Fra i problemi irrisolti della rivoluzione spagnola del 1936-’37 spicca la questione dell’indipendenza del Marocco. Avrebbe potuto essere, questa, la carta decisiva per disarticolare l’attacco fascista, per dare respiro alla rivoluzione sociale, per infondere fiducia agli altri popoli nord-africani e mettere in difficoltà le mire imperialistiche delle potenze “interessate” alla Spagna. Niente da fare.

Il governo del Fronte Popolare, sancendo così la sua natura borghese, non intende affatto liberare un popolo sottomesso alla “sua” dominazione coloniale. Gli apparati anarchici e poumisti, fatta qualche debita eccezione, sono troppo prostrati al mito democratico borghese dell’”unità antifascista” per poter veramente portare alle estreme conseguenze il moto proletario sorto nei mesi passati.

Nel frattempo la controrivoluzione interna, PCE-PSUC in testa, prepara la definitiva resa dei conti verso le conquiste proletarie del luglio ’36. E’ un attacco a tutto campo che, in nome della “guerra prima di tutto”, demolisce le Comuni, i Comitati, le Milizie operaie nate dalle lotte dell’estate precedente. Raggruppamenti e piccoli partiti di opposizione, nati all’ultimo momento. riescono in qualche maniera a far sentire la loro voce, cercando di collegarsi al profondo malessere che pervade ormai i settori più radicalizzati del proletariato.

Ma è impresa improba, dal momento che i vertici considerati “rivoluzionari” stanno al governo e sono comunque in balìa della logica di guerra tra Stati.

Dopo varie provocazioni e scontri armati, l’occupazione da parte del governo catalano della centrale “Telefónica” di Barcellona innesca lo sciopero generale e l’insurrezione proletaria del maggio ’37.

Come nel luglio precedente, la città si popola di barricate e di lavoratori pronti a respingere in armi ogni rigurgito di restaurazione. Non vi è però una testa dirigente in grado di prendere in pugno la situazione; mentre i vertici CNT-FAI e POUM, puntando sulla moderazione del conflitto e poi sulla smobilitazione, danno l’ulteriore e definitiva prova di essere persi per la rivoluzione.

Cogliendo al balzo l’occasione della sconfitta della capitale rivoluzionaria, il governo del Fronte Popolare si sposta ancora più a destra, scatenando prima l’attacco contro il POUM (diventato il simbolo di un’opposizione da sopprimere ) e subito dopo contro gli stessi anarchici, a partire dalle loro realizzazioni collettiviste in Aragona. Il tutto condito da chiusure di sedi, censura della stampa, arresti, esecuzioni sommarie, sparizioni di centinaia, forse migliaia di militanti rivoluzionari di varia provenienza, che mai hanno accettato la “sacra unità nazionale”…Una eliminazione degli oppositori in grande stile, sotto la regia dello stalinismo locale e internazionale.

La controrivoluzione trionfa nella Spagna repubblicana e frontista, portando con sé, dopo neppure due anni da questi avvenimenti, anche la conclusione ingloriosa di una “guerra al fascismo” ad uso e consumo delle classi dominanti, condita sin dall’inizio da compromessi e tradimenti.    

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Con l’inverno 1936-’37 le forze della controrivoluzione interna passano decisamente all’attacco.

Dopo aver prima assecondato e poi metodicamente svuotato il poderoso moto del proletariato spagnolo esploso nel luglio, per la borghesia repubblicana si tratta ora di stroncare di netto realtà, associazioni, organismi in grado di mettersi di traverso a quella “restaurazione” invocata da tutti gli attori nazionali e internazionali della classe dominante.

I quali sono naturalmente uniti nell’impedire che dalla Spagna sorga un potere proletario in grado di lanciare un messaggio antagonista verso l’apparecchiamento di una nuova guerra mondiale che si sta delineando; e allo stesso tempo non sono di meno uniti nel voler stoppare ad ogni costo movimenti di liberazione nazionale che possano a loro volta frapporsi agli interessi e alle strategie globali del brigantaggio imperialista.

Conviene tener presente che senza il pieno utilizzo di colonie e possedimenti, senza il controllo e la depredazione  imperialista sui popoli di “colore”, non solo la guerra di Spagna ma la stessa seconda guerra mondiale che sarebbe scoppiata subito dopo non avrebbe di certo potuto dispiegarsi con tutto il suo potenziale di fuoco e violenza.

                                  Il mancato anello di congiunzione marocchino

Ed è dentro una simile ottica che va considerata, per la Spagna, la “questione marocchina”. Abbiamo visto come il Marocco spagnolo abbia rappresentato, per i golpisti, una importante base di reclutamento e di impiego di truppe nell’estate del ’36. Il golpe non a caso inizia nella città di Melilla. Ma, come abbiamo più volte richiamato, il putrido colonialismo spagnolo inciampa clamorosamente a ripetizione nell’ostacolo marocchino: portando a insurrezioni operaie (la “semaňa tragica” del 1909 ad esempio) ed a rivolte estese in tutto il territorio nazionale un decennio dopo.

Nel 1921 infatti a seguito della disfatta di Annual dell’esercito spagnolo, i combattenti berberi di Abd el-Krim arrivano a costituire una Repubblica Confederale delle tribù del Rif.

Tempo cinque anni e l’intervento congiunto ispano-francese metterà fine all’esperienza, ma il seme – come si dice – era stato gettato. Bastava annaffiare il terreno e un potente, decisivo, movimento alleato di masse sfruttate, avente un potenziale irradiamento in tutta l’Africa settentrionale, avrebbe potuto, assieme al proletariato spagnolo, divellere l’asse imperialista controrivoluzionario comprendente gli imperialismi fascisti e quelli democratici, nonché l’URSS staliniana.

Ma il terreno non viene annaffiato. Per i partiti borghesi, centralisti o autonomisti, social-stalinisti del FP l’emancipazione dei popoli coloniali è argomento tabù. Tutto logico. Qualora fosse stata sollevata la questione, come la si metteva con gli agognati (e comunque mai avvenuti) “appoggi” antifranchisti del duo franco-inglese, così avvinghiato ai suoi possedimenti coloniali? (Magreb e Marocco stesso per la Francia, Egitto e Palestina per la Gran Bretagna)

E come la si sarebbe messa con l’URSS, che aveva barattato la leniniana “auto-emancipazione dei popoli” con vecchie-nuove, sporche ambizioni nazionaliste?

Ma vi erano anche questioni interne alla borghesia repubblicana spagnola: la sua lotta contro il fascismo di Francisco Franco (che si impone rapidamente come leader dei golpisti) non è lotta rivoluzionaria, all’ultimo sangue, ma finalizzata al compromesso (1).

Dunque i popoli coloniali, per costoro, devono rimanere nella condizione in cui si trovano.

Dalla sponda anarchica e poumista a dire il vero, all’inizio, qualche approccio verso i capi dei rivoltosi marocchini viene fatto. Il POUM nei suoi proclami sostiene l’indipendenza marocchina.

Abd el-Krim si trova esule a Parigi; è attivo il Comité de Acción Marroquí (CAM), cui l’anarchico G. Oliver offre aiuti economici e armamenti per organizzare una rivolta. Senza riscontro immediato, dal momento che i delegati del CAM, memori della coalizione che li aveva attaccati e sconfitti un decennio addietro, chiedono che l’accordo proposto da Oliver sia ratificato dal governo di Madrid, con il benestare di quello francese. (2)

A sponsorizzare l’operazione giunge a Barcellona (siamo nel dicembre del ’36) il segretario dell’AIT Pierre Besnard (3), “forte” dell’appoggio della sinistra socialista francese e della CGT. (4)

Oliver, in vista del colloquio di Besnard con Caballero, non trova di meglio che chiedere l’avallo del presidente catalano Companys. Il quale naturalmente manda tutto a rotoli (da parte di Caballero giungeranno solo vaghe promesse), portando lo stesso Besnard a chiedersi: “ma i dirigenti CNT sono gli stessi del 19 luglio?” (5)

Sì, sono gli stessi; con qualche problemino in più derivato dall’essersi affidati politicamente alle frazioni della classe dominante che, a luglio, non sono state tolte di mezzo.

Il governo del FP dunque non si muove sulla questione marocchina, lasciando sgombro a Franco il terreno del reclutamento di truppe coloniali e della “pace sociale” nelle retrovie.

