Nell’articolo interessante che riprendiamo da Limes, è curioso che non venga rilevato, considerazioni, il secondo posto di gradimento civile del sindaco di Kharkiv seconda città del paese e dichiaratamente “russofono”. Condannato perchè parla in pubblico in russo. Lingua proibita.

Si riapre lo scandalo corruzione in Ucraina, principale problema del paese secondo i cittadini. Il capo di Stato è ritenuto responsabile, ma allo stesso tempo indispensabile per continuare il conflitto. Senza fine dello scontro nessun cambio al vertice. Cresce la fiducia nei militari.

di Fulvio Scaglione

Tutto il mondo è paese e a ogni latitudine i sistemi per lanciare certi messaggi si somigliano. Se negli Usa la Cnn “viene a conoscenza” di un rapporto “segreto” che racconta Vladimir Putin chiuso nel bunker a tremare di paura per un attentato o un colpo di Stato, in Ucraina le intercettazioni “riservate” dell’Ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e della Procura speciale anticorruzione (Sap) finiscono dritte dritte all’Ukrainska Pravda.

Giusto qualche giorno prima che ad Andrij Jermak, già potentissimo capo dell’amministrazione presidenziale di Volodymyr Zelensky (il presidente ombra, lo chiamavano ai tempi d’oro), venisse recapitato l’atto ufficiale di incriminazione per corruzione e chiesta una cauzione di 140 milioni di hryvnje – pari a circa 2 milioni e 722 mila euro – che lui peraltro ha dichiarato di non avere.


“IL MONDO CAMBIA L’UCRAINA”, IL NUMERO 7/24 DI LIMES
Le intercettazioni e l’incriminazione, di fatto, costituiscono il secondo tempo dell’operazione Midas, quella che alla fine del 2025 rivelò i loschi traffici di un gruppo d’influenza che estorceva tangenti del 10-15% sul valore dei contratti agli appaltatori di Energoatom, l’azienda energetica di Stato.

Come scrisse allora il Nabu: “Di fatto, la gestione di un’impresa strategica con un fatturato annuo di oltre 4 miliardi di euro non era condotta da funzionari ma da estranei che non avevano alcuna autorità formale”. Un giro di bustarelle da 100 milioni di dollari che ha trascinato nel fango personaggi di altissimo livello: il ministro dell’Energia (ormai ex, ovviamente) Herman Halušenko, Ihor Myroniuk (consigliere di Halušenko e già vicepresidente del Fondo per le proprietà statali), Dmytro Basov (ex capo della sicurezza di Energoatom), Oleksandr Tsukerman (uomo d’affari, il riciclatore del denaro sporco), l’ex vicepremier Oleksiy Černišëv e, per non farsi mancar nulla, Timur Mindich, il regista dell’operazione, vecchio amico di Zelensky nonché suo socio nello studio di produzione televisiva Kvartal 95.

Mindich e Tsukerman riuscirono a scappare in Israele appena prima che lo scandalo fosse rivelato. Poco dopo fu costretto alle dimissioni il già citato Jermak, preceduto di qualche mese sulla stessa strada da Serhiy Šefir, altro vecchio amico e socio di Zelensky, che fin dall’elezione del 2019 aveva lavorato come primo assistente del presidente.

Nelle intercettazioni appena rivelate, i brani più interessanti riguardano i rapporti tra il solito Mindich e i dirigenti di Fire Point, azienda di recente fondazione, produttrice di droni e missili. Molto esaltata dai media occidentali, è inoltre dotata di un consigliere di amministrazione assai noto alle cronache politiche: Mike Pompeo, già direttore della Cia e segretario di Stato Usa durante la prima presidenza Trump.

Nei nastri si sente Mindich parlare di Fire Point come se l’azienda fosse sua (“Non faremo profitti”, “Possiamo produrre”, “Siamo un’azienda vera”) al punto da discutere dei dettagli di un investimento degli Emirati Arabi Uniti. Se non uno cointeressato ai destini dell’azienda, almeno un lobbista pienamente autorizzato a rappresentarla.

Altro aspetto interessante: l’interlocutore di Mindich è Rustem Umerov, all’epoca ministro della Difesa e poi segretario del Consiglio di sicurezza. Mindich spiega che Fire Point vorrebbe investire 150 milioni di dollari nello sviluppo di nuovi missili, lamenta che l’azienda soffra di scarsità di fondi e chiede a Umerov finanziamenti, prestiti o almeno il pagamento anticipato di ordini ancora da completare. Umerov non dice né sì né no e invita Mindich ad attendere “il 17 luglio”, ovvero la data in cui il parlamento (dominato da Servo del popolo, il partito di Zelensky) avrebbe apportato modifiche al bilancio statale e, in particolare, votato un cospicuo aumento della spesa per la difesa. Una tacita promessa.

