Ho appena visto i risultati di un sondaggio di Termometro Politico, un istituto di sondaggi piuttosto conosciuto in Italia. So benissimo che i sondaggi vanno presi con le pinze, anche quando non sono pilotati (come quasi tutti quelli elettorali), ma credo che, grosso modo, riescano a fotografare, per quanto in modo deformato, le opinioni della “gente”.
Il dato più importante riguarda la questione “diserzione”: nonostante le domande fossero poste in modo da favorire il discorso “difensista” (d’altra parte da noi, come quasi dappertutto dopo il 1945, i ministri della guerra e dell’esercito sono stati ribattezzati “della Difesa”), solo il 12,8% degli intervistati dichiara la sua totale contrarietà alla diserzione in caso di guerra. Un altro 17,9% ritiene giusto protestare contro la guerra (e “votare per i partiti pacifisti”) ma non approva la diserzione. Un altro 18,5% approva la diserzione nel caso di guerre che non siano “nell’interesse dell’Italia” (?!), un 18,9% approva la diserzione in caso in cui l’Italia partecipasse ad una guerra d’aggressione e ben il 26,6%, la maggioranza relativa, approva la diserzione in ogni caso! Quindi, circa la metà degli intervistati (sarebbe interessante vedere la percentuale tra i giovani, probabilmente i più preoccupati, visto che sono i candidati a diventare carne da macello) è a favore della diserzione (visto che, a memoria d’uomo, l’Italia ha sempre aggredito gli altri stati, dal 1866 ad oggi, e mai viceversa). Solo un terzo degli intervistati (con un ottavo di “patrioti”, probabilmente fascisti) è contrario alla diserzione. Un’ulteriore conferma di quanto poco appeal abbia la guerra e l’esercito nel nostro paese. Ed un incentivo a continuare la battaglia disfattista, l’unica, a mio avviso, coerentemente internazionalista.
Anche le altre domande del sondaggio rivestono una certa importanza. Quella che riguarda la questione elettorale (dopo che a Reggio Calabria il tasso d’astensione è arrivato al 78%), vede gli intervistati dividersi quasi a metà, tra chi ritiene che una bassa percentuale di votanti renda nulla la consultazione (42% circa) e richieda un nuovo appello alle urne e chi invece la ritiene valida lo stesso (47%) pur giudicando negativa l’astensione. Solo il 6% ritiene positiva una bassa percentuale, considerando non solo valida, ma persino auspicabile un’elezione di questo tipo. Probabilmente la somma di quelli che preferirebbero un “duce” che comandi senza intralci e quelli nostalgici del XIX secolo, quando solo i ricchi potevano votare per i notabili loro amici.
Le altre due domande (sul prezzo dei carburanti e sull’integrazione degli “stranieri”) sono secondo me meno significative, anche per il tipo di domande che lasciano poco spazio a risposte coerenti. Sulla prima praticamente tutti rispondono in modo “anti-multinazionali del petrolio”, sia giudicando gli “sconti” in modo positivo, ma aggiungendo una valutazione negativa dei “padroni del petrolio”, sia giudicandoli una “mossa propagandistica che non risolve nulla”. Sulla seconda, messa in modo piuttosto difficile da digerire per la stragrande maggioranza delle persone (Gli italiani dovrebbero imparare le lingue straniere – per esempio l’arabo – per favorire l’integrazione), c’è un terzo di favorevoli, anche se quasi tutti limiterebbero l’obbligo ad alcune figure come insegnanti o poliziotti (!?) e due terzi, come c’era da aspettarsi vista la domanda, contrari. Il 28%, quasi la metà dei contrari, lascia emergere posizioni piuttosto razziste, sostenendo che deve “restare in Italia” solo chi si è “assimilato”, non solo linguisticamente, ma pure dal punto di vista culturale. Una percentuale analoga ai voti ottenuti dalla destra alle ultime elezioni (27% degli aventi diritto al voto).
Flavio Guidi
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