di Rolando d’Alessandro (da Barcellona)

Grazie a Maricarmen, ottantasettenne disabile sfrattata da casa sua a Madrid, alle successive mobilitazioni e allo psicodramma parlamentare conclusosi con il colpo di scena della chiamata alle urne, il problema della casa accaparra l’attenzione di media europei, spagnoli, dei social e di tutti quanti.

È un buon momento per, facendo astrazione dallo spettacolo circense (nel senso del circo romano) della pre-campagna elettorale, con i sindacati ufficiali che indicono uno sciopero generale in difesa del governo (un governo durante il quale sono stati eseguiti 100.000 sfratti) e la scomposta corsa per i primi posti in lista di personaggi di quella che si chiamò nuova politica,  contestualizzare il tutto con dati e fatti, al di là del gossip socio-político.

Nella Spagna uscita dal franchismo e nonostante la volontà del regime di trasformare un paese di proletari in uno di proprietari (i franchisti avevano questa tendenza ai giochi di parole) molta gente viveva in affitto (o in baraccopoli o case autocostruite) e la legge tutelava l’inquilino rendendo difficile lo sfratto. Gli affitti erano generalmente bassi.

Poi arriva il primo governo socialista. Con impeto modernizzatore approva, fra molte altre cose (come la ristrutturazione industriale, l’ingresso nella NATO e le privatizzazioni delle aziende pubbliche)  il  Real Decreto-Ley 2/1985, del 30 aprile, che abolisce il rinnovo obbligatorio degli affitti. Da quel  momento in poi, la durata della locazione sarebbe stata liberamente concordata dalle parti e, una volta scaduto il termine, il proprietario sarebbe potuto rientrare in possesso dell’immobile senza dover giustificare alcuna causa. Non solo: il decreto elimina i controlli amministrativi sui prezzi.

La successiva Ley 29/1994, del 24 novembre, sulle locazioni urbane, consolida il nuovo quadro liberalizzante. Istituisce una durata minima dei contratti di cinque anni, ma mantiene la libertà di fissare l’affitto.

Nel 2008 scoppia la bolla immobiliare, frutto della liberalizzazione del mercato, unitamente alla deregolamentazione fondiaria, alla facilità di accesso al credito e a un regime fiscale favorevole al settore immobiliare.

Nell’ottobre dello stesso anno un altro governo socialista, questa volta con Zapatero, inizia il salvataggio della Banca (attore strategico della bolla immobiliare): 50 miliardi a fondo perduto. Perché non fosse detto lo stesso governo approverà leggi per incentivare l’acquisto di case e gli affitti.

Dopo gli anni bui dei governi del PP tornano i socialisti, nel 2018, con il primo governo Sánchez. Tanto per chiarire quali sono le sue priorità, nel caso del diritto ad abitare promulga subito una riforma del codice civile, la Ley 5/2018, de 11 de junio volta a agevolare gli sfratti in caso di occupazione illegale di un immobile.  Misura rinforzata nel 2025  https://www.elsaltodiario.com/vivienda/psoe-pp-junts-cuelan-congreso-proposicion-ley-extender-desahucios-cautelares

Sarebbe però ingiusto dire che non c’è stata volontà di risolvere il problema della casa da parte del governo più di sinistra della storia di Spagna. Una nuova normativa definisce le figure di grandi proprietari, di zone ad alta tensione abitativa, con limiti agli aumenti dei canoni, alcuni miglioramenti e garanzie per gli inquilini. La filosofia è quella dell’ “un colpo al cerchio e uno alla botte”, con promesse di riattivazione del settore edilizio (uno dei più pompati d’Europa) e affari d’oro per i palazzinari

Va ricordato en passant che in Spagna le regioni hanno molte competenze in materia e quella che ha prodotto negli ultimi anni più leggi orientate al contenimento della speculazione, la Catalogna (con leggi direttamente proposte dai movimenti per il diritto alla casa come la Iniziativa Legislativa Popolare del 2015 approvate, guarda un po’, anche con i voti di Junts), se le è viste impugnare e cassare dalla Corte Costituzionale. Con il placet, visto che a quanto pare c’era in gioco il bene superiore dell’unità della patria spagnola, del PSOE e delle destre.

