aggirare i blocchi di internet, anche se il suo uso è ormai diventato alquanto rischioso.
Li si limita a raccogliere e diffondere i suoi materiali, non si occupa di attività politiche, né organizza gruppi di attivisti o simili. La sua attività è simile per alcuni versi a quella che svolgeva Feng Rui, l’attivista conosciuto come Xiaowu legato alla “casa dei lavoratori” di Picun, un villaggio di migranti alla periferia di Pechino di cui ho scritto in alcuni post. Insieme a un gruppo di volontari Xiaowu compilava ogni anno una rassegna delle violazioni dei diritti dei lavoratori e ora, dopo essere stato arrestato e poi rilasciato su cauzione, è accusato di “provocare liti e creare disordini”, un reato dai contorni vaghissimi utilizzato da anni contro chi critica il potere. Xiaowu documentava ciò che accadeva all’interno della Cina ed è finito in custodia, Li invece svolge lo stesso lavoro dall’estero, in Italia, ma Pechino cerca ugualmente di metterlo a tacere con le minacce.
In Cina, chi segue i suoi account sui social viene convocato dalla polizia e invitato a smettere. Secondo lo stesso Li, durante gli interrogatori la polizia ha mostrato ad alcuni suoi follower lunghi elenchi con i nomi di altre persone che lo seguono, uno dei quali ne conteneva circa 10.000. Come a dire che le autorità sanno molto bene chi è che lo segue. I suoi genitori ricevono continue visite dei servizi di sicurezza, che minacciano di bloccare loro le pensioni se il figlio non cesserà la sua attività di informazione. Li si è visto inoltre congelare i propri conti correnti in Cina, mentre in Italia è stato costretto più volte a cambiare casa tra Milano e Torino.
Il caso di Teacher Li e quello di Xiaowu, così come altri casi analoghi meno noti, dimostrano chiaramente che a Pechino si vuole chiudere con urgenza ogni canale informativo che permetta, sia in patria che all’estero, di avere informazioni dal basso sulla situazione critica nel paese. In Cina se ne occupano gli organi di sicurezza, mentre all’estero si ricorre a collaboratori locali, spesso reclutati tramite le associazioni degli emigrati. Secondo l’accusa della procura, è proprio questo il ruolo che svolgevano in Italia i dieci indagati nell’inchiesta milanese.
Come facevano a saperlo
Già nel dicembre 2022 un uomo che si spacciava per postino aveva avvicinato Li nel tentativo di ottenere informazioni su di lui. Nel giugno 2023, in un’intervista al quotidiano Il Foglio, Li aveva raccontato di altri tentativi di scoprire dove abitasse, anche attraverso finte consegne a domicilio. Dopo l’intervista, la polizia italiana, preoccupata per la sua sicurezza, lo aveva convocato per un colloquio, al quale Li si era presentato accompagnato da Laura Harth, dell’organizzazione per i diritti umani Safeguard Defenders, e da un conoscente cinese. Qualche mese dopo, il conoscente si era recato in visita alla famiglia, dove era stato trattenuto per venti giorni dal ministero della Sicurezza di stato e interrogato sulle attività di Li a Milano. I funzionari gli avevano fatto capire di conoscere nei dettagli l’incontro con la polizia italiana, ivi comprese le persone presenti e gli argomenti che erano stati affrontati. Li ha raccontato pubblicamente l’episodio nel maggio 2024 e resta ancora da capire come quelle informazioni siano arrivate a Pechino.