Morrow riporta un goffo quanto cialtronesco tentativo dei frontisti di barattare con Francia e Gran Bretagna un pezzo di Marocco spagnolo in cambio di aiuti più sostanziosi contro l’intervento di Italia e Germania…Proposta respinta: gli equilibri strategici in Europa per Parigi e Londra contano più di un “pezzo di Marocco”…

Anche da ciò possiamo riscontrare, senza ombra di equivoci, la natura prettamente borghese del ”legittimo” governo repubblicano: per nulla “popolare”, seppur composto da partiti “operai” e “antifascisti”.

Nota giustamente ancora Morrow (6) che “sollevare il Marocco spagnolo avrebbe messo in difficoltà la dominazione imperialista in tutta l’Africa,,,ma Caballero e il PCE si oppongono ai metodi rivoluzionari di lotta al fascismo.”

Di rincalzo il giudizio non meno sferzante di Orwell: “La migliore opportunità strategica della guerra fu trascurata nella vana speranza di placare il capitalismo franco-inglese.” (6bis)

Abbiamo così un’altra prova provata di come borghesia democratica e social-stalinismo, avversando la lotta conseguente al capitalismo e all’imperialismo, non siano neppure in grado di combattere sino in fondo quel fascismo contro il quale, quando si sentono minacciati nella “loro” esistenza, approntano le più varie “alleanze”.

Solo le minoranze rivoluzionarie anarchiche e comuniste, con scarse possibilità però di ribaltare la situazione, continueranno a sostenere l’indipendenza del Marocco come carta decisiva per sconfiggere il fascismo franchista. Su tutti, ancora una volta, spicca la figura di C. Berneri; il quale picchia su questo tasto, inascoltato, fin dall’insurrezione di luglio.

                                                   Verso la resa dei conti

Del resto, la situazione generale sta precipitando verso la definitiva resa dei conti tra le forze controrivoluzionarie e ciò che resta del moto rivoluzionario della passata estate.

Lo stalinismo getta nella mischia il “milieu” della sua ormai ramificata struttura internazionale.

Non sono più esponenti di P.C. clandestini o semi-clandestini quelli che ora bussano alle porte delle Cancellerie e dei Ministeri di mezzo mondo, ma quadri politici, militari e polizieschi esponenti della risorta potenza russa; poggianti su scuole diplomatiche e militari di lungo corso, dotate tra l’altro di fondi cospicui. Mosca, in Spagna, ha ormai messo tutti e due i piedi nel piatto. E li fa valere.

Già da fine luglio ’36 sono in Spagna, con ruoli di rilievo, l’argentino Codovilla (“Medina”), il bulgaro Stepanov. l’ungherese Gerö (“Pedro”), gli italiani Togliatti (“Alfredo”) e Longo (“Gallo”), nonché il famigerato Vittorio Vidali (“Carlos”), agente di quella NKVD diretta da Orlov.

Le Brigate Internazionali, comandate dal gen. Kléber (anch’egli NKVD) raccolgono circa 35.000 volontari giunti da tutto il mondo e li inquadrano sotto la politica nazional-popolare del governo Caballero.

Sulla base di queste iniziative, dell’invio di armi e viveri (abbiamo visto come, e a che prezzo), del protagonismo nella difesa di Madrid (dove però il primo impatto è stato sostenuto dalle Milizie), il prestigio dell’URSS è notevole e in crescita. (7)

Perciò a metà dicembre ’36 il PSUC, punta di lancia dello stalinismo in Catalogna, dopo pubblica rimostranza del console sovietico Antonov Ovseenko, chiede espressamente l’esclusione del POUM dalla Generalitat, in quanto “agente provocatore”, “trotskysta”, “controrivoluzionario” e via calunniando.

Posizione che sarà solennemente ribadita nel marzo successivo, al Congresso nazionale del PCE, dove il segretario José Diaz sancisce che tale partito sarebbe composto da “agenti del fascismo che si nascondono dietro parole d’ordine pseudo-rivoluzionarie per svolgere la loro vera missione.” (8)

Non potendo per il momento attaccare frontalmente il movimento anarchico, indebolito ma in grado materialmente di capovolgere la piega degli eventi, si attacca l’anello più debole del centrismo semi-rivoluzionario per vedere l’effetto che fa e per, – usando un vecchio adagio – “parlare a nuora affinché suocera intenda”…

Pertanto il POUM viene prontamente escluso dal governo regionale, mentre la CNT-FAI non trova di meglio che interpretare pubblicamente il fatto come una “diatriba tra partiti politici”…(sic)

Per non farsi del tutto scavalcare gli anarchici chiedono a loro volta l’esclusione dal governo anche del PSUC, senza considerare che questi ormai controlla tutte le leve del potere; a partire da quella UGT con la quale la CNT-FAI vorrebbe imbastire un “governo sindacale”!

Non per niente il segretario PSUC, ministro degli Approvvigionamenti, Joan Comorera il 24/12/’36 discioglie i Consejos Provinciales de Abastecimientos, liberalizzando il mercato agricolo. In questa maniera, mentre la piccola borghesia agraria catalana si arricchisce, la popolazione di Barcellona torna a fare le file per il pane.

L’effetto di tali misure non è solo economico, ma di demolizione del proletariato, costretto ad accantonare i propositi rivoluzionari per procurarsi di che vivere. Già sul finire del ’36 è possibile notare un significativo flusso di adesioni verso PSUC e UGT. Adesioni accompagnate da rivolte armate, come quella avvenuta (gennaio ’37) a Fatarella, villaggio nei pressi di Tarragona, in cui i piccoli proprietari si sollevano contro le collettivizzazioni anarchiche, causando numerosi morti e feriti. (9)

L’attacco è ad ampio raggio. E tocca tutti gli aspetti della vita politica e sociale.

Sempre su iniziativa del PSUC, viene decretata l’unificazione di tutte le forze di polizia agli ordini di ufficiali già in servizio nei vecchi corpi, proibendo agli agenti qualsiasi militanza politica e sindacale (1/3/’37). In pratica si arma di tutto punto la forza pubblica “tradizionale” nel mentre ,sul fronte di Aragona, mancano uomini e armamenti! Quelli che dal governo sostengono tali provvedimenti sono gli stessi che accusano le Milizie di “scarsa efficienza” e di “vigliaccheria” davanti al nemico”!

Avvengono con frequenza crescente sospensioni della stampa non allineata, multe per reati di opinione, proibizione di raduni, perquisizioni, fermi di polizia…conditi da assassinii di massa, come quello avvenuto a Villanueva de Alcardete (Toledo) il 15/3/’37, dove la GPU stermina 16 membri della CNT catalogati come “incontrolados”.

Certo, la situazione non è per nulla sotto controllo visto le reazioni di settori “non allineati2 dell’anarchismo. Come la “Columna de Hierro”, che già dall’ottobre ’36 reagisce alla penuria di armi attaccando militarmente le munitissime unità del PCE (ad esempio a Valencia, 1/10/’36, 50 morti).   

Sul versante economico, nel solo mese di gennaio ’37 vengono emanati dalla Generalitat ben 58 decreti atti a restringere nettamente il raggio delle attività delle fabbriche collettivizzate. (10) Sempre Comorera  usa la leva dei crediti aziendali per puntare sulle nazionalizzazioni, “militarizzando” l’economia collettivizzata. Il nervo dolente dell’Aragona, roccaforte libertaria, si cerca di devitalizzarlo già nel marzo, scagliando contro le collettività di questa regione, come pure nel Levante, le truppe di E. Lister e V. Gonzáles supportate dai carabineros inviati dal ministro delle Finanze J. Negrín. I ministri anarchici, per una volta, insorgono e la cosa rientra. Sarà solo questione di pochi mesi.  

G. Munis (11) parla di “reazione su tutta la linea” che si scatena dal gennaio ’37, dietro la direttiva della “guerra di indipendenza nazionale” proclamata dal governo del FP. Chi non ci sta è “agente di Franco”!

G. Orwell (12) rammenta come gli stalinisti procedessero nella guerra, “mentre noi (del POUM, NDR) e gli anarchici segnavamo il passo…questa era la sensazione generale in quell’epoca…i comunisti (il PCE, NDR) sembravano gli unici in grado di vincere la guerra”.

Erano considerati “eroi di Spagna…ogni rivoluzionario del POUM, benché ne vedessi la coerenza logica, mi sembrava piuttosto futile. Dopo tutto, l’unica cosa che veramente contasse era vincere la guerra.”

