di Lavinia Marchetti (da “La Bottega del Barbieri”)

A seguire un altro suo articolo su cosa è accaduto a Ferragosto in Cisgiordania e Libano, con gli aggiornamenti e altri link.

L’INFANZIA AMPUTATA DI GAZA

Molti dei bambini risparmiati, per caso, da bombe e pallottole, vengono lasciati dentro un danno che durerà quanto la loro vita.

In queste foto vediamo Jamalat Ala Daban, ha solo tre anni e mezzo. Il 15 maggio 2026 un attacco israeliano contro un gruppo di civili le ha portato via la gamba sinistra. Tre mesi dopo, il fotografo Ali Jadallah l’ha ritrovata in una tenda nel nord della Striscia, ancora in attesa di una protesi. Come vediamo nelle foto la madre la lava versando l’acqua da una bottiglia. Il padre spinge la sua sedia a rotelle lungo una strada di sabbia e macerie.

L’amputazione cambia la vita dell’intera famiglia. La fatica degli adulti, già provati da 3 anni di genocidio, dalla vita in tenda con poco cibo e poca acqua, devono sollevarla, lavarla, trasportarla, insomma accudirla in ogni funzione. Dobbiamo considerare che Jamalat, come buona parte degli amputati o dei resi non autosufficienti, vive in un luogo dove una sedia a rotelle serve a ben poco. Le ruote affondano nella sabbia, in mezzo a pietre e calcinacci tra rottami e tende ammassate. Sopravvivere richiederebbe infrastrutture che a Gaza sono state distrutte.

Nel settembre 2025 l’UNRWA, citando una stima dell’International Rescue Committee, parlava di fino a quattromila bambini amputati dall’inizio dell’offensiva: la più alta concentrazione pro capite al mondo. Le rilevazioni dell’OMS pubblicate nel maggio 2026 descrivono una catastrofe ancora più vasta. Circa 43.000 palestinesi hanno riportato conseguenze destinate a cambiare la loro vita di cui quasi 10.000 sono bambini. Le amputazioni traumatiche complessive hanno superato quota cinquemila.

Fra i 2.300 amputati valutati dal settembre 2024 al maggio 2026, soltanto 500 avevano ricevuto una protesi permanente. Meno di uno su quattro. L’OMS riferisce inoltre che nessun centro riabilitativo di Gaza è pienamente funzionante. Già nel gennaio 2026 segnalava che, dopo la tregua, era entrato nella Striscia pochissimo materiale per produrre protesi.

Tra l’altro, dire “Permanente”, nel caso di una bambina, è un eufemismo. Il corpo cresce e la protesi deve essere sostituita. Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, durante l’infanzia può essere necessario cambiarla ogni sei-dodici mesi. Jamalat attende dunque molto più di una gamba artificiale. Necessiterebbe di una lunga successione di cure e adattamenti dentro un territorio al quale vengono impediti persino gli strumenti necessari.

I bollettini medici, le statistiche che alla fine leggiamo senza vedere chi vi rientra, collocano Jamalat fra i sopravvissuti. In questa statistica ingannevole si nasconde ben altra necrocontabilità: i bambini continueranno a portare nel corpo e nella mente una ferita insanabile, durante la crescita e nell’età adulta. Quelli che le bombe non uccidono subito vengono lasciati dentro il danno permanente.

In una fotografia vediamo Jamalat tenere stretta la sua bambola. La bambola ha entrambe le gambe. A Gaza, nel 2026, un giocattolo può rappresentare un privilegio anatomico.

Una settimana di soprusi israeliani

Dalla cacciata di 5 italiani a Qusra, ai bombardamenti a Gaza e nel Sud del Libano. 8-15 agosto 2026. Diario di un massacro infinito.

di Lavinia Marchetti (*)

PARLIAMO DI QUSRA

Specificherei che i cinque italiani non erano affatto dentro una “colonia”, ma dentro alle case di palestinesi di Qusra, ovvero un villaggio occupato a sud-est di Nablus. Erano a “casa loro”, come noi stiamo nelle nostre case. Un gruppo di coloni, dall’esterno, cercava, come fanno sempre, da decennia, non dal 2023, di rendere impossibile la vita alle famiglie Hassan e Abu Rida. Quattro donne e un uomo, tra i venti e i quarant’anni, avevano scelto di restare accanto agli abitanti. Una di loro, Nancy, ha ventotto anni. Erano una presenza civile disarmata, abbastanza vicina ai palestinesi da impedire che l’abuso si consumasse, come spesso accade, senza testimoni, la parola dei palestinesi in un tribunale israeliano non ha alcun peso, vale meno di zero.

Da mesi uomini armati arrivavano davanti a quelle abitazioni. Nel fine settimana dell’8 e 9 agosto hanno ripetuto la classica metodologia dell’occupazione: piantano delle tende nei cortili e bloccano gli accessi. Poi interrompono acqua ed elettricità. Questo cosa comporta? Un esempio semplicissimo: una bambina di due anni e mezzo, ammalata, ha atteso per tantissimo tempo un’ambulanza che i coloni hanno provato a fermare. Circa quindici palestinesi sono rimasti chiusi nelle case. I volontari italiani portavano viveri e offrivano quella protezione minima che consiste semplicemente nello stare accanto a qualcuno quando lo Stato che dovrebbe proteggerlo è esso stesso la minaccia. Pensate alla vostra casa, qualcuno tenta di occuparla, chiamate la polizia e la polizia aiuta i ladri ad occuparvi la casa.

Poi è intervenuto il governo e l’area è stata dichiarata zona militare, leggendo il documento mostrato agli attivisti, il divieto di accesso durerebbe fino al marzo 2027. I militari hanno di fatto impedito ai 5 italiani di restare accanto alle famiglie palestinesi sotto assedio. I coloni occupanti si erano spostati per qualche ora e poi, semplicemente, hanno rimontato le loro strutture durante la notte. Nancy ha raccontato di essere stata presa con la forza e trascinata via. I volontari, tenacemente, si sono trasferiti in un’altra casa palestinese poco distante e hanno deciso di restare nel Paese. Nessuna espulsione da Israele, dunque, solo una cacciata dalla casa che stavano proteggendo, sufficiente a lasciare le famiglie da proteggere competamente isolate.

Il risultato è sempre il medesimo in una terra di razzie ed Apartheid: chi ha imposto l’assedio è rimasto sul terreno e invece chi provava a limitarne gli effetti è stato rimosso in nome della “sicurezza”. In questo modo l’abitante perde l’accesso alla propria casa mentre l’aggressore ha tutto il tempo del mondo per sfinire la famiglia e costringerla ad andarsene. In Cisgiordania il tempo si trasforma in conquista terriera.

(*) su https://laviniamarchetti.substack l’articolo – ricco di fotografie – prosegue con “La settimana punto per punto”


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