Nel febbraio 2023 il passaporto di Li stava per scadere e lui, per comprensibili motivi, esitava a presentarsi al consolato. Un conoscente gli ha indicato allora un’associazione cinese di Milano che fa da punto di assistenza consolare e, secondo quanto poi portato alla luce da Safeguard Defenders, anche da punto di contatto della pubblica sicurezza della città di Wenzhou. Il 18 febbraio Li ha presentato a tale associazione la richiesta di rinnovo, indicando per prudenza un suo vecchio indirizzo, una casa di Carrara, la città dove si era diplomato all’Accademia di Belle Arti. Una settimana dopo un funzionario di Pechino è andato a trovare i suoi genitori in Cina per fargli sapere che con il passaporto non ci sarebbero stati problemi, a patto che lui cessasse la sua attività di pubblicazione. Tre settimane dopo, secondo l’accusa, a tale indirizzo di Carrara si è presentato Wang Songqiang, 57 anni, vicepresidente dell’Associazione dei Cinesi di Fujian a Milano. Vi ha trovato l’ex coinquilino di Li, si è fatto dare il suo contatto WeChat e gli ha proposto degli incontri con il falso pretesto di un affare. Dopo il rifiuto di Li, Wang per ritorsione ha reso pubblici online il suo indirizzo e la sua richiesta di rinnovo del passaporto. La procura ritiene che Wang agisse “su incarico della polizia cinese” e mantenesse rapporti con personale diplomatico e con il Dipartimento del Fronte Unito, l’organismo del Partito comunista incaricato di esercitare la propria influenza sulle comunità cinesi all’estero. Nell’inchiesta figura anche Liu Zhengang, presidente dell’Associazione italiana degli imprenditori cinesi del Fujian. Secondo la procura, l’associazione per delinquere è attiva dal 2023 e lo è ancora oggi, sebbene gli atti persecutori contro Li si siano interrotti nel luglio 2025. Un altro filone dell’inchiesta riguarda le basi logistiche e le attività economiche che avrebbero fatto da copertura alla rete.
La rete del Viminale violata
A metà febbraio di quest’anno Repubblica in un’inchiesta ha rivelato che, tra il 2024 e il 2025, hacker legati a Pechino erano penetrati nella rete del ministero dell’Interno, sottraendo nomi, incarichi e sedi di circa 5.000 agenti della Digos. Molti di loro si occupavano di indagini sulla criminalità cinese o della protezione dei dissidenti. La sera stessa il Dipartimento della pubblica sicurezza ha diffuso una nota di quattro frasi, nella quale afferma che gli attacchi “di matrice cinese” erano stati “tempestivamente rilevati” dalla polizia postale durante i controlli ordinari. Detti attacchi erano “finalizzati a tentare di localizzare i cittadini cinesi dissidenti presenti nel territorio italiano” e a identificare gli agenti della Digos impegnati nelle indagini sui gruppi cinesi. La nota aggiungeva che “non risultano essere stati esfiltrati dati attinenti a elementi sensibili su attività operative” e precisava che i risultati dell’indagine sono stati trasmessi alla magistratura.
Localizzare i dissidenti è proprio ciò che la rete indagata a Milano cercava di fare con Li, attraverso pedinamenti e fotografie. La nota non chiarisce quando esattamente siano avvenuti gli attacchi né quali sistemi siano stati colpiti, e non conferma né smentisce il furto della lista degli agenti. Un elenco contenente nomi, incarichi e sedi di poliziotti rientra o no tra i “dati attinenti a elementi sensibili su attività operative”? La formulazione vaga del comunicato si presta a entrambe le interpretazioni.
Alla fine di febbraio, alla Camera, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha risposto a un’interpellanza dei deputati Angelo Bonelli e Luana Zanella ripetendo le formule del comunicato, limitandosi ad aggiungere che gli accertamenti proseguivano in collaborazione con la magistratura e dedicando il resto dell’intervento all’organigramma delle strutture del ministero incaricate della sicurezza informatica. Bonelli ha definito imbarazzante la risposta. In generale, nessuno ha spiegato perché, se gli attacchi erano stati scoperti tempestivamente, l’opinione pubblica ne è venuta a conoscenza soltanto attraverso un giornale, con un anno o più di ritardo.
L’intenso ottobre del 2024
Ma facciamo un passo indietro e torniamo all’ottobre del 2024, un mese in cui si intreccia tutta una serie di sviluppi, alcuni chiaramente intercollegati, altri che invece appaiono come pure coincidenze. Il 9 ottobre 2024 è la data esatta in cui i due italiani indagati imbrattano su commissione la porta dell’appartamento di Li a Torino. Circa una settimana dopo, il 17, comincia la sorveglianza del palazzo da parte delle “spie” cinesi, che il 28 ottobre culmina nell’ispezione dei bidoni della spazzatura.