A tale scopo, continua Orwell, non si lesinavano menzogne da parte del PSUC: POUM “fascista”, “Quinta colonna di Franco”, diffuse a tutto volume dalle retrovie.

Messe così, paiono incertezze del miliziano preso tra due fuochi; il quale però arriva al nocciolo della questione: “La cosa per la quale i comunisti (il PCE, NDR) s’adoperavano non era il rinvio della rivoluzione spagnola a tempi più favorevoli, ma il garantire che non dovesse scoppiare più…” consisteva nel “respingere gli operai da una posizione di vantaggio in un’altra dalla quale, quando la guerra fosse finita, essi non avrebbero assolutamente potuto opporsi alla restaurazione del capitalismo. “

Come si vede, il trentacinquenne Orwell (13), pur non essendo di certo un internazionalista (e lo dimostrerà palesemente negli anni a seguire), riesce comunque dalla viva esperienza a mettere a fuoco ciò che molti “comunisti” dichiarati han sempre fatto fatica ad acclarare.

Ma come abbiamo accennato prima, non tutto è ancora perduto. E’ chiaro che la rivoluzione in Spagna ormai non potrà vincere. Ciò non significa però che essa debba cedere le armi senza combattere. Un nuovo sussulto proletario potrebbe, se non rovesciare la situazione, lanciare perlomeno un messaggio forte a tutti gli sfruttati, far vedere che è possibile reagire al plumbeo clima spartitorio imperialista che dalla Spagna si proietterà a breve sul continente europeo e poi sullo scenario internazionale.  

Come reazione all’aperto attacco della controrivoluzione sorgono qua e là raggruppamenti di compagni che intendono rilanciare le istanze più genuine del proletariato. Sono in prevalenza energie giovanili quelle che si mettono di traverso, ma non solo.

Il 14 febbraio Barcellona assiste al raduno di oltre 50mila giovani libertari, poumisti, socialisti, decisi a costituire un “Fronte della Gioventù Rivoluzionaria” di Catalogna. Iniziative simili, pur di tono minore, avvengono anche a Madrid e nel Levante, con possibilità di replica pure nelle Asturie.

Nel marzo in seno alla CNT-FAI nascono “Los Amigos de Durruti” (AdD) come ala dissidente “radicale” verso il collaborazionismo dei vertici. Il loro ispiratore è Jaime Balius (1904-1980), dichiaratamente ostile alla linea di Oliver. Il gruppo, assimilabile alla tendenza libertaria dei “Piattaformisti”(14), si dota di una Junta eletta da una Assemblea chiamata a ratificare ogni decisione presa. Il nome della testata che rappresenta gli AdD è di sapore marattiano: “El Amigo del Pueblo”. (15)

A queste realtà si aggiunge la neonata “Sezione Bolscevico-Leninista di Spagna” (B-L) di cui fa parte Munis. proveniente dalle solite, travagliatissime, multiple, ricomposizioni-scomposizioni del campo trotskysta (ma sarebbe più appropriato allargare la constatazione a tutta la sinistra internazionalista).   

Quando lo stesso Munis (16)  ripropone le parole d’ordine del gruppo in quel delicato frangente non si può che prendere atto della loro giustezza e linearità: governo dei Comitati operai e contadini, difesa delle conquiste rivoluzionarie, disarmo e accorpamento dei reparti speciali nelle Milizie popolari, armi al popolo, guerra rivoluzionaria…

Il problema però è sempre lo stesso: manca un coordinamento operativo tra queste formazioni.

Il risultato sarà quello di condurre una guerra comune ma in ordine sparso. Esse si ritroveranno fianco a fianco sulle barricate barcellonesi del maggio…insieme a una massa degli insorti a sua volta in attesa delle decisioni provenienti dai soliti “vertici”…I quali, come da copione ormai, sanciranno la definitiva disfatta della rivoluzione.

E del resto: come pretendere che nel giro di tre mesi, formazioni sorte all’ultimo momento, senza un comando unico, senza “rodaggio” in seno alle masse, senza dirigenti riconosciuti (sì, dirigenti riconosciuti! Puerile nascondersi perennemente dietro la “massa anonima”), compattate solo dalla volontà rivoluzionaria, possano capovolgere una situazione di per sé già complicata?  

                                             POUM e anarchici sotto attacco

Viene da chiedersi: perché l’attacco al POUM da parte dello stalinismo con l’intento di farlo sparire dalla faccia della terra?

Perché, se questo partito, in fondo, si è in qualche modo “adeguato” all’andazzo frontista?

Non c’è un’unica risposta. Si potrebbe dire, come fa Munis (17), che “il livello del suo opportunismo non era ancora così alto…” Oppure, messa giù più obiettivamente, rilevare che – nonostante tutto – si riteneva pur sempre possibile una sua opposizione fattiva alla controrivoluzione (era presente nel POUM un’ala “non collaborativa” facente capo a Juan Andrade; in più il partito raggruppava circa 30mila miliziani in armi).

Ma non di meno importante potrebbe essere il fatto, già citato, di colpire sodo il “socio” minore della CNT-FAI per piegare meglio gli anarchici. Per non parlare della necessità di stroncare un soggetto apertamente e ripetutamente critico verso la “grande URSS”. O ancora dell’occasione, cara agli stalinisti, di sperimentare anche in Europa la caccia in grande stile al “trotskysta” iniziata in Russia.

E il POUM, pur essendo un partito ripudiato pubblicamente da Trotsky (18), ha comunque addosso il marchio del “trotskysmo”. Pesano certo i trascorsi di collaborazione col leader rivoluzionario in esilio da parte di A. Nin e J. Maurin, i fondatori del partito, nonché alcune posizioni poumiste che richiamano vagamente la “rivoluzione permanente”.

Ma prevale su tutto la canagliesca prassi staliniana di definire “trotskysta” (ergo infame, spia, provocatore, agente nazi-fascista) chiunque si opponga al regime sovietico da un punto di vista di classe.  

Dall’aprile in poi le cose precipitano. Le anarchiche “pattuglie di controllo” catalane, poste ai confini con la Francia, vengono proibite. Per reazione, 250 Guardie Civil inviate a disarmarle sono a loro volta circondate e recluse. Giungono i carabineros, ma la musica non cambia. La Catalogna è pur sempre un osso duro. A Lérida è presente una “Federazione del Baix Llobregat” in grado di opporsi ai decreti dei governi di Madrid e della Generalitat.

Ma a fine mese i carabineros prendono il controllo dei valichi pirenaici. Il 25 aprile il dirigente dell’UGT e militante del PSUC Roldán Cortada è assassinato. Neppure ventiquattrore dopo, a Puigcerdá, sempre nei Pirenei, si verifica uno scontro a fuoco tra carabineros e miliziani anarchici in cui muore l’anarcosindacalista anti-collaborazionista Antonio Martín.

Il 27 aprile la Generalitat lancia un ultimatum affinché vengano disarmate le retrovie, scatenando per tutta la Catalogna una reciproca corsa al disarmo tra rivoluzionari e governativi.

Sono le micce che portano all’epilogo del maggio. Sullo sfondo vi è una conduzione della guerra contro Franco da parte di Madrid che non può più tollerare “disturbi” nelle retrovie.  

A inizio anno l’esercito franchista ha occupato Malaga, ma il suo nuovo tentativo di attaccare Madrid è stato stoppato prima a Jarama (6-15 febbraio) e poi a Guadalajara (8-18 marzo). Spostandosi temporaneamente l’offensiva fascista verso i Paesi Baschi, il governo frontista può dedicarsi a regolare i conti con le opposizioni interne.

                                               Barcellona proletaria insorge

Il 3 maggio, a Barcellona, la sede della Telefónica, gestita da un Comitato CNT-UGT fin dalle giornate del luglio scorso, è assalita da un nutrito reparto di Guardias de Asalto, comandate personalmente da Rodríguez Salas, commissario della Generalitat per l’ordine pubblico.

L’operazione avviene su esplicito mandato di Artemi Ayguadé, consigliere per la sicurezza interna.

Non c’è bisogno di essere degli Sherlock Holmes per ricostruire una catena che dalla Generalitat porta al PSUC e al PCE, per non parlare di Prieto, Negrín, Azaňa e del codazzo di buoni borghesi “democratici” ansiosi di eliminare la “zavorra” interna.

