di Gianni Sartori

Risale al 1976 la fondazione della Lega Internazionale per i diritti e la liberazione dei Popoli (LIDLIP) in occasione della Conferenza di Algeri in difesa dei diritti collettivi dei popoli. Segretario della Conferenza fu il giurista internazionale Lelio Basso a cui si deve l’elaborazione della Dichiarazione internazionale dei Diritti dei Popoli (universalmente conosciuta come Carta di Algeri). Una raccolta in 30 articoli ripartita in sette paragrafi:

  1. Diritto all’esistenza; 2) Diritto all’autodeterminazione politica; 3) Diritti economici dei popoli; 4) Diritto alla cultura; 5) Diritto all’ambiente e alle risorse comuni; 6) Diritti delle minoranze; 7) Garanzie e sanzioni. Fondamentale sottolineare come sia il concetto di “Popolo” (e non di Stato o individuo) a porsi come soggetto di Diritto Internazionale. In seno alla LIDLIP operavano altre sezioni come La Fondazione Internazionale Lelio Basso e il rinnovato Tribunale Russell. Scopo della Fondazione, investigare sulle violazioni dei diritti collettivi dei popoli. Analogamente al ruolo già svolto dal tribunale Russell I (organismo preesistente). Tra le varie formazioni nazionali (come la Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli, quella catalana, francese etc…) va ricordata la Lega basca sorta nel 1988 (ufficialmente riconosciuta il 15 febbraio 1989) a seguito di una visita a Donosti (San Sebastian) di alcuni esponenti vicentini della LIDLIP. Un legame poi mantenuto negli anni a venire. In particolare nel 1995 con l’incontro-dibattito in Saletta Lampertico con lo storico basco Inaki Egana, l’esponente di Gestoras pro amnistia Gari Arriaga, il segretario nazionale della Lega italiana Luciano Ardesi (e vicepresidente del CIPAX) e il giornalista di Radio popolare Giovanni Giacopuzzi. Nel febbraio 1990 la Lega basca (insieme a un’altra organizzazione, Euskaria) convocò una grande manifestazione (decine di migliaia i partecipanti) per l’autodeterminazione su iniziativa del primo segretario, lo storico di Iparralde Manex Goinetxe (tragicamente scomparso nel 2004 con la moglie Anne-Marie Pargad sui Pirenei). Si svolse a Irunea (Pamplona) in Navarra, considerata parte integrante, fondativa, di Euskal Herria. Auspicando comunque che fossero gli stessi partiti baschi (a cui la Lega non intendeva sostituirsi) ad assumere direttamente i principi della Carta di Algeri. Quanto alla Fondazione Internazionale Lelio Basso, venne costituita da un gruppo di esponenti della cultura, delle scienze e della politica di diversa formazione e nazionalità allo scopo di strutturare in maniera permanente le attività avviate ancora nel 1966 con la costituzione del tribunale Internazionale sul Vietnam. Proseguite tra il 1973 e il 1976 con le tre sessioni del Tribunale Russel II sull’America Latina. Lelio Basso visitò anche il Cile di Allende (poco prima del golpe del settembre 1973) e in quella circostanza era accompagnato dal “comunista critico” scledense (come orgogliosamente rivendicava) Dario Canale, reduce dall’esperienza brasiliana.* Possiamo dire che la Fondazione internazionale raccoglieva gran parte della vasta eredità politica e morale di Lelio Basso, derivata da oltre un cinquantennio di intensa attività politica, di studi sui movimenti operai europei e sui movimenti popolari e di liberazione del pianeta. Nel 1973 aveva costituito la Fondazione Lelio e Lisli Basso (ISSOCO-Istituto per lo Studio della Società Contemporanea) che vedeva riuniti la sua cospicua biblioteca personale (specializzata nella Storia del movimento operaio a partire dalla Rivoluzione francese), un preesistente Istituto di studi e ricerche su tematiche simili e un vecchio stabile a Roma restaurato per diventare le sede sia della