Ho appena saputo, tramite la pagina Instagram di Punto de vista internacional, della morte del compagno ed amico Pepe. Una di quelle notizie che, pur sapendo che prima o poi arrivano (almeno per quelli più anziani di te), ti stupiscono e, ovviamente, ti immergono nella tristezza dovuta a quello che senti come un improvviso abbandono. L’ho conosciuto, il “bolscevico andaluso”(1) (così si definiva, come il titolo di un suo libro) nel 2001, appena arrivato a Barcellona e preso contatto con i compagni catalani della Quarta Internazionale. Abbiamo militato insieme nella sezione catalana e nella Fondazione Andreu Nin fino al mio ritorno in Italia, nel 2013. Lo ricordo con particolare affetto, per la sua gentilezza e la sua disponibilità, i toni pacati dell’argomentare (il che non significa scarsa passione politica, tutt’altro). Uno storico (sia nel senso di historico che di historiador) autodidatta, con cui ho avuto il piacere di condividere convegni (come quello del 2007 sui “Fatti di maggio” di 70 anni prima), riunioni, congressi…e pranzi (nella sua casa, piena di video di cinema italiano, che adorava) a San Pere de Ribes, a pochi chilometri da Sitges. Dopo il mio ritorno in Italia i nostri contatti si sono limitati ad uno scambio di email, sempre meno frequenti mano a mano che i miei rapporti con l’amata Barcellona si facevano più rari. L’ultima email che ci siamo scambiati è del 2017, in occasione dell’80° anniversario della controrivoluzione legata ai famigerati “Fatti di maggio”. E oggi mi sento in colpa per aver trascurato il rapporto con uno dei compagni che ho apprezzato di più durante la mia militanza catalana. Lo voglio ricordare con questo bell’articolo del compagno Marc, uno dei giovani militanti che ho conosciuto insieme a Pepe e ai generosi compagni di Catalogna, scritto poco più di due anni fa su Viento Sur. Adiós, Pepe. Che la terra ti sia lieve.

Flavio Guidi

Pepe Gutierrez: un obrero ilustrado

Il 24 febbraio scorso, furono molti gli amici e i gruppi che vennero a Sant Pere de Ribes per accompagnare Pepe Gutiérrez Álvarez e ricordare insieme una traiettoria di lotta e impegno verso chi viene dal basso. Organizzazioni come la Fondazione Andreu Nin o Anticapitalistas e innumerevoli compagni e amici hanno avuto l’opportunità durante tutta la mattinata di ricordare insieme a Pepe e alla sua compagna Merche la sua carriera militante e il suo attivismo di quartiere, sindacale o municipale, così come la sua instancabile lotta per il recupero della memoria e della cultura storica come strumento di emancipazione sociale. Pepe Gutierrez fa parte del Consiglio Consultivo di Viento Sur

Di seguito, vi offriamo uno degli interventi in cui viene rivista la sua carriera nel campo dell’attivismo culturale.

Ho incontrato Pepe, come non poteva essere altrimenti, in un cinema. In particolare nel cinema dell’Università Autonoma di Barcellona. E l’ho incontrato, come non poteva essere altrimenti, alla presentazione di un film: Land and Freedom di Ken Loach. Un film che, come Pepe ha sottolineato tante volte, era fondamentale. Fondamentale per la politicizzazione di nuovi gruppi militanti che, come il mio, lo fecero poco dopo la caduta del Muro sulle burocrazie dell’Est; una generazione che è cresciuta nel consenso sulla fine della storia e nella buona notizia che espandere il libero mercato voleva dire espandere la democrazia.
È fondamentale, quindi, scoprire attraverso il cinema e in mezzo a quel consenso più tipico degli insetti che degli esseri umani, che iniziò la TINA di Margaret Thatcher e che culminò, almeno nella mia università e nella mia mente, nei compendi soporifici di un certo marxismo analitico e della teoria comunicativa di Habermas, scoprire, dissi, che nel nostro paese esisteva una tradizione comunista tanto radicalmente democratica e anti-burocratica quanto rivoluzionaria: la tradizione del POUM e di Andreu Nin. Tradizione su cui nacque la fondazione dello stesso nome. E che, grazie a Pepe e alla sua eloquenza proselitista, non ci ho messo molto a conoscere. Al punto che, poco dopo, ho avuto l’opportunità, grazie a lui, di condividere un tavolo con María Teresa Carbonell e Wilebaldo Solano e ascoltare in prima persona l’esperienza di una generazione che, per qualche momento nella storia dell’umanità, cambiò il mondo dalle fondamenta.