Appena la notizia dell’attacco si diffonde scatta lo sciopero generale e riappaiono in tutta la città le barricate dell’estate precedente. Sciopero e barricate spontanee, senza che alcuno abbia dato indicazioni precise. E’ il proletariato barcellonese, seguito da altri suoi comparti nelle città e nei villaggi vicini, ad avere una reazione istintiva verso quella che appare (come in effetti è) la definitiva liquidazione del luglio.

Munis, presente ai fatti, reputa che “salvo una piccola zona del centro, Barcellona (sia) in mano agli insorti”. Tesi confermata da Morrow e naturalmente da tutti i militanti e gli storici dell’anarchismo “di lotta e non di governo”.

L’anarco-sindacalista, combattente della Columna Durruti, Robert Louzon conferma che gli anarchici in quel momento avrebbero in mano i nove decimi della città.

Conseguentemente, si è portati a ritenere possibile in quel frangente un ribaltamento delle sorti della rivoluzione; o comunque la conquista operaia della capitale catalana e il lancio di una Comune, stavolta genuinamente proletaria.

Dunque il mancato ottenimento di un simile obbiettivo sarebbe imputabile all’ennesimo tradimento compiuto dai vertici CNT-FAI, insieme all’inguaribile centrismo poumista che gli sta appresso.

Orwell, schierato in armi sulle barricate POUM, è più pessimista in merito alla buona riuscita dell’insurrezione. Vede in quell’evento la provocazione stalinista e governativa in un quadro di inevitabilità dello scontro (19), ma reagisce alle menzogne del PCE-PSUC verso l’insurrezione (“un complotto della Quinta Colonna franchista”) stando sulla difensiva, prendendo la pura spontaneità del moto come scusante (“non c’era nessun piano!”) e non come – ahimè –  la tragica reiterazione del più grosso limite politico dell’intero movimento rivoluzionario catalano e spagnolo. (20)

Cioè: l’affidarsi fideistico alla “spontaneità”.

I combattimenti tra i lavoratori armati contro Asaltos, militanti del PSUC, della sinistra repubblicana e del partito nazionalista catalano “Estat Catalá” si protraggono per l’intera giornata, senza che alcuno possa o pensi di coordinare gli insorti contro i centri del potere governativo.

Come ricorda ancora Qrwell, nella CNT-FAI e nel POUM prevale la linea difensiva e la richiesta di dimissioni non del governo, ma del “responsabili” dell’attacco alla Telefónica:  “Dovevamo difendere gli edifici del POUM se attaccati, ma i dirigenti del POUM avevano dato istruzioni di mantenerci sulla difensiva e di non aprire il fuoco se potevamo evitarlo.” (21)

Il giorno 4 maggio gli insorti controllano praticamente la città, ma quelli che dovrebbero mettersi alla testa del moto e sbaragliare il nemico cercano il compromesso.

Si forma un nuovo gabinetto nella Generalitat, che fa credere di voler negoziare (giù le armi e non insistere sulla destituzione di Ayguadé e Salas…sic), ma al contempo Caballero invia i ministri anarchici Mariano Vásquez, García Oliver e Federica Montseny a fare da pacieri (cioè: smobilitare dopo aver consegnato le armi!) nel mentre affluiscono a Barcellona navi militari e 5.000 gendarmi a “ristabilire l’ordine”!

Manco a dirlo, ecco rispuntare il totem dell’”unità antifascista” con tutti e per tutti a sancire la vergognosa azione di smantellamento definitivo della rivoluzione ad opera dei “rivoluzionari”.

La CNT-FAI diffonde via radio il seguente appello: “Operai della CNT, operai dell’UGT! Non tollerate l’inganno e le manovre. Prima di tutto unitevi. Deponete le armi. Imponete una sola consegna; quella di lavorare tutti per vincere il fascismo.” (22)

Seguiranno frasi di vomitevole lirismo sulla falsariga del “volemose bene” pronunciate da Oliver sulle quali conviene soprassedere.

Zarcone nella sua dettagliata cronaca di quei giorni (la smobilitazione delle barricate avviene l’8 maggio) racconta il bloccaggio da parte dei “pompieri dell’anarchismo” di colonne confederali (ma anche poumise) decise a venire a Barcellona dal fronte per regolare i conti coi controrivoluzionari.

La mattina del 5 maggio gli AdD diffondono un volantino che chiede “una Giunta rivoluzionaria. Fucilazione dei colpevoli. Disarmo di tutti i corpi armati. Socializzazione dell’economia. Dissoluzione dei partiti politici che abbiano aggredito la classe lavoratrice. Non cediamo il controllo delle strade.” E così chiude: “Salutiamo i nostri compagni del POUM che hanno fraternizzato nelle strade con noi. Viva la rivoluzione sociale! Abbasso la controrivoluzione!” (23)

A loro volta i B-L (Munis), aderenti alla IV° Internazionale, prendono posizione: disarmo della Guardia Civil e Asaltos, sciopero generale (ad eccezione delle industrie di guerra) fino al rovesciamento del governo reazionario, armamento totale della classe operaia, comitati rivoluzionari di autodifesa, unità d’azione CNT-FAI e POUM…  (24)

Ma sono gli ultimi appelli per una offensiva operaia ormai praticamente impossibile.

La direzione della CNT già dal 6 maggio, senza che quella del POUM dica qualcosa di diverso (25), invita a smobilitare e tornare al lavoro, sulla base delle assicurazioni governative per cui “non ci sarebbero state rappresaglie” e che sarebbe avvenuta la liberazione dei prigionieri politici.

Succederà esattamente il contrario: assassinii e lunghe detenzioni, torture e sparizioni di centinaia, forse migliaia di rivoluzionari. Decapitazione del POUM, con l’arresto, il processo e la detenzione di tutto il Comitato Centrale del partito.

A. Nin verrà ucciso, dopo terribili torture, in una prigione segreta della NVKD, e il suo corpo dissolto nel nulla. In seguito la stessa sorte toccherà a dirigenti del B-L come Erwin Wolf e Hans Freund.

Gli anarchici Camillo Berneri (25 bis) Francesco Barbieri, Adriano Ferrari, Lorenzo di Peretti e Pietro Macon saranno prelevati dalle loro case da sgherri stalinisti e trucidati con il classico colpo alla nuca. Eliminato anche A. Martinez. segretario della Juventudes Anarchistes., e molti altri compagni delle varie tendenze di opposizione. (26)   

La stampa non governativa è messa sotto censura. Il POUM dichiarato fuorilegge. Le pattuglie di controllo rese illegali e disarmate. Distrutti molti collettivi agricoli e urbani. “Il 15 maggio i Comitati rivoluzionari, che fino allora avevano opposto resistenza al decreto della Generalitat del 9 ottobre ’36, furono dichiarati illegali.” (Burnett Bolloten)

L’insurrezione esce seccamente sconfitta dai moti di Barcellona: il governo borghese è più forte di prima, la repressione statale si intensifica e si allarga, le residue conquiste proletarie del luglio vengono attaccate frontalmente: Comuni, Comitati, associazioni, sindacati, partiti. (27) 

Insomma, con le giornate del maggio 1937, viene a chiudersi definitivamente il ciclo rivoluzionario iniziato formalmente col luglio ’36, ma – visto nella sua prospettiva storico-politica – potrebbe essere datato dall’insurrezione asturiana dell’ottobre del ’34.

                                         Considerazioni sul maggio 1937

L’insurrezione del maggio ’37 per Morrow provoca 500 morti e 1.500 feriti. H. Thomas è più vago, stabilendo una forbice che va dalle 400 vittime ai 1.000 feriti per giungere alla vetta di 900 morti e 2.500 feriti. Tutto sta se nel calcolo si tiene conto della sola Barcellona o anche del circondario. Fermo restando che un conto preciso è impossibile vista la considerevole entità degli “scomparsi” e degli eliminati nei mesi immediatamente successivi. (28)

Ma al di là delle cifre, sempre tragiche, delle vittime proletarie di questo grandioso sussulto d’orgoglio di classe, crediamo convenga svolgere qualche riflessione supplementare in merito al maggio barcellonese.