Carta di Laura Canali – 2025
Carta di Laura Canali – 2025
Per chiudere questo primo aspetto va detto anche che le pattuizioni occulte emerse dai nastri hanno portato il Consiglio pubblico anticorruzione del ministero della Difesa (organo consultivo che include rappresentanti della società civile) a proporre di nazionalizzare Fire Point, anche perché sono emersi dubbi sull’efficacia dei suoi “prodotti”.
Durante le audizioni parlamentari, uno dei comandanti dei reparti di droni delle Forze armate ucraine, Yuri Kasyanov, ha dichiarato che dei 3 mila droni ucraini lanciati su Mosca nell’arco di un anno, solo uno è riuscito a colpire la città. E quell’unico drone, peraltro, è precipitato su un condominio in via Mosfilmovskaya, del tutto sprovvista di obiettivi militari.

Bilancio non esaltante nel momento in cui all’industria dei droni è affidata una serie di compiti decisivi: frenare le truppe nemiche al fronte, colpire in profondità le strutture dell’industria petrolifera russa e seminare inquietudine e dissenso nella popolazione moscovita, con grandi città regolarmente raggiunte dagli ordigni ucraini.

Nelle ventiquattro ore a cavallo della notte tra il 16 e il 17 maggio, tra l’altro, le forze ucraine hanno lanciato il più massiccio attacco del 2026: 1.054 droni sono stati abbattuti dalla difesa aerea russa mentre altre decine hanno invece colpito un qualche bersaglio. Non è comunque il primo scandalo in un ministero, quello della Difesa, che ha visto avvicendarsi una decina tra ministri e viceministri proprio a causa di bustarelle, spese gonfiate o forniture deficitarie.

E poi c’è il secondo aspetto, quello delle speculazioni immobiliari. In particolare quelle relative a un residence superesclusivo, un complesso da quattro ville con giardini principeschi, spa e piscine a poca distanza dalla capitale Kiev. Una decina di milioni di euro tra quelli estorti agli appaltatori di Energoatom sarebbero finiti in questo progetto, soprattutto a opera di Jermak e Černišëv.

In tutte queste conversazioni ricorre, qua e là, la citazione di un certo Vova che senza troppo sforzo e con una certa logica, visto il calibro dei conversatori (i quali, particolare interessante, tra loro parlano in russo) e la loro vicinanza al vertice, molti pensano di identificare con Volodymyr (Vova) Zelensky.


APOLOGIA DI ZELENS’KYJ
Abbiamo ricostruito queste vicende squallide, soprattutto se rapportate alle sofferenze e ai bisogni di un paese impegnato a respingere un’invasione, non per partecipare alle grida “Zelensky corrotto Zelensky corrotto” ma per sottolineare la gabbia stretta in cui è costretta a muoversi la politica ucraina. In un paese normale, salterebbe come un tappo un presidente che permette alla corruzione di arrivare fin nel suo ufficio (Jermak), di avere come protagonisti i suoi amici e soci (Mindich), di coinvolgere diversi ministri e di esercitarsi nei due campi più cruciali per la resistenza della nazione come la Difesa e il settore energetico, entrambi messi a dura prova dalle offensive dei russi.
Ma l’Ucraina, inutile sottolinearlo, non è un paese normale. Quindi Zelensky non viene tirato in causa più di tanto e può cavarsela dicendo di non saperne nulla (come se, dal punto di vista della responsabilità politica, potesse bastare) e delegando la gestione del problema alla prima ministra Julija Svyrydenko. E questo anche se, con tempismo a questo punto sospetto, nel luglio scorso e con l’operazione Midas in pieno svolgimento, fu proprio lui a firmare un disegno di legge che metteva sotto tutela – limitandone i poteri d’indagine – il Nabu e la Sap con la solita accusa di essere infiltrati dai servizi segreti russi.

Firma che, a cascata, portò migliaia di ucraini a scendere in piazza per protestare contro la legge e la commissaria Ue per l’allargamento Marta Kos a parlare di “grave passo indietro”, fino ad agitare lo spettro di un ripensamento sul processo di adesione dell’Ucraina (“Organismi indipendenti come Nabu e Sapo sono essenziali per il percorso dell’Ucraina verso l’Ue”). In pochi giorni Zelensky si convinse a fare un’imbarazzante marcia indietro.