Con mia vergogna e a causa di una mossa insidiosa che ha fatto perdere le registrazioni, ho perso queste conversazioni. Ho però alcuni estratti che ho avuto il tempo di trascrivere prima del disastro, e voglio condividere oggi con Pepe e tutti voi questo frammento di una lunga conversazione in cui Wilebaldo Solano ci ha parlato della Rivoluzione del ’36. Diceva:

Un giorno, nel Principal Palace che avevamo requisito, stavamo prendendo un caffè la mattina. C’erano Durruti (che nei primi giorni era spesso con noi), Andreu Nin e io. E Nin dice: “È straordinario! Tutto va bene! Tram, treni, fabbriche, caffè, taxi… Tutto va bene. Ma sai quanto tempo è stato necessario in Russia per far circolare i treni? Mesi! mesi!” Ed è vero, continuò Wilebaldo, la società continuava a marciare. Tutti erano interessati a dimostrare che la società poteva andare avanti senza borghesi o padroni. E quella sensazione raggiunse persino i parrucchieri. E questa è la piccola luce al mondo. Se scriviamo oggi della Guerra Civile, è perché ci fu un cambiamento sociale in cui le persone poterono auto-organizzarsi e finalmente decidere il proprio destino.

La cesura di questa generazione non è solo colpa della lunga notte del franchismo. Dopo la crisi economica degli anni ’70 e le sconfitte della sinistra ovunque, oltre alle profonde trasformazioni economiche e sociali del periodo, molti degli spazi di socializzazione e trasmissione culturale e politica della classe operaia (fabbrica, quartiere, ateneo, sindacati, associazioni di quartiere…) furono erosi e impedirono la trasmissione di questa tradizione di classe. Ed è in questo momento che credo che uno dei compiti culturali più importanti e decisivi che Pepe ci ha affidato debba essere collocato: agire come collegamento e messaggero del futuro nella misura in cui sia riuscito a farci vivere questa esperienza di un passato perduto di lotte.

Figlio della repressione postbellica di Franco, figlio dell’immigrazione andalusa e della sua lotta per trasformare la società, portando scuole pubbliche e servizi di base in ogni quartiere della Catalogna; figlio del maggio ’68 e del motto di Marx e Rimbaud (“cambia la vita, trasforma il mondo”), Pepe trovò nel cinema un’immensa leva culturale (come gli piace dire, citando Trotsky) per rompere il continuum della storia ufficiale. Dove, attraverso i suoi interventi e scritti su film come Terra e Libertà, alle nuove generazioni fu mostrato che, oltre la democrazia liberale, la storia ufficiale e i suoi eroi provvidenziali, esisteva una memoria popolare simile a quella di Wilebaldo o dello stesso Pepe (raccontata dal basso), in cui le aspirazioni sociali e la lotta per altre forme di vita costituivano i protagonisti autentici di una storia che, Nonostante le sconfitte, non è ancora finita.

Ma Pepe non è un uomo di un singolo successo o di una sola canzone, tutt’altro. Pepe, seguendo le lezioni di Francesc Pedra, suo padre politico, un vecchio anarchico che appare nelle sue Memorie di un bolscevico andaluso, legge tutto, divora tutto. Come i lavoratori russi sotto lo zarismo ne La madre di Max Gorkij, i lavoratori tedeschi sotto il nazismo in Estetica della resistenza di Peter Weis, o i lavoratori francesi sotto la monarchia borbonica di Carlo X ne La notte dei proletari di Jacques Rancière, Pepe era un operaio che strappava ore al sonno e alla stanchezza dalla fabbrica o da altri lavori alienanti per difendere la condizione umana di sé stesso e della sua classe attraverso la cultura.

Lavoratore autodidatta, sa meglio di chiunque altro che non c’è nulla di borghese o dilettante nell’imparare ad apprezzare l’opera o un film di Bergman; a differenza dei Bogdanov e dei proletkult dei nostri tempi, Pepe non è essenzialista. Al contrario, l’accesso a tutta la cultura, indipendentemente dalla sua origine sociale, è una condizione necessaria di qualsiasi processo umanizzante e uno strumento strategico di prim’ordine per la rivoluzione sociale.
Da qui la sua passione bretchiana per il cinema e la cultura: per istruirsi divertendosi. Per questo motivo, il suo lavoro, le sue conferenze, i suoi articoli e presentazioni nei forum cinematografici non sono mai adattati a nessun tipo di organicità (sia borghese che presumibilmente proletaria), ma piuttosto alle tecniche di montaggio tipiche delle classi popolari come dell’avanguardia storica (“usa tutto ciò che puoi”, disse Bertolt Brecht).

