Washington tenta di coinvolgere Pechino nel controllo dello stretto mentre l’Iran valuta il passaggio delle petroliere pagate in yuan. Sullo sfondo, la sfida per un nuovo equilibrio geopolitico.

DAZIBAO

I colloqui commerciali tra Stati Uniti e Cina previsti a Parigi nel fine settimana si sono conclusi in anticipo e con un’atmosfera decisamente più tesa del previsto. L’incontro, che avrebbe dovuto avere un ruolo soprattutto preparatorio in vista del vertice tra il presidente cinese Xi Jinping e Donald Trump atteso a Pechino verso la fine del mese, è stato interrotto prima del tempo dopo che, il presidente americano ha esplicitamente condizionato il proprio viaggio alla disponibilità cinese di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz

Il vicepremier He Lifeng e il segretario al Tesoro Scott Bessent avevano in agenda una serie di questioni economiche concrete: tariffe doganali, flussi di investimento e scambi di prodotti strategici come soia e terre rare. Entrambe le parti avevano interesse a preservare l’attuale fase di relativa calma nelle relazioni commerciali. La leadership cinese ha bisogno di un contesto internazionale stabile per gestire le difficoltà economiche interne, mentre l’amministrazione statunitense guarda con attenzione alle elezioni di metà mandato previste per novembre. Come riporta APnews, Bessent aveva parlato di «progressi» e di un rapporto di rispetto reciproco tra i due presidenti.

Tutto è cambiato quando Trump ha usato toni diretti in un’intervista al Financial Times

«La Cina prende il 90% del suo petrolio da lì. Perché dovremmo essere noi a mantenere aperto lo stretto solo per loro?». 

Il presidente ha suggerito che potrebbe “ritardare” il viaggio a Pechino se Pechino non invierà navi da guerra per scortare le petroliere. La mossa ha trasformato un incontro tecnico-commerciale in un test geopolitico ad alto rischio. Come riporta Bloomberg, Washington vuole condividere il peso militare della crisi iraniana e non intende procedere con la diplomazia bilaterale senza garanzie energetiche immediate. 

Ma come riporta APnews, dal suo punto di vista Bessent ha affermato che un eventuale rinvio del viaggio di Trump a Pechino non sarebbe dovuto a disaccordi sulla guerra con l’Iran o sugli sforzi per riaprire lo Stretto di Hormuz.

“Se per qualche motivo la riunione dovesse essere riprogrammata, sarebbe per ragioni logistiche”, ha affermato. “Il presidente vuole rimanere a Washington per coordinare la guerra e viaggiare all’estero in un momento come questo potrebbe non essere la soluzione ideale.”

In ogni caso la richiesta statunitense non riguarda solo la Cina. Trump ha chiesto esplicitamente a Giappone, Corea del Sud, Francia, Regno Unito e India di inviare navi da guerra o dragamine. Come riporta BloombergTokyo ha già escluso categoricamente l’invio di unità militari, citando la costituzione pacifista e il rischio di coinvolgimento diretto. Il ministro della Difesa giapponese ha dichiarato che non ci sono piani per navi nello stretto. Come riporta sempre Bloomberg, Seul sta valutando opzioni logistiche ma resta cauta: il ministero della Difesa sudcoreano sta esaminando scenari senza impegno formale. 

Ma il contesto energetico è davvero drammatico. Il blocco anche solo parziale di Hormuz ha fatto salire il Brent sopra i 110 dollari al barile, con ripercussioni immediate sui prezzi alla pompa negli Stati Uniti. 

Il Pentagono ha già consumato armamenti per 5,6 miliardi di dollari nei primi giorni di operazione contro l’Iran, e le scorte di terre rare americane coprono al massimo due mesi di operazioni intensive. Qui entra in gioco la leva cinese: Pechino con l’80% della raffinazione globale nelle sue mani potrebbe rallentare le forniture agli Stati Uniti, complicando la ricostruzione degli arsenali post-conflitto.

La risposta di Pechino non si é fatta attendere. Il Global Times ha definito la richiesta americana «irresponsabile» e ha ricordato che la Cina ha già chiesto il ritorno al negoziato tra Washington, Israele e Teheran. «Mille navi da guerra non possono ottenere ciò che un tavolo negoziale può fare» ha commentato il giornale. 

Come riporta Bloomberg, Fonti vicine alla delegazione cinese riferiscono che He Lifeng aveva preparato proposte concrete che avrebbero potuto essere presentati come successi preliminari al vertice. Invece l’attenzione si è spostata bruscamente sulla crisi del Golfo.

La guerra che si sta delineando é sempre più un vero e proprio scontro esistenziale per gli Stati Uniti. Come scrive Asia Times, l’Iran potrebbe essere il punto di arrivo dell’ordine mondiale guidato dagli Stati Unit simile a come la crisi di Suez del 1956 segnò la fine del dominio globale britannico. L’attacco del 2026 potrebbe indebolire la credibilità degli Stati Uniti. Se la fiducia nelle loro garanzie di sicurezza continuerà a diminuire, l’ordine internazionale potrebbe evolvere più rapidamente verso un sistema multipolare.

Sul fronte interno americano, la pressione di Trump sugli alleati riflette la volontà di non assumersi da solo il costo della crisi. Il Pentagono ha già schierato cacciatorpediniere e sta negoziando con la marina britannica, ma senza sostegno asiatico il corridoio resta vulnerabile a mine, droni e barche iraniane. Evan Feigenbaum del Carnegie Endowment osserva che Washington si trova in una situazione paradossale: dopo anni di avvertimenti sulla minaccia cinese, ora chiede proprio a Pechino un intervento navale che potrebbe esporre navi cinesi al fuoco iraniano.

Pechino, infatti, è determinata a restare neutrale. Unirsi alla coalizione significherebbe legittimare l’operazione americana, esporre le proprie navi al rischio iraniano e accettare un ruolo di “partner junior” voluto da Washington. Si ritiene plausibile che Xi Jinping eviterà qualsiasi mossa che possa compromettere l’autonomia strategica di Pechino, preferendo soluzioni diplomatiche e rafforzando le rotte alternative via terra.

Pechino ha respinto la richiesta statunitense, affermando che “la sicurezza dello Stretto di Hormuz non dipende dal numero di navi militari che lo pattugliano. Ma dipende dal fatto che le armi tacciano”.

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