Proprio in quei giorni, e più precisamente il 24 ottobre, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si trova in visita a Pechino, dove viene ricevuto dal ministro della Pubblica sicurezza Wang Xiaohong. I due avviano un programma triennale di cooperazione per contrastare il traffico di droga, la criminalità informatica, la tratta di esseri umani e la criminalità organizzata. Secondo quanto raccontato dal Foglio, per ottenere l’incontro Piantedosi avrebbe dovuto accettare di farsi fotografare durante la visita a una stazione di polizia nei dintorni di Pechino. Meno di due anni prima Safeguard Defenders aveva censito in Italia undici “stazioni di polizia” cinesi non ufficiali, quindi illegali, più che in qualsiasi altro paese. Erano uffici ospitati da associazioni di emigrati e collegati alla pubblica sicurezza di città come Wenzhou e Fuzhou. Ufficialmente si occupavano di pratiche come il rinnovo della patente, ma secondo l’organizzazione servivano anche a sorvegliare la comunità cinese e a convincere le persone ricercate in Cina a rientrare. Lo stesso Piantedosi, appena insediato al Viminale, aveva annunciato verifiche.
Il 31 ottobre di quell’anno Piantedosi risponde in Senato ad alcune interrogazioni sul caso Equalize, l’inchiesta milanese su un’agenzia che preparava dossier su politici e imprenditori consultando illegalmente le banche dati dello stato. Il ministro dichiara che, in base ai primi controlli, l’ipotesi di una compromissione da remoto del centro elaborazione dati del ministero “non è risultata, allo stato, riscontrata”. Proprio nelle settimane della visita a Pechino, stando alle date indicate da Repubblica, l’intrusione informatica cinese nei sistemi del Viminale è già in corso o sta per cominciare.
Cosa comportasse in concreto la cooperazione con Pechino lo mette in evidenza un’altra inchiesta, quella della procura di Prato sulle violenze tra gruppi criminali cinesi nel distretto tessile.
Le richieste dell’ambasciata
Il 6 luglio 2024 l’imprenditore cinese Zhang Changmeng viene accoltellato nel locale Number One di Prato. È uno degli episodi della cosiddetta “guerra delle grucce”, lo scontro per il controllo del commercio delle grucce e della logistica nel pronto moda. Gli esecutori, tra i quali figura un ex militare cinese, vengono arrestati e condannati, mentre la procura guidata da Luca Tescaroli, arrivato a Prato proprio quel mese, cerca di individuare i mandanti.
Tra il dicembre 2024 e il gennaio 2025 Zhang e il fratello decidono di collaborare con la giustizia italiana e indicano i possibili mandanti. Poco dopo, alcuni funzionari dell’ambasciata cinese a Roma avvicinano il fratello per sapere quali nomi abbia fatto ai magistrati italiani. Secondo Il Tirreno, non sarebbe stato l’unico testimone avvicinato. Zhang afferma inoltre che i funzionari hanno poi comunicato i nomi dei mandanti alle autorità cinesi, evidentemente per evitare che tornassero in Italia e finissero in carcere.
La cooperazione giudiziaria tra stati passa attraverso le rogatorie, richieste formali che un paese rivolge a un altro tramite i rispettivi ministeri. Quando funzionari di un governo straniero interrogano di propria iniziativa, in Italia, i testimoni di un’inchiesta della magistratura italiana, scavalcano queste procedure e interferiscono direttamente con la giustizia di un altro paese. E infatti a inizio maggio 2025 Tescaroli protesta e invia a sua volta una rogatoria a Pechino per chiedere l’identità dei funzionari. La risposta non è mai arrivata.
Qualche mese dopo sono però le autorità cinesi a scrivere a Tescaroli per proporgli un incontro. Il 25 novembre arriva a Prato una delegazione cinese di alto livello, guidata da Liu Zhongyi, assistente del ministro della Pubblica sicurezza, e composta anche dal console generale e da alti funzionari della polizia criminale. Pechino offre informazioni, specialisti e interpreti, chiede di poter consultare i fascicoli e propone la costituzione di squadre investigative comuni. Negli stessi mesi cerca anche, attraverso canali europei, di inviare propri investigatori a Firenze per esaminare gli atti di un’indagine antimafia, ma la procura e la Direzione antimafia rifiutano la richiesta, invocando il segreto investigativo.
Dopo la tappa a Prato, la delegazione chiede di incontrare a Roma il capo della polizia, Vittorio Pisani, ma nel frattempo al Viminale si è fatto strada il sospetto che la controparte cinese sappia già troppo. Il Dipartimento della pubblica sicurezza chiede chiarimenti sull’intrusione informatica e, non ricevendo risposte dai funzionari cinesi, congela il programma di cooperazione appena avviato.
