Arrestano gente per aver pensato e scritto. Manganellano i ragazzi che osano scendere in piazza. Organizzano provocazioni, persino con intenti omicidi (vedi l’auto civetta della polizia che cerca di investire i manifestanti a Torino sabato scorso), zittiscono in vari modi chi critica. Fanno leggi a bizzeffe (tra l’altro pure incostituzionali) per difendere il potere e per blindarlo elettoralmente con la truffa. Garantiscono impunità alle squadracce (in divisa o meno poco importa) che aggrediscono. E, ovviamente, riarmano. Il regime meloniano, in quattro anni di potere, sta applicando una strategia che ricorda da vicino gli anni tra il 1922 e il 1926, quando l’ispiratore dell’attuale personale di governo, Benito Mussolini, trasformò la monarchia “liberale” nella dittatura fascista. Anche le coincidenze cronologiche fanno rabbrividire, dalla “Marcia su Roma” dell’ottobre ’22 (esattamente un secolo dopo il governo di minoranza Meloni-Salvini-Tajani prendeva il potere!) alle leggi fascistissime del novembre ’26 (qui hanno giocato con qualche mese d’anticipo sul centenario). La Storia non si ripete, dice il vecchio refrain, ma non si possono negare certe analogie. Certo, è verissimo che anche in piena democrazia liberal-borghese gli strumenti succitati siano utilizzati. E in Italia anche molto spesso (da Bava Beccaris a Piazza Fontana o a Genova 2001), segno della propensione di una borghesia più volte spaventata da una rivoluzione (purtroppo più evocata che reale) vista come imminente (1919-20, 1943-45, 1968-69) ad usare le maniere forti. Indubbiamente, però, negli ultimi quattro anni c’è stata una significativa accelerazione delle misure “eccezionali”, con una torsione autoritaria innegabile, sviluppata in modo non certo episodico. D’altra parte, se il manganello o la provocazione non sono certo prerogativa dei soli eredi di Almirante, l’aggravante è che loro ce l’hanno nel DNA, sin dai tempi delle squadracce in camicia nera che a suo tempo hanno distrutto manu militari il movimento operaio in Italia. Oggi preferiscono usare le cosiddette “forze dell’ordine” (d’altra parte probabilmente ben disposte, almeno nella maggioranza dei casi, verso le ideologie dell’estrema destra), anche perché, almeno per ora, le squadracce di “civili”, piccolo-borghesi, sottoproletari e “figli di papà” non sono così disponibili come un secolo fa, o comunque sono poco nutrite numericamente. Sarebbe un errore allarmarsi oltre il dovuto, certamente. Ma lo sarebbe altrettanto continuare a minimizzare, continuando come se non ci fosse un salto di qualità negli strumenti repressivi. Fermare questa deriva fascistoide del regime non è impossibile, se il movimento dei lavoratori, quello degli studenti, quello femminista, quello ambientalista, ecc. si mobilitano, se possibile congiuntamente, approfittando del “cambio di vento” che sembra di intravedere, non solo (e non tanto) in Italia. E mobilitarsi contro questo regime e la sua politica guerrafondaia e liberticida non vuol dire appellarsi alla Costituzione o alle (loro) leggi, anche se può essere utile utilizzare, criticamente, anche questi strumenti poco efficaci, visto che la Costituzione “reale” (cioè il potere delle classi dominanti e dei loro servi) ha quasi sempre la meglio su quella formale (applicata solo nelle parti meno progressiste, vedi le vicende del famoso art. 11, per fare solo un esempio attuale). Dei diritti “garantiti” nella Costituzione e nelle leggi ordinarie lor signori han dimostrato ampiamente di fregarsene (non era il “me ne frego” uno slogan dei loro ispiratori in camicia nera?), calpestandoli un giorno sì e l’altro pure. E senza che Presidente della Repubblica, Magistratura e quant’altro (salvo sporadiche e meritorie eccezioni) ostacolino questo processo autoritario. Sta nella forza dei movimenti la possibilità di schiacciare l’uovo del serpente prima che sia troppo tardi. E con ogni mezzo a disposizione.

Francesco Acaso


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