Insomma i due decreti raffazzonati che permettono oggi di presentare Sanchez come il Cid Campeador dei senza casa spagnoli, vittime degli strozzini, non dovrebbero far dimenticare che, per dirne un’altra, proprio l’11 settembre scorso il PSOE aveva fatto cadere la proposta di Sumar di vietare la vendita d’immobili a fondi d’investimento. https://www.elsaltodiario.com/vivienda/congreso-tumba-propuesta-prohibir-venta-pisos-fondos-buitre-abstencion-del-psoe.

Né che, malgrado il voto al Congreso contrario ai decreti, nelle cose davvero importanti, quelle cioè che alimentano il modello economico speculativo e estrattivista a vantaggio esclusivo delle élites economiche, la malvagia destra di Junts e la esemplare sinistra del PSOE vanno a braccetto come han sempre fatto: è della settimana scorsa l’accordo per impedire  la municipalizzazione dell’acqua nell’aera metropolitana barcellonese, atto coerente nel percorso di comune difesa degli interessi delle lobby del turismo, della logistica o delle grandi opere.   

Per farla breve: la socialdemocrazia in Spagna non solo non ha risolto il problema della casa ma l’ha in gran parte creato.

Strano, no? In Italia invece… 

Pochi ricordano che da noi esisteva una cosa chiamata “Equo canone”, ovvero in italiano moderno “rent control” (che sarebbe pure  l’ora di smetterla di gentrificare anche il linguaggio, no?). Misura creata quando era ministro Togliatti? No. La legge n. 431 che regolava il prezzo degli affitti fu approvata il 9 dicembre 1978 dal … IV Governo Andreotti. Funzionava all’italiana, cioè un po’ alla carlona però il principio c’era e, grazie anche all’esistenza di un discreto parco di case popolari, la pressione speculativa era contenuta. Chi la derogò, con la stessa volontà esibita dai socialisti spagnoli di sottoporre alle leggi di mercato un diritto pomposamente dichiarato tale nella Costituzione? Scelba, Berlusconi, Draghi? No, la legge 431/98 che cancellava l’equo canone (rent control) reca la firma del I governo d’Alema.

Con questi antefatti io credo che la brava gente di sinistra due domandine ce le dovremmo fare, se non vogliamo finire per comportarci come i nostri nemici, cioè ragionando con la pancia e la bile e non col cervello.

E la prima è: votare il meno peggio serve davvero a conquistare o garantire diritti o a migliorare le condizioni di vita della gente? Nel caso della casa sembra evidente che il “riformismo” (nome che si applica – secondo me a vanvera – al menopeggismo, in alternanza con “socialdemocrazia”) non ha attenuato né tantomeno contenuto l’attacco del capitale contro gli interessi delle classi soggiogate, anzi, ha rappresentato la carta vincente delle politiche neoliberali, con partiti e governi che hanno legiferato e soprattutto smobilitato movimenti in lotta con carote e tante bastonate (la Legge Bavaglio è stata usata per molto più tempo dai socialisti spagnoli – che si erano impegnati a derogarla – che dai popolari, che l’avevano promulgata).

La seconda è: quali sono le forze, allora, che hanno permesso di fare passi avanti – a livello sociale o di diritti politici -?

In Spagna abbiamo visto che anni di lotta di movimenti organizzati, numerosi, estremamente attivi hanno imposto a governi di partiti diversi (in Spagna i socialisti, in Catalogna o in Euskadi partiti di centro destra) le uniche riforme positive. In Italia basta ricordare le lotte per la casa di tutti gli anni settanta, con vere e proprie battaglie per l’occupazione d’interi quartieri e di decine di migliaia di abitazioni in un contesto di grande controffensiva popolare per capire il perché dell’approvazione di tante leggi progressiste da parte della Democrazia Cristiana. 

In sintesi e per chiuderla qui: “Solo il popolo salva il popolo… se si organizza e lotta”… e non si perde dietro i canti di sirena della politica rappresentativa


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