Le espulsioni e i relativi punti di domanda
Il 5 marzo scorso, due settimane dopo la notizia dell’attacco informatico, il Viminale firma i decreti di espulsione per motivi di sicurezza neiLa rete del Viminale violata
A metà febbraio di quest’anno Repubblica in un’inchiesta ha rivelato che, tra il 2024 e il 2025, hacker legati a Pechino erano penetrati nella rete del ministero dell’Interno, sottraendo nomi, incarichi e sedi di circa 5.000 agenti della Digos. Molti di loro si occupavano di indagini sulla criminalità cinese o della protezione dei dissidenti. La sera stessa il Dipartimento della pubblica sicurezza ha diffuso una nota di quattro frasi, nella quale afferma che gli attacchi “di matrice cinese” erano stati “tempestivamente rilevati” dalla polizia postale durante i controlli ordinari. Detti attacchi erano “finalizzati a tentare di localizzare i cittadini cinesi dissidenti presenti nel territorio italiano” e a identificare gli agenti della Digos impegnati nelle indagini sui gruppi cinesi. La nota aggiungeva che “non risultano essere stati esfiltrati dati attinenti a elementi sensibili su attività operative” e precisava che i risultati dell’indagine sono stati trasmessi alla magistratura.
Localizzare i dissidenti è proprio ciò che la rete indagata a Milano cercava di fare con Li, attraverso pedinamenti e fotografie. La nota non chiarisce quando esattamente siano avvenuti gli attacchi né quali sistemi siano stati colpiti, e non conferma né smentisce il furto della lista degli agenti. Un elenco contenente nomi, incarichi e sedi di poliziotti rientra o no tra i “dati attinenti a elementi sensibili su attività operative”? La formulazione vaga del comunicato si presta a entrambe le interpretazioni.
Alla fine di febbraio, alla Camera, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha risposto a un’interpellanza dei deputati Angelo Bonelli e Luana Zanella ripetendo le formule del comunicato, limitandosi ad aggiungere che gli accertamenti proseguivano in collaborazione con la magistratura e dedicando il resto dell’intervento all’organigramma delle strutture del ministero incaricate della sicurezza informatica. Bonelli ha definito imbarazzante la risposta. In generale, nessuno ha spiegato perché, se gli attacchi erano stati scoperti tempestivamente, l’opinione pubblica ne è venuta a conoscenza soltanto attraverso un giornale, con un anno o più di ritardo.
L’intenso ottobre del 2024
Ma facciamo un passo indietro e torniamo all’ottobre del 2024, un mese in cui si intreccia tutta una serie di sviluppi, alcuni chiaramente intercollegati, altri che invece appaiono come pure coincidenze. Il 9 ottobre 2024 è la data esatta in cui i due italiani indagati imbrattano su commissione la porta dell’appartamento di Li a Torino. Circa una settimana dopo, il 17, comincia la sorveglianza del palazzo da parte delle “spie” cinesi, che il 28 ottobre culmina nell’ispezione dei bidoni della spazzatura.
Proprio in quei giorni, e più precisamente il 24 ottobre, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si trova in visita a Pechino, dove viene ricevuto dal ministro della Pubblica sicurezza Wang Xiaohong. I due avviano un programma triennale di cooperazione per contrastare il traffico di droga, la criminalità informatica, la tratta di esseri umani e la criminalità organizzata. Secondo quanto raccontato dal Foglio, per ottenere l’incontro Piantedosi avrebbe dovuto accettare di farsi fotografare durante la visita a una stazione di polizia nei dintorni di Pechino. Meno di due anni prima Safeguard Defenders aveva censito in Italia undici “stazioni di polizia” cinesi non ufficiali, quindi illegali, più che in qualsiasi altro paese. Erano uffici ospitati da associazioni di emigrati e collegati alla pubblica sicurezza di città come Wenzhou e Fuzhou. Ufficialmente si occupavano di pratiche come il rinnovo della patente, ma secondo l’organizzazione servivano anche a sorvegliare la comunità cinese e a convincere le persone ricercate in Cina a rientrare. Lo stesso Piantedosi, appena insediato al Viminale, aveva annunciato verifiche.
Il 31 ottobre di quell’anno Piantedosi risponde in Senato ad alcune interrogazioni sul caso Equalize, l’inchiesta milanese su un’agenzia che preparava dossier su politici e imprenditori consultando illegalmente le banche dati dello stato. Il ministro dichiara che, in base ai primi controlli, l’ipotesi di una compromissione da remoto del centro elaborazione dati del ministero “non è risultata, allo stato, riscontrata”. Proprio nelle settimane della visita a Pechino, stando alle date indicate da Repubblica, l’intrusione informatica cinese nei sistemi del Viminale è già in corso o sta per cominciare.