Che Zelensky eviti il più possibile di parlare dell’ex braccio destro Jermak e degli altri scandali è comprensibile. Ma non vuol dire che gli ucraini gli abbiano condonato quanto accaduto. A metà strada tra le proteste dell’estate 2025 e l’attuale ripresa delle indagini, il Barometro Socis registrò i dati seguenti. Il 50,5% degli ucraini considerava la corruzione il principale problema del paese, davanti alle distruzioni causate dai russi (41,5%) e al crollo della qualità della vita (38%).

Mettendo insieme la percentuale di coloro che consideravano il livello della corruzione in Ucraina “molto alto” (49%) e “alto” (37,5%) si arrivava all’86,5%. Inoltre per il 49,2% la colpa era del presidente, mentre per il 48,1% del parlamento, dove peraltro la maggioranza assoluta dei seggi è detenuta da Servo del popolo, il partito di Zelensky.

Una sentenza? No, affatto. E basta controllare gli ultimi sondaggi sul livello di fiducia nel presidente per notarlo. L’ultimo del Kyiv International Institute of Sociology (Kiis) ha registrato un 61% a favore di Zelensky (con un 33% che invece non ha fiducia in lui e un 6% che sospende il giudizio), appena sotto il risultato precedente e perfettamente in linea con i dati dell’estate-autunno dell’anno scorso (58%, 59%, 60%, 59%), il periodo delle proteste di piazza contro la legge tesa a limitare i poteri di Nabu e Sap.

Sullo stesso livello della fiducia in Zelensky, peraltro, è anche la percentuale (59%) degli ucraini convinti che le elezioni possano e debbano tenersi solo dopo un completo accordo di pace e la fine definitiva della guerra, contro un 23% che pensa che le elezioni possano svolgersi dopo un cessate-il-fuoco con garanzie di sicurezza per l’Ucraina e un 10% disposto ad andare al voto anche subito.


Le conclusioni da trarre non sembrano molto complicate. Dopo quasi sette anni dall’ascesa dell’uomo nuovo che prometteva di rivoluzionare la politica ucraina a partire proprio dalla lotta alla corruzione e dopo più di quattro anni di guerra, gli ucraini non si fanno (più) illusioni sulle qualità degli uomini scelti da Zelensky. E nemmeno sulle sue capacità di tenere a freno certi appetiti, indubbiamente stimolati dall’inarrestabile fiume di denaro che arriva in Ucraina sotto forma di aiuti militari, finanziari e umanitari e dalla labilità dei controlli in un paese in profonda emergenza.
Non è certo un caso se tutte le ricerche producono il medesimo esito: il parlamento zelenskiano è l’istituzione più screditata del paese mentre le Forze armate, simbolo del coraggio e della resistenza dell’Ucraina ed estranee ai giochi della politica (e semmai vittime, come il siluramento nel 2024 del generale Valerij Zaluzhny dimostra), sono la più stimata.

Allo stesso tempo, però, gli ucraini si guardano intorno e si fanno poche ma cogenti domande. Per esempio: possiamo cambiare condottiero nel pieno della battaglia? E che la risposta sia un ovvio “no” lo dimostra il già citato (e comunque costante nel tempo) rifiuto di andare a elezioni prima che la guerra sia finita. Elezioni che, in teoria, si sarebbero dovute tenere già nel 2024 e che sono state più volte auspicate dagli amati-odiati Stati Uniti di Donald Trump.

Oppure: se non Zelensky, chi? La scelta è poca. Vecchi arnesi di stagioni politiche superate e non rimpiante come Petro Porošenko o Julija Tymošenko. Figure uscite da Jevromaidan ma, come tutte quelle di quell’epopea, mai davvero decollate come il sindaco di Kiev, Vitalij Klyčko. Aspiranti leader opportunamente emarginati da Zelensky come l’ex presidente del parlamento Dmytro Razumkov. O carrieristi come quelli sistemati da Nabu e Sap. Nessuno che possa fare davvero ombra a Zelensky.

