La lotta per la casa in Spagna e la acampada della Puerta del Sol.
(Nota: leggere in fondo gli aggiornamenti delle h. 15.30).
di Stefano Portelli (*) (dal blog “La Bottega del Barbieri”)
Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid.
La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis.
Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?».
Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen.
Questo continuo riferimento alla difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello.
Oggi, che la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce.
Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi.
Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante.
L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse.
Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale.
Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti.
Appena poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile – che ha fatto esplodere la situazione.
Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile.
Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti.
La lucidità del suo discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della rendita immobiliare.
La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”.
La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione che dirige.
Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta. Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo.
Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto.
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Sarà difficile per il Psoe di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi.
Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué pasa / que no tenemos casa!
Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba del rentismo.
Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni.
Con un militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame.
E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre.
L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a tutte le città dello stato.
Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria.
C’è un po’ di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di migliaia in manifestazione.
Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie.
A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza.
Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda.
Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista?
Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez.
Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti che garantisce questa lobby.
Il governo voterà sicuramente un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza, soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare affitti insostenibili.
Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida?
(*) Tratto da Napoli Monitor.
Tutte le immagini sono tratte dalla pagina FB di Stefano Portelli.
ULTIMORA:
Grazie alla mobilitazione popolare, il governo spagnolo ha approvato il “Decreto Maricarmen”, che prevede: blocco degli sfratti fino al 2030; proroga automatica dei contratti d’affitto fino al 2028; proibizione dell’acquisto di case per i fondi immobiliari; regolazione degli affitti temporanei.
È un primo passo per invertire la liberalizzazione dei fitti, che i governi fintamente progressisti hanno intrapreso sin dagli anni Novanta; inoltre, darà sollievo a milioni di persone. Molte altre leggi devono essere cambiate, e la mobilitazione dovrà continuare, perché, come dice Javier Gil, la liberalizzazione ha richiesto moltissimi interventi legislativi, ora ne serviranno almeno altrettanti per restituire l’abitare al controllo popolare.
Inoltre, i fascisti sono in agguato, al soldo delle grandi lobby, e non molleranno la presa. Ma adesso sappiamo come si fa, e che si può fare.
Ultima cosa: Maricarmen ha riavuto la sua casa, a 500€ al mese. Tutto grazie alla lotta.
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