Cosa comportasse in concreto la cooperazione con Pechino lo mette in evidenza un’altra inchiesta, quella della procura di Prato sulle violenze tra gruppi criminali cinesi nel distretto tessile.
Le richieste dell’ambasciata
Il 6 luglio 2024 l’imprenditore cinese Zhang Changmeng viene accoltellato nel locale Number One di Prato. È uno degli episodi della cosiddetta “guerra delle grucce”, lo scontro per il controllo del commercio delle grucce e della logistica nel pronto moda. Gli esecutori, tra i quali figura un ex militare cinese, vengono arrestati e condannati, mentre la procura guidata da Luca Tescaroli, arrivato a Prato proprio quel mese, cerca di individuare i mandanti.
Tra il dicembre 2024 e il gennaio 2025 Zhang e il fratello decidono di collaborare con la giustizia italiana e indicano i possibili mandanti. Poco dopo, alcuni funzionari dell’ambasciata cinese a Roma avvicinano il fratello per sapere quali nomi abbia fatto ai magistrati italiani. Secondo Il Tirreno, non sarebbe stato l’unico testimone avvicinato. Zhang afferma inoltre che i funzionari hanno poi comunicato i nomi dei mandanti alle autorità cinesi, evidentemente per evitare che tornassero in Italia e finissero in carcere.
La cooperazione giudiziaria tra stati passa attraverso le rogatorie, richieste formali che un paese rivolge a un altro tramite i rispettivi ministeri. Quando funzionari di un governo straniero interrogano di propria iniziativa, in Italia, i testimoni di un’inchiesta della magistratura italiana, scavalcano queste procedure e interferiscono direttamente con la giustizia di un altro paese. E infatti a inizio maggio 2025 Tescaroli protesta e invia a sua volta una rogatoria a Pechino per chiedere l’identità dei funzionari. La risposta non è mai arrivata.
Qualche mese dopo sono però le autorità cinesi a scrivere a Tescaroli per proporgli un incontro. Il 25 novembre arriva a Prato una delegazione cinese di alto livello, guidata da Liu Zhongyi, assistente del ministro della Pubblica sicurezza, e composta anche dal console generale e da alti funzionari della polizia criminale. Pechino offre informazioni, specialisti e interpreti, chiede di poter consultare i fascicoli e propone la costituzione di squadre investigative comuni. Negli stessi mesi cerca anche, attraverso canali europei, di inviare propri investigatori a Firenze per esaminare gli atti di un’indagine antimafia, ma la procura e la Direzione antimafia rifiutano la richiesta, invocando il segreto investigativo.
Dopo la tappa a Prato, la delegazione chiede di incontrare a Roma il capo della polizia, Vittorio Pisani, ma nel frattempo al Viminale si è fatto strada il sospetto che la controparte cinese sappia già troppo. Il Dipartimento della pubblica sicurezza chiede chiarimenti sull’intrusione informatica e, non ricevendo risposte dai funzionari cinesi, congela il programma di cooperazione appena avviato.
Le espulsioni e i relativi punti di domanda
Il 5 marzo scorso, due settimane dopo la notizia dell’attacco informatico, il Viminale firma i decreti di espulsione per motivi di sicurezza nei confronti di otto cittadini cinesi. È la prima volta che l’Italia dispone espulsioni per attività di repressione transnazionale e, secondo Il Foglio, quattro degli otto partecipavano attivamente alla campagna contro Li. Tre vengono rimpatriati subito, una persona rimane trattenuta perché ha chiesto asilo, mentre gli altri quattro avevano già lasciato l’Italia. Il ministero rifiuta di commentare. Laura Harth, di Safeguard Defenders, si dice piacevolmente sorpresa, pur sottolineando che all’impegno degli investigatori specializzati non corrisponde un’analoga volontà politica. Secondo l’organizzazione, è stata probabilmente la rottura della cooperazione con Pechino dopo l’attacco informatico a rendere finalmente possibile l’intervento.
Tuttavia, non si può non osservare che svariate persone legate alla campagna contro un dissidente hanno così lasciato il paese senza essere giudicate. Perché espellerle, quando avrebbero potuto essere processate o almeno sentite come testimoni? Come hanno fatto quattro di loro a lasciare l’Italia prima che fossero emessi i decreti? Perché si è intervenuti soltanto dopo il fallimento della cooperazione con Pechino, se la Digos indagava sulla campagna contro Li fin dal 2023?