biblioteca che del centro studi. Nel 1976, dopo anni di intensa partecipazione alla politica internazionale, Lelio Basso volle ampliare tale realtà con la Fondazione internazionale, insediata nel medesimo edificio, ma con statuto, organi dirigenti e biblioteca autonomi. Era il 17 febbraio quando, al momento della chiusura della terza e ultima sessione del Tribunale Russel II sull’America Latina (definito “un laboratorio collettivo di analisie riflessioni politiche”), venne dato l’annuncio di fronte a un’ampia, eterogenea e qualificata assemblea. Costituita da esiliati politici latino-americani, rappresentanti dei movimenti di liberazione provenienti da ogni angolo del mondo (e molti in attesa di iniziative analoghe a quella dei due Tribunali Russel), esponenti politici e sindacalisti italiani, intellettuali, artisti, militanti di vari movimenti di sostegno ai popoli oppressi (all’epoca sorti numerosi soprattutto in Europa). Adottando, in prospettiva, lo stesso metodo del tribunale Russel: denunce fondate su una documentazione rigorosa sia sulle violazioni dei diritti umani (riuscendo per esempio a stabilire quando la tortura diventava vero e proprio strumento di governo), sia sulle cause socio-economiche che determinavano i meccanismi del controllo imperialista (dove “l’uomo era un mezzo e il profitto un fine”). Per denunciare la logica che consentiva l’asservimento di interi popoli ai progetti delle multinazionali. Come ricordava lo stesso Lelio Basso, nel prendere tale decisione per lui risulterà fondamentale (oltre alla lettura di Marx) l’esperienza diretta delle sofferenze causate dalle guerre mondiali. Ricordando quella che fu definita “la sfida a distanza tra Luigi Bianchi – alias il partigiano Lelio Basso, responsabile per il CLN Alta Italia- e Mishia Seifert, il boia del lager di Bolzano (da dove il CLN cercava di organizzare le evasioni). Sempre nel 1976, come già detto, verrà fondata la LIDLIP a cui affidare le iniziative di solidarietà, di sostegno ai popoli in lotta. Di seguito erano nate varie sezioni sia in Europa che in America Latina, in Asia e Africa (v. la militante antiapartheid Ruth First). Nel 1979 la LIDLIP ottenne dall’ONU lo statuto di organizzazione non governativa accreditata presso l’ECOSOC (Economic and Social Council). Ancora nel 1979, sei mesi dopo la morte di Lelio Basso, ma in risposta alla sua precisa richiesta, viene costituito il Tribunale permanente dei Popoli, inteso come strumento per dare voce ai popoli in lotta, diffondendo i principi e le analisi della Fondazione internazionale. Tutte queste realtà (definite “i tre figli legittimi di quel singolare e straordinario atto normativo che fu la Carta di Algeri” ) si alimentavano della stessa ispirazione e confluivano in una medesima consapevolezza. Quella della necessità di contribuire attivamente all’emancipazione delle classi subalterne e dei popoli oppressi dallo sfruttamento e dal colonialismo (sia esterno che interno). Progetto incolmabile senza l’attiva partecipazione del cosiddetto (all’epoca almeno) “Terzo-Mondo”. La sezione di Vicenza (di cui chi scrive fu anche responsabile per un periodo) era stata fondata all’inizio degli ottanta da un piccolo gruppo di militanti di ispirazione cattolico-progressista (teologia della liberazione), alcuni legati alla CISL (ma era, sottolineo, la CISL degli anni ottanta: pacifista, terzomondista, talvolta “a sinistra” della stessa CGIL). Un ruolo trainante quello svolto dalla futura scrittrice e giornalista Silvia Calamati (autrice di numerosi libri sulla questione irlandese e traduttrice del Diario di Bobby Sands). Sua la realizzazione nel 1984 di una mostra sull’apartheid in Namibia e Sudafrica che venne poi esposta (ampliata, accresciuta