di Flavio Guidi

“Quanto tempo è passato dal 19 luglio? Nel mio cuore secoli”, scriveva Berneri nella Barcellona in via di “normalizzazione” nell’aprile del 1937. Parafrasandolo, sempre si parva licet, quanto tempo è passato dal 2017? Sembrano, appunto secoli. La “normalizzazione”, purtroppo, è andata avanti. Mi sembra che lo dimostrino anche i dati delle elezioni nazionali (ho detto “nazionali”, non “statali”) di ieri. La gente che ha scelto di votare è cresciuta un poco, in percentuale (il 3% in più rispetto al 2021), ma siamo ben lontani dall’80% del 2017, quando la mobilitazione sociale si era riversata anche nelle urne. E lo “specchio deformato” elettorale mostra sempre più i segni del “riflusso”. Le elezioni anticipate per il Parlamento Catalano hanno mostrato un relativo spostamento a destra, sia nel campo indipendentista che in quello “spagnolista”. Anche se la destra resta ampiamente minoritaria nel paese (soprattutto nell’area metropolitana di Barcellona), il vento che soffia da Madrid (e, purtroppo, da molti altri angoli del pianeta) comincia a farsi sentire persino nelle asfittiche (e un tempo così felicemente flosce) vele della destra catalana. Sia che misuriamo il numero di votanti secondo lo schema classico sinistra/destra, sia secondo lo schema indipendentismo/spagnolismo (che resta importante in questo angolo della penisola iberica), queste elezioni hanno visto crescere il principale partito di destra, il Partit Popular, consolidarsi il secondo, i neofranchisti di Vox ed emergere un neonato, seppur piccolo, partito “indipendentista” ma d’estrema destra, Aliança Catalana (erede di Dencàs?). Il crollo definitivo di Ciutadans (una creatura mediatica gonfiata ad arte per esorcizzare Podemos, un decennio fa) ha riversato quel che restava dei voti, un tempo molto numerosi, verso gli altri partiti “spagnolisti” di destra, in particolare quello più “moderato”, il PP. Ma la destra è comunque cresciuta complessivamente, purtroppo. Ottiene oltre 700 mila voti (il 23,5%), contro i meno di 500 mila (16,2%) di 3 anni fa. La sinistra (comprendendo anche il Partito Socialista Catalano), pur conservando la maggioranza dei voti (1 milione 650 mila, il 53%), perde qualcosina in termini assoluti (12 mila voti in meno, ma i votanti sono aumentati) e oltre il 5% in termini relativi. Ed è la sinistra moderata (e “spagnolista”) del PSC, purtroppo, a guadagnarci, mentre perdono sia i Comuns (area che a livello statale fa riferimento a Sumar, la coalizione tra Izquierda Unida e altri settori riformisti un po’ più a sinistra del PSOE) sia gli indipendentisti anticapitalisti (appoggiati anche dai nostri compagni di Anticapitalistes) della CUP. Tra gli indipendentisti chi regge è, anche qui, la corrente liberale, quella più moderata facente riferimento a Carles Puigdemont, Junts per Catalunya, mentre perdono sia i “socialdemocratici” di ERC (Sinistra Repubblicana), sia, appunto, i compagni della CUP. Insomma, da qualunque lato la si guardi, la realtà catalana è oggi più a destra di 3 anni fa (e molto più a destra di 7 anni fa). Le sconfitte nelle piazze, come al solito, prima o poi si riversano anche nelle urne.

Ma ecco i dati

partitovoti (x 1000)%variazione sul 2021Var. %
PSC87328,02184,9
Junts per Cat*67521,627-1,1
ERC42713,7-178-7,6
PP34311,02337,1
Vox2498,0300,3
Comuns1825,8-14-1,1
CUP1284,1-62-2,6
Aliança Cat.1183,81183,8
Pacma341,1341,1
Ciutadans220,7-136-4,9
Alhora140,4140,4
Altri SX80,2-10-0,2
Sinistra165153,0-12-5,5
Destra73223,52456,3
Centro indip.**68922,041-0,7
Indipendentisti136143,6-81-4,4
Spagnolisti148747,73488,4
Altri (Comuns, ecc.)2147,110-0,2

*Nel 2021 era presente il PDeCAT, scioltosi nel 2023 e confluito in Junts

**So che per molti, a sinistra, Junts per Catalunya è un partito di destra, per quanto moderata. Nella realtà catalana, dove lo spartiacque indipendentismo-spagnolismo ha una notevole importanza, mi sembra improprio inserire una formazione, per quanto moderata, caratterizzata dal fatto di essere repubblicana ed antifranchista, insieme agli eredi del regime più o meno rei confessi.


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