Partiamo da ciò che sembra assodato, e cioè che dal 3 maggio (inizio dell’insurrezione) al 5 maggio la città è in mano agli operai in armi. Lo riconosce anche H. Thomas (tutt’altro che un rivoluzionario) quando scrive che “i sobborghi di Barcellona sono con gli anarchici.” (29)

Per chi ha presente Barcellona, soprattutto dell’epoca, controllare i sobborghi significa controllare l’intera città. Solo l’ignavia dei vertici CNT-FAI impedisce ad essi di prendersi anche il centro.

Trattasi allora di scontri tra “minoranze” armate, come certa storiografia tendenziosa stalino-democratica ha cercato nei decenni di far passare? Sembra proprio di no, visto che Orwell, piuttosto pessimista e convinto che il potere “comunque non lo si sarebbe tenuto più di qualche giorno, favorendo Franco” (!), epperò partecipe alle barricate, sostiene la presenza in quelle giornate di almeno 10.000 militanti del POUM per le strade; i quali sono comunque, secondo lui, pur sempre una “esigua minoranza” rispetto alle ben più folte schiere dei militanti anarchici scesi a combattere…(30)

Anche se c’è da aggiungere che Brenan ridimensiona assai il coinvolgimento anarchico nell’insurrezione; in quanto, secondo lui, “il grosso della CNT-FAI non partecipò al conflitto…”(31) Osservazione da non scartare a priori a beneficio della tesi di una adesione “totale” del proletariato catalano al moto, dal momento che – ricordiamolo – più di un terzo dei proletari in armi ha la tessera CNT-FAI, e circa un altro terzo quella della UGT.

Ad ogni modo la città è in pugno agli insorti, i quali sono numerosi e inizialmente animati dallo scopo di spazzare via i controrivoluzionari annidati nei governi.

Dove si vuole arrivare? Dove si potrebbe arrivare? Confermata la situazione sfavorevole a livello internazionale ancora prima del maggio; preso atto che la guerra ha cominciato a “divorare la rivoluzione” (C. Maura); preso pure atto che non esiste sul terreno una avanguardia politica in grado di dirigere il movimento ma solo di sfiorarlo in alcuni suoi punti sensibili…diventa cosa assai problematica anche battere il nemico sul campo (dopo averlo ben individuato), instaurare una Comune rivoluzionaria e rivolgersi al proletariato internazionale.

Per arrivare a ciò occorre comunque una testa politica attrezzata, una organizzazione minimamente strutturata ed efficiente, degli addentellati reali tra le masse che possano impedire che lo sguardo di esse, pur con le armi in pugno e i morti ammazzati nelle strade, sia comunque rivolto (anche contro l’evidenza!) verso le decisioni provenienti dalla direzione CNT-FAI…

Questo invece è quello che succede nel maggio ’37, e a nulla serve ai nostri validi compagni militanti-storici-testimoni far finta di nulla, concentrando tutto il fuoco della critica sul “tradimento dei vertici”. Cosa sacrosanta beninteso, e ci mancherebbe; ma che non può sorvolare sulle evidenti carenze dei rivoluzionari.  

Lenin non ha mai chiesto, se non in forma di aperta provocazione politica, ai social-rivoluzionari e ai menscevichi di svolgere le funzioni che toccavano ai bolscevichi, e solo a loro.

Maura ad esempio se la prende con la guerra, con i partiti in quanto tali e con ogni forma di organizzazione che non dà “libero sfogo” alle masse rivoluzionarie.

Morrow parla di un “controllo schiacciante” degli insorti, svenduti spostando la lotta sul terreno delle trattative invece di confidare sulle “prospettive reali di irradiazione della rivoluzione”.

Munis reputa addirittura che la vittoria proletaria a Barcellona nel maggio avrebbe esteso di nuovo la rivoluzione in tutta la Spagna, suscitando un moto di solidarietà internazionalista…E si allarga ancora di molto il dirigente dei B-L, descrivendo una Francia “sull’orlo della guerra civile” (mentre sta avvenendo il contrario), una Gran Bretagna alle prese con una classe operaia all’offensiva (!?), un Mussolini “traballante” (quando invece quelli sono proprio gli anni del “consenso” interno verso il regime).

Non del tutto a torto, seppur con una punta mal celata di giustificazionismo per le loro inadempienze, alcuni esponenti di punta dell’anarchismo (militanti e storici che siano) hanno esplicitato con rammarico – in più occasioni – il fatto che la solidarietà attiva del proletariato internazionale verso la rivoluzione spagnola sia sempre stata poca cosa, facendo naturalmente eccezione delle minoranze (generosissime, ma pur sempre minoranze) accorse in Spagna a combattere.

Una scarsa solidarietà internazionale sintomatica dei limiti oggettivi che circondano sin dall’inizio il moto rivoluzionario spagnolo.

                                                 Da Caballero a Negrín

Il 16 maggio, pochi giorni dopo la rimozione delle barricate a Barcellona e lo scatenamento della caccia al “sovversivo”, Caballero si dimette.

Dimissioni spontanee o “spintanee”? Un po’ tutt’e due le cose.

Da un lato Caballero si vede sfilare dalle mani la carta di dare corda all’estrema sinistra per contenere il crescente ruolo prevaricatore di PCE-PSUC e cooptare populisticamente le masse nel governo. Caballero è un riformista di “sinistra” troppo “spagnolo” per rassegnarsi a bussare alla porta degli stalinisti ogniqualvolta ci sia da prendere delle decisioni. Così come succederà al suo antagonista socialista di destra , più volte ministro, Indalecio Prieto. Sono falle che si aprono nella borghesia repubblicana relative al grado di autonomia che la stessa è in grado di mantenere in base allo svolgimento della guerra. (31 bis)  

D’altro canto il PCE-PSUC non vuole intralci di alcun genere, ora che l’affondo finale contro POUM e anarchici ha preso il via. Accusa Caballero (l’ex “Lenin spagnolo”!) di incompetenza militare (32) e gli fa capire che per lui si spalanca la porta d’uscita. Caballero cerca, senza successo, di varare in extremis un “governo sindacalista”. Poi lascia.

Nasce così il governo Negrín, molto più disponibile ai desiderata di Mosca e a manovre più spregiudicate in politica estera.

Juan Negrín è un medico socialista vicino a Prieto, in ottimi rapporti coi russi in quanto ex ministro delle Finanze. Uno che sostiene quelle larghe alleanze interclassiste (clero compreso) tanto care all’URSS. Uno che mette la guerra contro Franco al primo posto, e che non ha problemi a fare fuori gli anarchici dal governo. L’esecutivo da lui diretto è infatti composto da esponenti socialisti, stalinisti, repubblicani, nazionalisti baschi e catalani. (33)

C. Venza (34) riporta aneddoti assai esplicativi dello sbandamento poco onorevole che attraversa i vertici CNT-FAI: dopo aver dichiarato ufficialmente (15/5) di non essere stati coinvolti come organizzazione nei moti di inizio mese, essi in un primo momento – al varo del governo Negrín – dichiarano “controrivoluzionario” il nuovo esecutivo…salvo chiedere di essere rimessi in sella appena un mese dopo.  

Negrín, scrive Bennassar (35), riduce la partecipazione operaia alla gestione delle imprese, pone le industrie di base sotto il controllo dello Stato, sopprime le Milizie operaie e i tribunali popolari, fa restituire le terre confiscate, previa domanda, ai proprietari terrieri.

Il 25 maggio il governo catalano, regista Comorera, dispone l’iscrizione delle collettività industriali e commerciali nel registro delle imprese e da giugno il Departamento de Economía è in mano agli stalinisti, i quali impongono politiche centraliste e stataliste funzionali alla guerra. Salari, condizioni di lavoro, dignità del lavoro rientrano nei meccanismi tradizionali dello sfruttamento.  

Nell’immediato, si conduce la liquidazione militare del “Consejo de Aragon” (11/8/’37), la roccaforte anarchica in cui il progetto di collettivizzazione ha assunto le forme più radicali.

La campagna stalinista di menzogne che prepara e accompagna l’affondo è un piccolo campionario del metodo stalinista di condurre le lotte politiche. Il “Frente Rojo”, organo del PCE, parla di “violenze, torture, sfruttamento degli anarchici” nelle Comuni, di Consigli “popolati da noti fascisti, da capigruppo della Falange”. Le truppe staliniste di Lister attaccano l’Aragona mentre la 25°, la 26° e la 28° Divisione sono al fronte a respingere l’offensiva franchista…

Al posto delle Comuni vengono ripristinati i Municipi, le sedi CNT-FAI sono chiuse, si attuano 600 arresti di militanti, tra i quali il presidente del “Consejo” Joaquin Ascaso, fratello di Francisco.