e aggiornata regolarmente) per oltre un decennio in molte realtà venete. Da Verona con i comboniani di Nigrizia, (Alex Zanotelli, Efrem Tresoldi…) a Padova (CSO Gramigna), in collaborazione sia con alcune biblioteche vicentine (la Bertoliana) che con vari movimenti, associazioni (v. ARCI di Longare, Creazzo…), gruppi pacifisti e antimperialisti di Vicenza (coll. Spartakus), Schio (il Vortice), Bassano…Oltre che del Sudafrica (fondamentali gli incontri-dibattito con Benny Nato dell’African National Congress e con Edgardo Pellegrini di Radio popolare – 1984 e 1987 – e la campagna per i “Sei di Sharpeville”) si occupò delle questioni curda, irlandese, catalana, armena, saharawi, indigena e basca (un esponente della LIDLIP fu a Madrid in veste di osservatore internazionale per il processo a Herri Batasuna nel 1997). Tra gli incontri organizzati dalla locale sezione della LIDLIP nella “città del Palladio” (in saletta Lampertico o a Villa Lattes), ricordo quelli sul Kurdistan con Ahmet Yaman (portavoce di Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan) e Dino Frisullo; sull’Irlanda con i giornalisti Stefano Chiarini e Orsola Casagrande e con gli scrittori ed ex prigionieri politici Ronan Bennet e Laurence McKeown; sui traffici illegali di armi verso il Sudafrica (le “triangolazioni”) con Efrem Tresoldi; sulle violazioni dei diritti umani in Colombia (in collaborazione con l’Associazione Giacomo Turra) con Roberto Afanador rappresentante del popolo indigeno u’wa e con Carlos Romero della Fondacion Aurora del Cauca ; sulla questione dei Tamil (ma spaziando poi su armeni, curdi, saharawi, America Latina, Eritrea, Cipro…) con Verena Graf (principale “erede” politica di Lelio Basso e all’epoca Segretaria Generale della LIDLIP oltre che Rappresentante permanente della stessa presso la Commissione diritti umani delle Nazioni Unite); sulla questione armena con Baykar Sivazliyan; sui fatti di Genova del 2001 (gas CS) con l’indigenista eco-femminista Laura Corradi… (Gianni Sartori)

* nota 1: Canale, arrestato e torturato per mesi dalla giunta militare, venne poi liberato grazie a una campagna internazionale. Contribuì attivamente all’organizzazione della seconda sessione del “Tribunale Internazionale Bertrand Russell” contro i crimini delle dittature sudamericane. Rientrato in Brasile nel 1979 (dove manteneva contatti con i dissidenti e forse anche con la guerriglia di Marighela), venne nuovamente arrestato, torturato e quindi rimpatriato. Grazie ai contatti con il partito comunista brasiliano, si trasferì in Mozambico (dove il Frelimo aveva sconfitto il colonialismo portoghese) a insegnare i principi del marxismo all’Università di Maputo. Più volte minacciato di morte dalla Renamo (mercenari finanziati dal Sudafrica e dagli Usa), temendo di venire assassinato (come Mondlane, Ruth First, poi Samora Machel..) si trasferì nella DDR. Morì suicida a Stoccarda (pare sconvolto da quanto avvenuto in Cambogia e in Piazza Tienamen) nel 1989 lasciando come eredità politico-esistenziale-morale una sorta di testamento: “Sophodialogi”. In sua memoria nel 2013 Ezio Maria Simini (che con Canale aveva condiviso la militanza nella Federazione giovanile comunista di Schio) pubblicò “Su su fino al soffitto del mondo – biografia di Dario Canale comunista scledense”. Ricordandolo con queste parole: “Dario Canale è stato un uomo che ha messo al centro della sua esistenza la difesa dei deboli, degli emarginati, degli sfruttati, la libertà dall’oppressione delle dittature. Un libero pensatore che mal tollerava le pastoie di una rigida acquiescenza alle ideologie dominanti, nemmeno a quelle alle quali la sua formazione politica si rifaceva”.


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