Il 30 giugno Brescia Anticapitalista ha pubblicato un articolo di Gianni Sartori che rendeva omaggio alla memoria del compagno Spiess, combattente internazionalista tedesco, ucciso dai turchi mentre si batteva per difendere il Rojava, l’unica zona liberata e “progressista” del Medio Oriente (e forse – con il Chiapas zapatista e, tra mille virgolette, Cuba – di tutto il pianeta). Il giorno dopo, un compagno ed ex amico con cui ho condiviso molto (pur nelle divergenze crescenti degli ultimi anni) mi rimproverava, su Facebook, di non aver speso una parola per i combattenti internazionalisti uccisi in Ucraina durante l’aggressione putiniana. Anzi, il suo post rimproverava non solo me (che ho sempre sostenuto che tra Putin e Zelensky il migliore ha la rogna), ma “gli anticapitalisti” in genere. Deduco che si riferisse a Brescia Anticapitalista, dimostrando di leggere poco e male il nostro blog, che, pur pubblicando articoli con posizioni simili alle mie, ha pubblicato spesso articoli che invece sostengono la “resistenza” ucraina. D’altra parte, come sa chi ci segue seriamente, BA non ha una linea politica precisa ed univoca. Cerchiamo di ospitare tutti gli articoli che abbiano come discriminante l’anticapitalismo conseguente, che significa essere contro ogni oppressione, da qualunque parte provenga (quindi anche da parte di stati, partiti, gruppi o persone che si autodefiniscono “non capitalisti” o persino “anticapitalisti”, ma a geometria variabile). Ciò premesso, torniamo al discorso iniziale. Nei giorni successivi mi sono chiesto se rispondere o meno alla malevola insinuazione del compagno di cui sopra, rimandando sempre la decisione. In me combattevano due opposte pulsioni: da un lato il rispetto dovuto a chi è andato a combattere e a morire convinto di battersi dal lato giusto della barricata, il lato che considero anche mio; dall’altro la mia convinzione che la possibilità di una lotta contro l’invasione imperialista russa, indipendente (e mi augurerei contrapposta) dal regime di Kiev (o Kyiv, se preferite) in una situazione come quella ucraina, caratterizzata da una schiacciante egemonia del nazionalismo ultrareazionario (quando non apertamente fascista) sia una pia illusione. Mi sono convinto oggi a scrivere queste righe, dopo aver letto un commosso ricordo del compagno Davide Grasso per tre militanti internazionalisti caduti sul fronte ucraino: Finbar Cafferkey, Dmitry Petrov e Cooper Andrews. Il primo di questi, un compagno irlandese, aveva combattuto con Davide contro gli islamo-fascisti di Daesh nella Siria del Nord. Davide, da sempre schierato contro l’invasione putiniana (come me e quasi tutti gli internazionalisti), ha da tempo posizioni, che non condivido, molto simili a quelle del compagno di cui parlavo all’inizio dell’articolo. Non mi sembra il caso qui di ricordare (ho già scritto vari articoli sulla questione) le radici “zimmerwaldiane” della mia posizione, al contempo anti-putinana ed anti-zelenskiana. Devo aggiungere che trovo stucchevole il continuo ricordare al sottoscritto le malefatte di Putin e dell’imperialismo russo in generale. Chi ha voglia e pazienza può leggersi quanto ho scritto da sempre contro il nuovo zar del Cremlino e la sua politica, dentro e fuori la Russia. La divergenza non sta certo in questo. La divergenza non è nemmeno (o almeno, se lo è, lo è in misura minore), sul giudizio negativo del governo ucraino e sulle sue politiche reazionarie. Almeno spero. La divergenza, ripeto per l’ennesima volta, è sui margini di manovra di una battaglia coerentemente internazionalista nell’Ucraina di oggi (che non è quella dei tempi di Rakovsky, è chiaro?). Un paese non tanto e non solo “asservito” alla NATO, e quindi parte oggettiva di un altro blocco imperialista, quello ben più potente a guida USA, ma pure pervaso di spinte ultrareazionarie, dove l’essere filo-occidentali in senso liberal-conservatore odora quasi di progressismo. Il criminale filo-nazista Bandera, purtroppo, è ritenuto una specie di eroe non solo da chi detiene il potere, ma per milioni e milioni di ucraini (di sicuro la maggioranza nella Vandea locale, l’Ucraina occidentale). E il fatto che i pochi ucraini di sinistra siano condizionati da questo ambiente intossicato lo dimostrano le reticenze (e i veri e propri svarioni) sulla questione della Crimea (indubitabilmente russa e non ucraina) e del Donbass. Come temevo, trovarsi a combattere fianco a fianco con nazionalisti reazionari (che godono, ahimè, dell’appoggio popolare) ha probabilmente più influenza delle convinzioni internazionaliste che hanno inizialmente mosso questi generosi volontari (e a maggior ragione per i pochi militanti ucraini che si definiscono marxisti o anarchici). D’altra parte, come dice il proverbio, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. Non è la prima volta che dei rivoluzionari generosi rischiano la propria vita per l’illusione di cambiare il senso di una guerra, come dimostra tutta la storia, per esempio, dell’interventismo “democratico” (e persino “rivoluzionario”, vedi Kropotkin) nella Prima Guerra Mondiale. Motivazioni per battersi contro il “militarismo prussiano”, o contro “la reazione zarista”, o contro “il rapace imperialismo anglo-francese” se ne sono trovate allora, e si troveranno sempre. Ma si finisce sempre per fare da carne da cannone per qualcuno che merita, come pure il suo avversario, solo il nostro disprezzo.

Flavio Guidi


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