Non ci interessa descrivere le Comuni aragonesi come realtà idilliache fuori dal mondo, ma è storicamente assodato come le “costrizioni” e le “violenze” relative ad esse siano fenomeni marginali, o comunque tali da non poter caratterizzare un simile esperimento sociale.

Lo stesso Zarcone, come Munis del resto, per non dire Morrow (36), che non risparmiano certo appunti critici al fenomeno, convengono sul fatto dell’ampia adesione volontaria della maggioranza dei contadini (comprese anche quote di piccoli produttori) al lavoro autogestito e libero (per quanto possibile) dai diktat del mercato capitalista. Ne deriva comunque, al di là dei giudizi di merito, la presa d’atto dell’infamia frontista di mostrarsi avversi, decisamente, e con ogni mezzo nemici, di qualunque tentativo delle classi oppresse di inseguire la propria auto-emancipazione.

Il PCE-PSUC manda avanti Negrín, non si mostra come primattore, ma è sua la polizia politica (la SIM), la direzione della Sicurezza (colonnello Antonio Ortega), il controllo dei comandanti dei corpi militari e dei commissari delle armate. In poche parole: l’opera di demolizione delle istanze rivoluzionarie uscite dal luglio ’36. (37)

Anche Zarcone (38) analizza nei dettagli una realtà agricola aragonese tutto sommato in buona salute con le Comuni, messa in crisi proprio dall’intervento privatizzatore del governo del FP, che porta molti lavoratori dei campi o ad andare a combattere con gli anarchici oppure a cercare lavoro altrove. Tant’è che in alcuni casi il ministro dell’Agricoltura Uribe (PCE) deve autorizzare la ricostruzione delle collettività. (39)

            Fine ingloriosa di una borghesia “democratica” vigliacca e sanguinaria

Il corso della guerra prende nel frattempo una piega decisamente sfavorevole ai repubblicani. Dall’estate del ’37 l’iniziativa militare è quasi sempre mantenuta dai franchisti. Dopo Malaga (febbraio ’37) cade Brunete (luglio) e si apre di nuovo per loro la strada per Madrid. Scomparso in un incidente aereo il gen. Mola, Franco è leader incontrastato, in grado di unificare monarchici, carlisti e falangisti. (40)  

Il ’38 segna definitivamente la svolta: offensiva franchista in Aragona (marzo), divisione in due del territorio repubblicano (15 aprile), cadono Lérida e Balaguer (fine aprile), cade Santander (26 agosto). In novembre l’EP si ritira dal fronte dell’Ebro. Le Brigate Internazionali lasciano la Spagna in segno di disponibilità del governo Negrín per una pace di compromesso. (41)

Il 1939 sancisce il crollo dei repubblicani, che dovranno accettare una resa senza condizioni. Nonostante i tentativi di uscire dal conflitto con delle pur minime mediazioni. (42)

Non sono solo sussulti della disperazione di una classe politica repubblicana alla canna del gas, ma anche il sigillo politico e morale di una borghesia spagnola feroce quanto vigliacca, da subito compromessa con quei fascisti contro i quali chiamava alla “santa” unità di popolo!

Degli approcci del premier repubblicano Casares Quiroga per mediare coi golpisti appena proclamato l’”alzamiento” abbiamo già detto. Ma anche il suo successore José Giral (il quale deve pur distribuire le armi al popolo insorto), nonostante disponga di circa 600 milioni di $ in oro da investire in armamenti, si guarda bene dal marciare in tale direzione…La Marina repubblicana non viene subitamente impiegata per bloccare sul nascere il golpe. “Sono gli operai – scrive Morrow – che buttano tutto all’aria con l’insurrezione immediata…” (43)

Dal settembre ’36 in poi il governo applica il boicottaggio sistematico contro il vitale fronte aragonese. G. Orwell (44) descrive il pessimo stato degli armamenti distribuiti ai miliziani (“fucili di scarto, che al quinto colpo si inceppavano; una sola mitragliatrice ogni 50 uomini; una sola pistola o revolver più o meno ogni 30 uomini. I quali spesso se le dovevano procurare o comprare illegalmente.”). Conclusione: “un governo che manda ragazzi di 15 anni al fronte con fucili di 50 anni fa e tiene gli adulti e le armi nuove nella retroguardia ha manifestatamente più timore della rivoluzione che dei fascisti.” (45)

Si potrebbe continuare, parlando della mancata offensiva repubblicana su Bilbao (2° zona industriale del paese) o su S. Sebastían, o ancora della inerzia governativa verso Oviedo, porta d’ingresso verso la Vecchia Castiglia, lasciata al suo destino perché vi è in atto una radicale rivoluzione sociale CNT-UGT.

Una riedizione della Comune del 1934? Non sia mai!

Fino ad arrivare ai sussulti finali di un Negrín nelle mani di URSS, Francia e Gran Bretagna, “impegnate a rimandare la guerra che poteva scaturire da una vittoria lealista…pur tenendo in caldo il mito di una guerra democratica contro il fascismo, per il quale il proletariato viene mobilitato per sostenere la guerra imperialista.” (46)

In fondo, dopo l’immane massacro in nome della “guerra al fascismo”, la borghesia democratica, con varie tonalità, non vede male “un regime bonapartista retto da formali regole democratiche sotto il tallone dell’esercito di Franco.” (47)

Ma Franco naturalmente tira diritto, forte degli appoggi internazionali, chiesa cattolica compresa (48), sicuro che l’ascesa del fascismo europeo e la netta vittoria sul campo possano garantirgli il bottino pieno. La dittatura franchista, seminata di repressioni feroci e di vendette contro gli oppositori (49) durerà infatti per altri trentasei anni, terminando solo nel 1975, alla morte del “Caudillo”.

La guerra civile e la rivoluzione spagnola, evento che chiude il ciclo dello scontro di classe e dei movimenti rivoluzionari nell’Europa tra le due guerre, ci lascia in eredità degli spunti di discussione e delle questioni ancora aperte che vaglieremo più analiticamente nelle prossime puntate.

Note

1- Vedere sul tema la parte finale dell’articolo

2 – P.F. Zarcone, op. cit.

3 – L’A.I.T sta per “Associazione Internazionale dei Lavoratori” di ispirazione anarco-sindacalista,

fondata a Berlino tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923.

4 – La C.G.T. è il sindacato francese “Confédération Générale du Travail”

5 – P. F. Zarcone, op. cit.

6 – F. Morrow, op. cit.

6 bis) – G. Orwell: “Omaggio alla Catalogna”, op. cit.

7- G. Brenan, op. cit.

8 – H. Thomas, op. cit.

9 – P. Broué, op. cit.

10- F. Morrow, op. cit.

11- G. Munis, op. cit.

12 – G. Orwell: “Omaggio alla Catalogna”, op. cit.

13 – Ibidem. Da tenere presente che il romanzo è stato scritto da Qrwell “a caldo”, nel 1938.

14 – I “Piattaformisti” rappresentano una tendenza anarco-comunista fondata nel 1926 a Parigi, tra gli altri, da Nestor Makhno, Ida Mett e Petr Arshinov. Con la loro “Piattaforma d’Organizzazione dell’Unione Generale degli Anarchici” (questa la denominazione completa) cercano di superare la dispersione e la disorganizzazione del movimento, postulando una unità teorica d’organizzazione e una tattica o metodo collettivo d’azione.

15 – Tra il settembre 1789 e il settembre 1792 Jean Paul Marat, rivoluzionario francese, pubblica un famoso foglio di agitazione politica denominato appunto “L’Ami du Peuple”.

16 – G. Munis, op. cit.

17 – Ibidem

18 – L. D. Trotsky, dopo un primo periodo di collaborazione, attacca pesantemente e pubblicamente A. Nin nel 1934 sul problema dell’unificazione col “Bloque” di Maurín (per Trotsky i rivoluzionari dovrebbero fare entrismo nel PSOE), poi in occasione dell’adesione del POUM al blocco elettorale del Fronte Popolare (gennaio 1936). Da quel momento la rottura politica è totale.