E non sono gli unici casi. Il 22 agosto, all’aeroporto di Malpensa, la polizia di frontiera ferma una quarantenne originaria dello Zhejiang, appena atterrata con la figlia di otto anni. Le viene revocato il permesso di soggiorno di lungo periodo e viene imbarcata su un volo per Shenzhen, con il divieto di rientrare in Italia per quindici anni. Secondo la Digos di Torino, veniva pagata per sorvegliare un connazionale con lo status di rifugiato. Persone vicine a Li sostengono che l’uomo sorvegliato fosse proprio lui. confronti di otto cittadini cinesi. È la prima volta che l’Italia dispone espulsioni per attività di repressione transnazionale e, secondo Il Foglio, quattro degli otto partecipavano attivamente alla campagna contro Li. Tre vengono rimpatriati subito, una persona rimane trattenuta perché ha chiesto asilo, mentre gli altri quattro avevano già lasciato l’Italia. Il ministero rifiuta di commentare. Laura Harth, di Safeguard Defenders, si dice piacevolmente sorpresa, pur sottolineando che all’impegno degli investigatori specializzati non corrisponde un’analoga volontà politica. Secondo l’organizzazione, è stata probabilmente la rottura della cooperazione con Pechino dopo l’attacco informatico a rendere finalmente possibile l’intervento.
Tuttavia, non si può non osservare che svariate persone legate alla campagna contro un dissidente hanno così lasciato il paese senza essere giudicate. Perché espellerle, quando avrebbero potuto essere processate o almeno sentite come testimoni? Come hanno fatto quattro di loro a lasciare l’Italia prima che fossero emessi i decreti? Perché si è intervenuti soltanto dopo il fallimento della cooperazione con Pechino, se la Digos indagava sulla campagna contro Li fin dal 2023?
E non sono gli unici casi. Il 22 agosto, all’aeroporto di Malpensa, la polizia di frontiera ferma una quarantenne originaria dello Zhejiang, appena atterrata con la figlia di otto anni. Le viene revocato il permesso di soggiorno di lungo periodo e viene imbarcata su un volo per Shenzhen, con il divieto di rientrare in Italia per quindici anni. Secondo la Digos di Torino, veniva pagata per sorvegliare un connazionale con lo status di rifugiato. Persone vicine a Li sostengono che l’uomo sorvegliato fosse proprio lui.

Le associazioni
Tutti questi eventi hanno un retroterra che risale a dieci anni fa. Dal 2016 al 2019, infatti, poliziotti cinesi in uniforme hanno pattugliato Roma, Milano, Firenze, Napoli, Venezia e Torino insieme a poliziotti e carabinieri italiani, sulla base di un memorandum firmato all’Aia nel 2015. Ufficialmente il loro compito era unicamente quello di assistere i turisti cinesi, ma dal 2018 i pattugliamenti si sono estesi anche a Prato e Padova, città con grandi comunità cinesi e pochi turisti. L’Italia era l’unico paese del G7 ad aver accettato una collaborazione del genere, che si è poi interrotta con la pandemia.
Negli stessi anni a Milano è nata la prima “stazione di polizia” cinese. Un articolo pubblicato nel 2018 sul sito dell’Associazione Wencheng ne celebra l’apertura, voluta dalla pubblica sicurezza di Wenzhou. L’associazione riunisce gli emigrati di Wencheng, una contea della stessa municipalità da cui proviene gran parte dei cinesi residenti a Milano. I suoi dirigenti partecipano agli eventi del consolato e accolgono le delegazioni ufficiali in visita, comprese quelle della Federazione dei cinesi d’oltremare rientrati, un’organizzazione del Fronte Unito. Secondo Il Foglio, anche il presidente uscente dell’associazione, Hu Haibin, fa parte del Fronte Unito.
Il 23 febbraio di quest’anno, appena cinque giorni dopo la notizia dell’attacco cinese al Viminale, il vicepremier Matteo Salvini partecipa al gala di inizio anno dell’Associazione Wencheng in un ristorante milanese, insieme al console generale facente funzioni e al sottosegretario Alessandro Morelli. Secondo un comunicato del consolato, saluta gli ospiti in cinese e invita la comunità a fare da ponte tra i due paesi. Il Foglio riferisce che all’evento sarebbe stato presente anche il tenente colonnello dei carabinieri Andrea Maiorani. Per Salvini non si tratta di un episodio isolato, al contrario: era già stato ospite dell’associazione il 7 gennaio 2025 e vi è tornato anche il 29 giugno di quest’anno, quattro mesi dopo le espulsioni, per la cerimonia del cambio di presidente.
