Ieri si è votato per eleggere il presidente della Repubblica Federale del Brasile, lo Stato di gran lunga più importante, demograficamente (213 milioni di abitanti) ed economicamente (2.171 miliardi di dollari nominali, poco meno dell’Italia) di tutta l’America Latina. I due candidati di gran lunga favoriti, il riformista moderato Luis Ignacio da Silva (Lula) e l’estremista di destra (quasi sicuramente il mandante dell’assassinio della compagna Mariele Franco) Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente golpista amico di Trump che è in galera in seguito al tentato colpo di stato. Inaspettatamente il fascistoide, nostalgico della giunta “gorila” di assassini e torturatori che ha insanguinato il Brasile tra il 1964 e il 1985, è riuscito a superare, seppur di poco, il presidente uscente, Lula: 56,1 milioni di voti (47%) contro 53,9 milioni (45,2%). Gli altri candidati, piuttosto numerosi, hanno raccolto solo le briciole, o poco più. Si va quindi al ballottaggio fra due settimane, come era già accaduto nel 2022 e nel 2018. Quattro anni fa, al primo turno, Lula aveva raccolto oltre 57 milioni di voti (48%) e il golpista criminale Jair Bolsonaro, padre di cotanto figlio, ne aveva raccolti oltre 51 (43,2%), arrivando al secondo turno a 58,2 milioni (49,2%). Nel 2018 Bolsonaro, allora semisconosciuto, aveva ottenuto 49,3 milioni di voti (il 46%) contro Haddad (Lula era in prigione) del Partito dei Lavoratori (lo stesso di Lula) che si era fermato a poco più di 31 milioni (29,3%). Come si vede, lo zoccolo duro (inteso anche come teste dei sostenitori) dell’estrema destra brasiliana è sostanzialmente stabile. Persino dopo il terribile quadriennio bolsonarista, il criminale italo-brasiliano superò i 50 milioni di voti. Ora tutto si gioca, in mancanza di serie mobilitazioni di piazza, nel secondo turno, che Lula promette di vincere, come sempre ha fatto nelle tre tornate precedenti (2002, 2006, 2022). Il problema è che la cosiddetta “spinta progressista” dei due decenni a cavallo del secolo sembra sempre più sfilacciata e precaria, e pour cause. E se, fino ad un decennio fa, l’alternativa allo schieramento riformista e “progressista” era un centro-destra liberal-conservatore, ormai si è consolidato lo stesso modello che ha portato alle vittorie dei trogloditi in Argentina, Cile, Colombia, Perù, ecc. Trogloditi appoggiati fanaticamente dalle squallide sette cosiddette “evangeliche” d’importazione yankee, che, grazie ad enormi finanziamenti ed un’ideologia che ricorda più il peggior medioevo che il XXI secolo, hanno ormai plagiato circa un quarto della popolazione brasiliana (con percentuali analoghe negli altri paesi latinoamericani). Certo, non promette bene un “duello” in cui i due candidati si sono sfidati (anche) in nome della Madonna “Nostra Signora Aparecida”, patrona del Brasile, molto cara al cattolico Lula e, per motivi ovvi, rivendicata (poveri Lutero, Calvino, Zwingli, ecc.) anche dal pagliaccio “protestante”. E poi dicono che non vale la pena di fare la battaglia antireligiosa! Viviamo proprio in tempi bui….

Guido Podrecca


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