19- Orwell (“Omaggio alla Catalogna”, op. cit.) tornando a Barcellona dal fronte nel maggio del ’37, dirà che la città, rispetto al momento del suo arrivo in Spagna, “è irriconoscibile”…Il potere proletario ha ceduto il passo ai nuovi padroni e ai burocrati. 

E dà la sua versione dei fatti, una delle poche voci “dal vivo” giunte fino a noi. “La causa immediata -scrive – della tensione era stata l’ordine del governo di cedere tutte le armi in possesso dei privati, ordine che coincideva con la decisione di costituire delle forze di polizia non politiche e perfettamente armate…era evidente che la mossa successiva sarebbe stata l’assorbimento di qualcuna delle industrie chiave controllate dalla CNT.” Continuando nel suo racconto egli specifica che non vi era “nessun piano”…Gli Amigos de Durruti e i miliziani del POUM erano tra i più decisi…”ma seguivano, non guidavano”…”pura difesa”…

I Bolscevico-Leninisti che rivendicano ciò che già sta accadendo (tutti alle barricate! Sciopero generale!)…”Nessun fine rivoluzionario da parte di nessuno”.

In realtà vi era chi il fine ce l’aveva; casomai mancavano i mezzi per realizzarlo.   

20 – In “Ricordi della guerra di Spagna” (op. cit.) Orwell replica alla menzognera tesi frontista secondo cui “lo scopo dell’insurrezione è quello di buttare giù il governo e consegnare la Catalogna ai fascisti, provocando l’intervento straniero a Barcellona”…

Scrive Orwell: “Tesi troppo ridicola per perdere tempo a confutarla. Perché i miliziani in prima linea non avevano disertato lasciando al fronte una breccia aperta? Perché i trasportatori della CNT continuavano a portare viveri al fronte nonostante a Barcellona vi fosse sciopero?…Approfittare della situazione? No. Non si sarebbe conservato il potere per più di qualche settimana e Franco avrebbe vinto la guerra. Dall’altra parte gli operai avevano il diritto di difendere ciò che avevano conquistato nel luglio ’36….Insurrezione provocata dal POUM? Assurdo. La stragrande maggioranza di quelli che stavano sulle barricate era CNT. …decine di migliaia…Lo sciopero è durato diversi giorni. Solo la CNT poteva indirlo e sostenerlo…L’insurrezione è stata repressa dalla Forza Pubblica non dall’esercito, che era consegnato nelle caserme. Le armi del POUM? Poche e poco funzionanti…Casomai è il governo a non aver voluto inviare le armi al fronte di Aragona! La Forza Pubblica era armata fino ai denti…Vi è stata una liquidazione perfida e brutale del POUM, già da febbraio…impedendo che le notizie arrivassero alle truppe sul fronte di Aragona” (dove erano collocati i miliziani del POUM, NDR).

21- Ibidem

22 –P.F. Zarcone, op. cit.

23 – Ibidem

24 – Entrando un po’ più nel dettaglio, le formazioni o i gruppi politici presenti sulle barricate sono così elencati (R. Anfossi – A. Savio: “Il libro rosso del socialismo”, Prospettiva Ediz. -1998): base del POUM, Sinistra Socialista, Amici di Durruti, Fronte Giovanile Rivoluzionario, Gioventù Anarchica Catalana (dissidente dalla Gioventù Anarchica Iberica, espressamente frontista, aderente alla AJA, Alleanza Giovanile Antifascista, sorta nel gennaio del 1937). A questi vanno aggiunti i Bolscevico-Leninisti, sorti da una scissione della “Sinistra Comunista” spagnola.

25- A.Nin (op. cit.) diffonde in manifesto del CC del POUM (di cui è segretario) dopo le giornate di maggio dove si sottolinea come non fosse quello il momento propizio per insorgere, si rimarca la titubanza della CNT-FAI “che non poteva lanciare da sola la parole d’ordine della presa del potere” (?), dove ancora si rivendica ciò che non è stato ottenuto sulle barricate: destituzione di Salas e Ayguadé, l’annullamento dei decreti sull’ordine pubblico, la creazione di “Comitati di difesa della rivoluzione”.

25 bis – A scanso di equivoci sul pensiero e le posizioni di C. Berneri, conviene riportare uno stralcio significativo della lettera aperta da lui indirizzata il 14 aprile ’37 a Federica Montseny, ministra anarchica, in cui si parla di clima poliziesco interno, di distribuzione politica delle armi, che dà “lo stretto necessario” al fronte di Aragona”. E così si rivolge alla Montseny: “Tu fai parte di un governo che ha offerto alla Francia e alla Gran Bretagna dei vantaggi in Marocco, mentre sin dal luglio 1936 sarebbe stato necessario proclamare ufficialmente l’autonomia politica del Marocco…il dilemma guerra o rivoluzione non ha più senso. Il solo dilemma è questo: o la vittoria su Franco grazie alla guerra rivoluzionaria, o la sconfitta.” (tratto da C. Maura, op. cit.)

26- Fra le numerose pubblicazioni celebrative dei reduci antifranchisti della guerra di Spagna ne scegliamo una che ci sembra significativa dei metodi stalinisti, e anche tardo-stalinisti, di narrare la storia per stereotipi. Tipo: la guerra di Spagna è stata una guerra tra fascisti e antifascisti. I primi volevano la tirannide, i secondi la libertà. Punto e a capo. Quando la storiografia di matrice stalinista, per darsi toni “acculturati” e imparziali mette a fuoco situazioni o personaggi difficilmente omologabili allo “storicamente corretto”, ecco tornare a galla il metodo dei silenzi o delle mezze verità. Per non dire delle falsificazioni. Cose che hanno il solo effetto di travisare i fatti, piegandoli a versioni di comodo.

Prendiamo il volume di Luigi Arbizzani “Antifascisti emiliani e romagnoli in Spagna e nella Resistenza” (Vangelista- 1980). Il collegamento tra combattenti in Spagna e resistenti in Italia è più che lecito, e ne parleremo in altra occasione.

Il problema subentra quando si colloca tra le biografie un anarchico come Camillo Berneri. Il quale nacque a Lodi è vero (20/5/1897), ma compì gran parte del suo apprendistato politico a Reggio Emilia, con periodi di soggiorno pure a Modena, Forlì e Cesena, passando in giovane età dalle file della FIGS a quelle anarchiche. Dopo aver messo in rilievo il suo essere “anarchico sui generis”, quindi secondo Antonio Zambonelli, autore della biografia, “recuperabile alla democrazia”…non si può eludere del tutto la posizione di Berneri per cui “vincere la guerra significa fare la rivoluzione”, che Zambonelli traduce in “vincere la guerra o fare la rivoluzione.” Che è altra cosa.

Il problema secondo Zambonelli sarebbe “assai mal posto”…L’unica cosa mal posta è la confusione che regna nel cervello dello stesso autore. Il quale però arriva al dunque, segnalando come Berneri, ahinoi, fosse in “irriducibile polemica contro l’URSS”…La qual cosa aveva il suo fondamento certo, in quanto vi erano in quel paese degenerazioni e altre pezze d’appoggio togliattiane regolarmente messe sul tavolo da Zambonelli. Ma, caspita, si doveva pur tenere conto delle “concrete condizioni” in cui queste avvengono no? Oltre al fatto degli aiuti URSS alla Spagna…Insomma le più viete giustificazioni per scappare dal crudo giudizio sul ruolo imperialista dell’URSS staliniana nelle vicende della Spagna del ’36.

E come, nella miglior tradizione stalino-clericale, non fare assurgere a Berneri il ruolo del peccatore che in punto di morte si pente dei suoi peccati, quando nel testo Zambonelli mostra un Berneri in piena “revisione autocritica” (in salsa frontista) poco prima di essere trucidato dai “compagni che sbagliano”? Sbagliano a comportarsi in quel modo, ma in fin dei conti sono loro che han visto lungo secondo Zambonelli.  

