di Gianni Sartori
Mercoledi sera (4 dicembre) la coalizione di islamisti radicali, controllata da Ankara e responsabile del recente attacco alla Siria, stava già assediando ormai da tre lati la città di Hama. Dopo la conquista della maggior parte di Aleppo, questa città nel cuore del Paese (e già nota per il massacro qui perpetrato dall’esercito siriano nel 1982, quando represse una rivolta dei Fratelli musulmani) va assumendo un ruolo strategico fondamentale. Sia per le bande islamiste che – ovviamente – per l’esercito di Bachar al-Assad (in quanto con la sua caduta si aprirebbe la strada per Damasco, a soli 200 chilometri).Tra combattimenti e bombardamenti i morti finora accertati dal OSHD (Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo) sono 704, di cui 110 civili.Il 3 dicembre, con l’appoggio dell’aviazione siriana e russa, le forze governative avevano lanciato una controffensiva, mentre il 4 i combattimenti divenivano ancora più intensi (“feroci” li definiva una fonte militare citata dall’agenzia Sana) nel nord della provincia. Da parte dell’ONG Human Rights Watch venivano mosse accuse di “violazioni dei diritti umani” a entrambi i belligeranti.
Dalla città di Suran (a una ventina di chilometri a nord di Hama) arrivavano le immagini di civili in fuga (diffuse dall’agenzia AFP), ammassati nei camion mentre i miliziani jihadisti armati pattugliavano le strade a bordo di pick-up.
Secondo David Carden (coordinatore umanitario regionale aggiunto dell’ONU per la Siria) in una sola settimana (da quando sono iniziati i combattimenti) gli sfollati sarebbero più di 115mila. Un numero destinato inesorabilmente ad aumentare.
Anche ieri (mercoledì 4 dicembre) un drone turco ha causato la morte di due persone (ferendone gravemente altre) nella città di Dêrik. La minaccia dei droni che sorvolano quotidianamente i territori curdi è ormai costante anche in Rojava. Già il 2 dicembre un altro curdo, Ezîz Selahedîn Şêxo (20 anni), era stato ucciso lungo l’autostrada tra Qamishlo e Hassaké. In base ai dati in possesso del Centro d’informazione del Rojava (RIC) si tratterebbe della 57° vittima dei droni turchi di quest’anno. Quelli che – a ragion veduta – il movimento curdo definisce senza mezzi termini “mercenari di Ankara” (mentre gran parte dei media occidentali usa eufemismi ipocriti come “ribelli” o “insorti”) sarebbero in procinto di scatenare un attacco di vasta portata contro il Rojava.
Al momento rimangono sotto tiro dell’Esercito nazionale Siriano (SNA) Shehba e Tel Rifaat (ancora in mano alle FDS).
Se lo sfondamento avesse successo ci troveremo di fronte all’ennesima catastrofe umanitaria. In questa regione dal 2018 un gran numero di sfollati, in maggioranza curdi provenienti da Afrin, vivono, sopravvivono in una mezza dozzina di campi profughi (Serdem, Vegere, Efrin, Berxwedan, Shehba…). Altri sono ospitati nei villaggi circostanti. Complesssivamente decine di migliaia.Di fronte alla minaccia incombente, l’AADNES (Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria)ha decretato la mobilitazione generale e le organizzazioni armate (YPG, YPJ, FDS) sono poste in stato di massima allerta.
Per l’AADNES l’attuale “attacco dello Stato di occupazione turco e dei suoi mercenari sul territorio siriano è in continuità con il piano che la Turchia non era riuscita a realizzare attraverso lo Stato islamico e il suo obiettivo di occupare la Siria e annientare le speranze dei Siriani”. In sostanza il “raggiungimento degli obiettivi del “patto nazionale” [Misakî Milli] che da tempo e a più riprese ha tentato di realizzare”. Condannando quindi – in una pubblica dichiarazione letta dal co-presidente a Raqqa – l’attacco turco-jihadista e salutando nel contempo “la resistenza di cui il nostro popolo ha dato prova a Shahaba e Aleppo”.
Per l’AADNES l’invasione (che è rivolta contro tutto il Paese, non solo Aleppo e Hama) avrebbe lo scopo di frantumare la Siria, con il rischio di trasformarla in un focolaio permanente del terrorismo internazionale. Annichilendo le legittime “speranze dei Siriani di poter vivere nella libertà e dignità”.
Oltre naturalmente, sempre in riferimento agli obiettivi di Erdogan “colpire il progetto dell’amministrazione autonoma democratica e contemporaneamente tentare di annettere nuovi territori alla Turchia”.
Per cui “Arabi, Curdi, Siriaci, Assiri e Turcomanni dobbiamo unire le nostre forze e rafforzare la nostra unità per far fronte a questa flagrante aggressione”. Con un appello a “ogni istituzione a operare come una cellula di crisi” e ai giovani uomini e donne affinché raggiungano i ranghi delle Forze Democratiche Siriane.
Quanto alla comunità internazionale, dovrebbe divenire consapevole che questo conflitto è foriero di ulteriori catastrofi umanitarie e rappresenta una seria minaccia non solo par la Siria. In quanto costituisce “una nuova forma del terrorimo di Daesh con gravi ripercussioni sia a livello regionale che mondiale”.
Gianni Sartori
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