Leggere o ascoltare Pepe significa allo stesso tempo immergersi nello stile popolare e onirico di Se ti dicono che sono caduto di Juan Marsé, pieno di infanzia, aneddoti e storie di una notte d’estate per strada, lontano da sguardi paterni curiosi, uniti a subordinati irraggiungibili che ci portano nella memoria involontaria di un tempo perduto condito da citazioni dai giornali, libri, film, voci e infiniti personaggi giustapposti che ricordano il trasferimento di John Two Steps of Manhattan.

Nella sua voce, personaggi reali e fittizi si mescolano, come un torrente incontrollato, che tuttavia sono organizzati sulla base di una visione coerente e incorruttibile del mondo, che ci invita all’avventura e all’emancipazione sociale: Victor Serge, Andrade e Maurín con Casablanca e le avventure di Jack London, il western, il Peplum delle toghe e dei Romani e il romanzo giallo con Dreyer, Rossellini, Godard o Pasolini… Come nei Sognatori di Bertolucci, nel Manifesto per un’arte rivoluzionaria di Breton e Trotsky o nelle deriva situazioniste di un Guy Debord, Pepe fa suo la massima di Raoul Vaneigem: “Coloro che parlano di rivoluzione e lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla trasformazione della vita quotidiana, senza comprendere cosa sia sovversivo nell’amore e nell’avventura, hanno un cadavere in bocca.”

In effetti, visitare la casa di Merche e Pepe è già una piccola avventura rivoluzionaria. “Sezione gastronomica marxista” (come disse Vázquez Montalbán), nella sua casa si assaggieranno paella e avventure che, come in Don Chisciotte o ne Le mille e una notti di Sherezade, sono piene di innumerevoli porte e compartimenti segreti che ti portano ad altre storie. E così via, successivamente, con cerchi concentrici verso i dessert, dolci sotto forma di biblioteca Borgiana, da cui nessuno esce impunemente. Infatti, l’ultima volta sono uscito con tre grandi scatole di cartone e un carrello pieno di libri su arte, storia, politica, letteratura… Parafrasando quel lavoratore autodidatta e rivoluzionario dei primi del Novecento: “per Pepe nulla è meschino, perché il canto canta in ogni fibra della cosa.”

È per tutte queste ragioni che penso che, forse, con Pepe non si tratti tanto di parlare di cultura proletaria contro cultura borghese, quanto piuttosto di distinguere tra un rapporto borghese, e quindi meschino, elitista e classista con la cultura e un rapporto proletario e democratico con essa. Pepe riesce a farci guardare di nuovo il mondo e la cultura con la stessa sorpresa, fascinazione e interesse di quei paesani della Lombardia del XIX secolo ne L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, quando due bambini, accompagnati dalla musica di Bach, spiegano ai genitori tutto ciò che hanno imparato quel giorno a scuola.

In questo senso, ho detto all’inizio che ho incontrato Pepe al cinema di un’università con una borsa piena di vecchi libri e storie, ma in realtà personaggi come lui sono responsabili del fatto che i club cinematografici universitari raggiungessero i quartieri, le biblioteche municipali o gli atenei. E, proprio per questo motivo, scrisse qualche anno fa su Viento Sur:

Non è affatto irragionevole sognare che, proprio come ora abbiamo biblioteche dove prima non ce n’erano, domani avremo cinema municipali. Credo che questo debba essere un obiettivo mobilitante, portare i migliori film e i migliori documentari nelle sale di centri civici e enti di ogni tipo per abbagliarci in una stanza dove potremmo anche imparare e dibattere. Dobbiamo lavorare affinché le nuove generazioni imparino ad amare il cinema e a sfruttare tutto ciò che può offrire.

Non c’è altro da aggiungere alle sue parole, ma un immenso grazie per aver messo tante storie, bellezza e cultura al servizio delle classi popolari e della rivoluzione sociale. Se non riusciamo ad aprire massicciamente queste esperienze in cui possiamo immaginare, vivere, riflettere e sognare collettivamente altre forme di vita qui e ora, non troveremo mai le leve per cambiare il mondo dalle fondamenta. Pepe ci ha mostrato dove possiamo cercare molte di queste leve. Per tutto questo e molto altro, grazie sempre, Pepe!

Marc Casanovas, direttore di Viento Sur, militante di Anticapitalistas.

  1. Immigrato a Hospitalet de LLobregat con la famiglia dalla provincia di Siviglia nel 1960, militante clandestino delle Comisiones Obreras, entrò nella sezione francese della Quarta nel 1968, durante il suo “esilio” a Parigi. Militò, a partire dal suo ritorno in Catalogna, nella sezione dello Stato Spagnolo (dalla LCR fino all’attuale Anticapitalistas).

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