Han visto lungo, in quella che viene definita “tragica guerra civile”, in cui i moti operai sono virgolettati dall’autore. In questa terribile “degenerazione dei contrasti”, non è che il Berneri il colpo alla nuca, in fondo, non se lo sia un po’ cercato? Chissà…

Intanto Zambonelli e simili “dimenticano” di riportare una cosuccia non secondaria: e cioè come il partito al quale han fatto riferimento per tutta la vita commentò in questo modo l’eliminazione di Berneri:

“ Camillo Berneri, uno dei dirigenti del gruppo degli Amici di Durruti (?!) che, sconfessato dalla stessa direzione della FAI, ha provocato l’insurrezione sanguinosa contro il governo del Fronte Popolare di Catalogna, è stato giustiziato  dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di difesa.” (“Il Grido del Popolo” di Parigi, organo ufficiale del P.C.I., 20 maggio 1937. Tratto da “AAVV: “Camillo Berneri nel cinquantesimo della morte”. Ed. Archivio Famiglia Berneri, Pistoia -1986)

27- Nonostante i decreti e le misure repressive dei governi del FP “il processo di dissoluzione dei Comitati fu lento a causa della resistenza della base militante e questo portò per vari mesi alla coesistenza locale fra i due tipi di organizzazioni, la rivoluzionaria e la municipale. Ma si trattò solo di uno sterile prolungamento temporale, perché i Comitati rivoluzionari erano stati abbandonati da tutte le organizzazioni di sinistra, CNT e FAI incluse, le quali esortavano i loro aderenti a uniformarsi al nuovo corso.” (P. F. Zarcone, op. cit.)

28 – Morrow (op. cit.) valuta in 800 il numero dei dirigenti anarchici arrestati a seguito dell’insurrezione di maggio. Di questi, 60 scomparvero…

29 – H. Thomas, op. cit.

30 – G. Orwell: “Ricordi…”, op. cit.

31 – G. Brenan, op. cit.

31 bis – Prieto, ministro della Guerra nel governo Negrín, esce dal governo nel marzo del ’38 per dissidi sulla condotta del conflitto. Prieto è contro la totale sudditanza alla politica dell’URSS.

32- Il PCE-PSUC adotta una linea di boicottaggio dei fronti di guerra per colpire gli avversari politici: vedi il fronte aragonese lasciato a sé per screditare anarchici e poumisti, vedi quello dell’Estremadura (primavera ’37), lasciato a sé per attaccare di incapacità Largo Caballero, non più “collaborativo” come agli esordi…

Gli aiuti dell’URSS avvicinano gli anarchici al regime sovietico, ma l’attacco del PCE ad essi non diminuisce…”scappano, combattono quando ne hanno voglia, sono pieni di delinquenti e infiltrati”…questa la vulgata diffusa dagli stalinisti contro CNT-FAI. (B. Bennassar).

Sempre Bennassar (op. cit.) riprende da B. Bolloten  il seguente quadro delle effettivi del PCE al marzo ’37 (col partito ormai affermato come guida politica del governo del FP): 239.140 aderenti, di cui 135.000 sotto le armi. Il PSUC da solo conta 45.000 iscritti. Operai dell’industria: 116.372; operai agricoli: 91.120; piccoli proprietari: 91.463; intellettuali-quadri: 8.580.

In quel periodo la CNT conta 900mila iscritti, la UGT ben 2 milioni (effetto del predominio stalinista). Dopo pochi mesi (settembre ’37) il PCE ha 328.978 iscritti, di cui 167.000 al fronte.   

33 – Ministeri principali del governo Negrín: Prieto (PSOE) alla Guerra, Zugazagoitia (PSOE) agli Interni, Hérnandez (PCE) alla Pubblica Istruzione, Uribe (PCE) all’Agricoltura; Giral (repubblicano) agli Esteri, Giner (repubblicano) ai Trasporti, Iurjo (nazionalista basco) alla Giustizia. Gli anarchici ne sono fuori.

34 – C. Venza, op. cit.

35 – B. Bennassar: op. cit.

36 – F. Morrow, militante trotskysta, non esita a riconoscere che in Aragona almeno i tre quarti delle terre erano coltivate dai collettivi. Di questi, su 400 presenti solo una decina aderiva alla UGT. Chi voleva continuare a lavorare individualmente lo poteva fare, a condizione che non impiegasse lavoro salariato. Per i fabbisogni familiari era permesso il possesso di bestiame a titolo individuale. Le scuole erano finanziate dalle comunità. La produzione agricola ’36-’37 crebbe dal 30 al 50% rispetto all’anno precedente. Le eccedenze venivano concesse gratis al governo per spedirle al fronte. Venivano adoperati buoni di scambio validi per le merci delle cooperative, mentre la carta moneta aveva un uso solo esterno, ed era centralizzata nel Consiglio della comunità.

37 – G. Brenan (op. cit.) mette bene in luce un aspetto sugli aiuti militari dell’URSS che ne dimostra la strumentalità e il cinismo, a smentire la prosopopea della “solidarietà internazionalista” di Stalin:

“In realtà – scrive – ben poche delle armi inviate in Spagna erano russe. Il Komintern le acquistava in Europa e America con l’oro anticipato dal governo spagnolo. Quando l’atteggiamento filo-franchista dei banchieri francesi ostacolò i pagamenti ordinari, la maggior parte delle riserve auree della Banca di Spagna (circa 547 M di $) fu inviata in Russia. Da quel momento il controllo del Politburo sul governo spagnolo fu ancora più rigido.”

38 – P. F. Zarcone, op. cit.

39 – vedi anche R. Anfossi – A. Savio, op. cit.

40 – V. Roncarolo – G. Garelli, op. cit.

41 – Gabriele Ranzato: “La guerra di Spagna”, Giunti -1995

42 – Il 27 febbraio 1939 Francia e Gran Bretagna riconoscono il governo franchista di Burgos. Azaňa si dimette da presidente della repubblica. Il colonnello repubblicano Segismundo Casado il mese successivo attua a sua volta un golpe che destituisce Negrín sperando (invano) di ottenere da Franco migliori condizioni di pace.

43 – F. Morrow, op. cit.

44 – G. Orwell: “Omaggio…”, op. cit.

45 – Ibidem

46 – F. Morrow: op. cit.

Conviene sempre ricordare come questo mito della “guerra antifascista” non impedisca a Stalin , nell’agosto del 1939, di firmare il famoso Patto di alleanza con Hitler; attraverso il quale viene spartita la Polonia tra i due paesi, si forniscono armi e materie prime alla Germania nazista, si scambiano prigionieri politici…insomma si aiuta Hitler ad iniziare la guerra “sperando” che questi si accontenti del boccone occidentale. Dopo l’invasione tedesca dell’URSS (giugno 1941) per i P.C. di tutto il mondo torna in auge la “guerra antifascista”, prima clamorosamente sottaciuta…

47 – Ibidem

48 – La chiesa cattolica, colpita duramente da esecuzioni spesso indiscriminate di preti e suore, sottoposta a incendi e devastazioni dei luoghi di culto, espropriata dei suoi averi, cancellata praticamente dalla vita civile (fatta eccezione di alcune zone ovviamente, come i Paesi Baschi), reagisce duramente contro la “repubblica rossa”. Con toni che non hanno riscontro nell’epoca moderna.

Il 19/3/’37 una enciclica di Pio XI° cita la “nostra carissima Spagna” come il luogo dove “il flagello comunista si è scatenato con violenza furibonda.” Il 1° di luglio esce una lettera dei vescovi spagnoli (primo firmatario il cardinale Gomá, arcivescovo di Toledo) indirizzata ai vescovi di tutto il mondo in cui si sostiene che la guerra civile contro il comunismo è teologicamente giusta. I morti ammazzati della parte avversa? Gente che “affascinata dal demonio, potrà finalmente ricongiungersi con Dio”…Il movimento nazionalista? “Una grande famiglia”…

Per l’arcivescovo di Westmister in Spagna è in atto “una furiosa battaglia tra la civiltà cristiana e il più crudele paganesimo che abbia mai oscurato il mondo.”

Il 28 agosto il Vaticano riconosce il governo franchista. Nell’aprile del ’39, alla conclusione della guerra vinta da Franco, Pio XII°, appena eletto papa, esprime a Franco il suo “sincero ringraziamento” per la “desiderata vittoria cattolica”. Naturalmente per la chiesa cattolica era cosa del tutto lecita aver sempre sostenuto gli interessi delle classi dominanti e farsi essa stessa classe dominante. Escono dal coro solo singoli intellettuali cattolici come Maritain, Mauriac e Bernanos…(vedi H. Thomas, op. cit.)   

49- B. Bennassar, op. cit. L’autore calcola il numero dei prigionieri politici ospitati nelle prigioni di Franco a 270.719 nel dicembre 1939. Seguiranno numerose esecuzioni, per anni. Le vittime della guerra civile sono valutate nell’ordine di 750mila morti.


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