Delle associazioni legate alle “stazioni di polizia” illegali si parla pubblicamente dal 2022, e nel febbraio scorso il ministero dell’Interno ha scritto nero su bianco che Pechino cercava di localizzare i dissidenti presenti in Italia. Nonostante questo, Salvini non ha ritenuto opportuno astenersi dalla frequentazione.
Negli altri paesi
Anche se quello dell’Italia è uno dei casi più eclatanti, le ingerenze della Cina, tra “stazioni di polizia” e caccia ai dissidenti, sono diffuse in tutto il mondo. Negli Stati Uniti il caso più noto è quello di Xu Jin, ex funzionario di Wuhan trasferitosi nel New Jersey, che Pechino voleva riportare in patria nell’ambito di “Fox Hunt”, la campagna per rintracciare all’estero le persone ricercate in Cina. Nel giugno 2023 un tribunale di Brooklyn ha condannato tre uomini, tra i quali un ex sergente della polizia di New York. L’operazione era diretta da funzionari cinesi, tra cui un poliziotto e un procuratore, mentre gli organizzatori avevano fatto arrivare dalla Cina il padre ottantenne di Xu per convincerlo a tornare. Sempre a New York, nel 2022 due uomini avevano aperto a Manhattan una “stazione di polizia” per conto della polizia di Fuzhou. Uno si è dichiarato colpevole nel dicembre 2024 e l’altro è stato condannato da una giuria nel maggio scorso. In entrambi i casi l’accusa principale è di aver agito come agenti illegali di un governo straniero.
In Francia, il 22 marzo 2024, la polizia di frontiera è intervenuta all’aeroporto Charles de Gaulle mentre sette persone accompagnano all’imbarco il dissidente Ling Huazhan, 26 anni, per rimpatriarlo in Cina. Fra loro, secondo le ricostruzioni, vi erano anche due dipendenti dell’ambasciata cinese. Ling è riuscito a sottrarsi al rimpatrio. L’episodio dà origine a un’indagine del controspionaggio che all’inizio del 2026 porta alla chiusura di nove “stazioni di polizia” clandestine e a provvedimenti di espulsione nei confronti dei tre cittadini cinesi che le dirigevano. In Olanda e in Irlanda le autorità avevano già ordinato la chiusura delle rispettive stazioni nel 2022, non appena se ne era scoperta l’esistenza. A Milano, invece, le accuse sono stalking e associazione per delinquere. Il codice penale italiano non prevede un reato specifico per chi agisce sul nostro territorio contro gli oppositori di un governo straniero per conto di quel governo. I magistrati hanno quindi dovuto ricostruire la rete partendo dai singoli atti persecutori.
Le responsabilità
Le indagini sono partite dalla denuncia di Li e sono state condotte per anni dalle Digos di Torino e Milano, coordinate dal pm Gobbis. La politica si è mossa soltanto dopo che la cooperazione con Pechino era saltata, scegliendo espulsioni che possono apparire inopportune e controproducenti, poiché rimandano in Cina persone che conoscono da vicino il lavoro della polizia italiana e lasciano a chi le ha inviate la convinzione che il rischio, al massimo, è un biglietto di ritorno.
Durante la visita a Pechino, Piantedosi ha avviato un piano di cooperazione con una polizia che, secondo la procura, nello stesso periodo faceva sorvegliare un dissidente in Italia. Il silenzio sull’attacco informatico fino a quando non sono uscite le rivelazioni di un giornale e la partecipazione ripetuta di un vicepremier alle iniziative di un’associazione che ha ospitato una “stazione di polizia” cinese indicano che per anni il governo ha cercato soprattutto di non turbare i rapporti con Pechino. Ci sono quindi evidenti responsabilità politiche.
Li vive sotto protezione, mentre i suoi genitori continuano a ricevere visite dei servizi di sicurezza di Pechino. I cinesi che vivono in Italia e vorrebbero parlare liberamente sono da parte loro ben consci del fatto che, dietro alcune delle associazioni frequentate da politici italiani, può esserci chi li osserva.
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