Ancora una volta ci vengono in soccorso le ricerche del Kiis, che ha elaborato un “indice della fiducia” basato sullo scarto tra coloro che si fidano di un certo personaggio pubblico e coloro che non si fidano. Tra i “civili”, in testa alla classifica c’è Zelensky, che ha un indice della fiducia di +28. Lo segue Ihor Terekhov, ingegnere, ex arbitro della serie A ucraina di calcio, dal 2020 popolarissimo sindaco di Kharkiv, la seconda città del paese, sita a soli trenta chilometri dal confine con la Russia e quindi sottoposta a continui attacchi aerei. Terekhov, che si definisce etnicamente russo, è stato spesso multato dal garante della lingua ucraina, Taras Kremin, per aver parlato in russo durante apparizioni pubbliche. Il suo indice della fiducia dice +21.

Al terzo posto l’attuale vicepremier e ministro della Difesa Mychajlo Fedorov (+12) e al quarto una figura dello spettacolo e della società civile, Serhiy Prytula, attore presentatore radio e Tv e soprattutto animatore di campagne di crowdfunding per l’acquisto di mezzi militari per le Forze armate. Tutti gli altri personaggi pubblici, nessuno escluso, hanno un indice della fiducia negativo.

Il discorso cambia radicalmente quando si prende in esame il rapporto degli ucraini con chi porta le stellette. Il già citato ex comandante in capo Valerij Zaluzhny vanta come indice della fiducia un notevolissimo +51 (72% di fiducia meno 21% di sfiducia), affiancato con lo stesso apprezzamento (+ 51, 70% meno 19%) da Kyrylo Budanov, già capo dei servizi segreti militari e, dalle dimissioni di Jermak, nuovo capo dell’amministrazione presidenziale.

Non è messo male, con un indice della fiducia di +32, nemmeno Andrіj Bіlec’kyj, soprannominato “il führer bianco”. Nel 2014 fondatore e primo comandante del battaglione Azov, è ora comandante del 3° Corpo d’armata dell’Esercito ucraino oltre che leader del partito di ultradestra Corpo nazionale. Sorprende ma non troppo il basso punteggio (+6) raccolto invece dall’attuale comandante in capo delle Forze armate ucraine, il generale Oleksandr Syrs’kyj.

L’incrocio di questi dati produce l’aspetto più evidente dell’attuale situazione politica ucraina: la totale immobilità. La gente non vuole elezioni (l’unica via per un cambiamento democratico alla guida del paese) prima che la guerra arrivi a una reale conclusione con un concreto accordo di pace. E per realizzare tale obiettivo non vede leader più adatto di Volodymyr Zelensky.

Carta di Laura Canali – 2024
Carta di Laura Canali – 2024
Un sentimento palindromo, che può essere letto anche al contrario: Zelensky è il leader pugnace che, in accordo con l’Unione Europea, non vuole la resa ai russi, o un accordo che a una resa somiglia. Quindi è lui che deve contrattare la pace con i russi, nessun altro. Nessuno dei “civili” può adesso prendere il suo posto, quindi. E nessuno dei militari, ovviamente. Perché sono impegnati a combattere e perché, nelle condizioni attuali, potrebbero farlo solo per via non democratica.
Anche se vale la pena notare che i militari più apprezzati sono tre figure già arrivate a metà strada tra le Forze armate e la politica: l’ex generale Zaluzhny, diventato ambasciatore nel Regno Unito; il tenente generale Budanov, diventato capo di gabinetto di Zelensky; e il suprematista bianco nonché brigadiere generale Bіlec’kyj, tuttora impegnato sotto le armi ma anche capo di un partito ed esperto di politica. L’unico militare al cento per cento, il generale Syrs’kyj, è staccatissimo.

Questo stato delle cose, con tutti i paradossi che contiene, ci parla non solo delle persone ma di uno stato d’animo nazionale. Nessuno si fida della Russia. E il desiderio manifesto di non introdurre cambiamenti politici importanti mostra che pochissimi hanno creduto davvero in un cosiddetto negoziato che in molti mesi di discorsi e incontri ha affrontato solo questioni drammatiche ma marginali, come lo scambio dei prigionieri o dei corpi dei caduti, ma non ha fatto un solo passo avanti su alcuna delle questioni davvero decisive per arrivare a fermare la guerra. Come per esempio il destino dei territori occupati dai russi, la gestione post-bellica della centrale nucleare di Zaporižžja, i danni di guerra chiesti dall’Ucraina per l’invasione russa, l’eventuale adesione del paese alla Nato o all’Ue.

Negoziato, peraltro, a cui Zelensky ha partecipato dando sempre la sensazione di farlo solo per non inimicarsi definitivamente Donald Trump e che ha ricevuto il benservito finale dal Cremlino pochi giorni fa, quando Jurij Ušakov, già ambasciatore russo negli Usa e da quasi un quindicennio consigliere di Putin per la politica estera, ha detto che sarebbe stato inutile rimettersi a trattare finché gli ucraini non avessero sgomberato anche quel 20% circa della regione di Donec’k che ancora controllano.

Allo stesso tempo, però, nella pancia dell’Ucraina c’è la convinzione che prima o poi la guerra finirà e che allora, forse, qualcosa dovrà cambiare. Abbiamo già detto del paradosso Zelensky, considerato responsabile della corruzione dilagante ma ritenuto ancora indispensabile per guidare la resistenza del paese. È la conferma che Zelensky è il presidente fallito del tempo di pace (il tasso di fiducia in lui era, alla vigilia dell’invasione russa, appena del 37%) e insieme l’eroe della lotta contro l’aggressione russa.

Carta di Laura Canali – 2024
Carta di Laura Canali – 2024
Una conferma che forse nasconde anche altro. Qualcosa che potremmo definire una fiducia a termine. Nel 61% di ucraini che hanno fiducia nel presidente registrati dal Kiis, si annida un 36% che ha fiducia in lui ora, perché rappresenta uno Stato che ha bisogno di essere il più forte e compatto possibile di fronte alle difficoltà, ma che domani vorrebbe vedere qualcun altro al suo posto. È solo del 25% (dentro il 61% complessivo) la quota di coloro che lo vorrebbero presidente anche domani, a pace raggiunta. È un’operazione forse impropria ma se sommiamo questo 36% al 33% di coloro che non hanno fiducia in Zelensky, arriviamo a sfiorare un 70% di ucraini che non vorrebbero vederlo al vertice in tempo di pace.
Accettata pur con la condizionale questa prospettiva, arrivano a cascata almeno due altre considerazioni. La prima è che in questa luce si spiegano bene le voci che circolano da tempo nella capitale, e che vogliono Kyrylo Budanov candidato alla presidenza nelle elezioni che consacreranno la pace che verrà, con Zelensky a tirare un po’ le fila dietro le quinte. Budanov gode di un prestigio assoluto. Era in prima linea già ai tempi della guerra in Donbas, dove fu ferito così gravemente da essere spedito negli Usa per le cure.

È un soldato pluridecorato. Da capo dei servizi segreti militari ha messo a segno colpi clamorosi, tanto da essere in cima alla kill list dei servizi segreti russi. Non ha mai mostrato tentennamenti, non è mai stato sospettato di arricchimenti indebiti. Incarna l’immagine migliore dell’Ucraina che combatte. E il ruolo di capo dell’amministrazione presidenziale, da poco assunto, è perfetto per prepararlo alle fatiche della politica “politicata” da governo: non a caso fu uno dei passaggi della scalata al vertice anche per Vladimir Putin.

L’altra considerazione, invece, si riallaccia al punto da cui eravamo partiti. Se il cerchio magico che circondava Zelensky era così profondamente corrotto, possibile che ignaro e indenne fosse proprio e solo il presidente? Non avanziamo alcuna ipotesi, tanto più che non sono emerse prove di eventuali suoi misfatti.

Ma se Nabu e Sap avessero ragionato come tutti gli altri ucraini? Se avessero cioè deciso che non si poteva dare un colpo simile al paese, togliendo di mezzo l’unico uomo che i leader di tutta Europa e di mezzo mondo riconoscono come interlocutore, il rappresentante più generoso ed efficace, anche dal punto di vista mediatico, della causa ucraina? Il presidente che ogni giorno viene abbracciato dagli uomini più potenti che a lui promettono aiuto e sostegno senza limiti di tempo o di impegno? E se Nabu e Sap avessero pensato che, in una fase come questa, poteva bastare fare pulizia intorno a lui, togliere di torno i suoi più detestabili amici e collaboratori e ricordare agli ucraini che prima o poi la pace verrà e che per quel momento bisognerà forse fare scelte diverse?

Come si diceva, poco o nulla si muove nella politica ucraina, al momento. Ma forse solo perché molto dovrà cambiare quando il momento giusto sarà arrivato.



Fulvio SCAGLIONE – Giornalista, è stato vicedirettore di Famiglia Cristiana oltre che corrispondente da Mosca e inviato in diversi paesi del Medio Oriente. È direttore di InsideOver. Ha fondato e coordina Lettera da Mosca. Il suo ultimo libro è Zelens’kyj – L’uomo e la maschera (2024).

da: limes online


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