Pare che sui media italiani la vittoria dell’ungherese Viktor Orbán per il quarto mandato consecutivo non abbia ricevuto particolare attenzione. La cosa è in effetti comprensibile, dato che il regime orbániano si è talmente stabilizzato e normalizzato che ogni sua ennesima vittoria sembra una cosa ovvia, un po’ come l’arrivo della primavera. 

Si tratta di una vittoria annunciata. La quale, però, può essere l’occasione per alcune riflessioni. Viktor Orbán, del quale abbiamo già parlato diffusamente, è riuscito negli ultimi dodici anni a instaurare un semi-regime reazionario, caratterizzato da un capitalismo autoritario e oligarchico, omofobo, maschilista, xenofobo e fondamentalista cristiano. Naturalmente, questi elementi non sono presenti solo in Ungheria, ma ciò che preoccupa è che in questo paese siano impersonati da uno stesso partito e da una stessa persona per un periodo così lungo (Orbán dice apertamente di voler rimanere al potere fino al 2030). Come è riuscito Orbán a fare tutto questo? 

I fattori sono stati diversi. Certamente, la pietra angolare del suo regime è stata la riforma costituzionale del 2010, una riforma accentratrice, antidemocratica e liberticida (che però era stata a suo tempo apertamente elogiata da Stefano Bottoni, storico italo-ungherese in seguito schieratosi contro Orbán e molto permaloso con chi gli ricorda il suo passato). Oltre a questa riforma, Orbán è stato abile negli anni ad approvare una serie di leggi che limitano sempre di più le libertà formali come quella di espressione. Complici anche gli oligarchi ungheresi ispiratisi al modello russo (alcuni dei quali sono amici personali, ex compagni di scuola di Orbán), egli è riuscito a limitare gravemente la libertà di espressione, lanciandosi all’attacco dei media indipendenti. Oggi in Ungheria i media indipendenti non sono vietati, e alcuni di fatti resistono. Il problema è che sono infinitamente meno seguiti dei media governativi, che includono praticamente la totalità della televisione, buona parte della stampa cartacea e digitale, più una efficiente azione sui social. Anche le università e gli istituti di ricerca sono stati presi d’assalto, con sfratti strategici a istituti non graditi, nomina politica dei rettori, ecc. Si aggiunga che con la sua super-maggioranza dei due terzi e un parlamento monocamerale (i cui parlamentari sono stati opportunatamente ridotti a soli 199), Orbán è in grado di approvare qualunque legge in pochi giorni, se non addirittura in poche ore. 

Come si vede, il Nostro è riuscito a creare un regime (una specie di dittatura dolce) efficiente e ben oliato, che può tranquillamente sottoporsi alla prova elettorale ogni quattro anni, dato che non si tratta che di una mera conferma. Se il processo elettorale non mostra dei brogli espliciti, è stato però abilmente addomesticato con una tecnica che il politologo ungherese András Sajó ha definito quella di “governare imbrogliando.” Si tratta di falsare il processo elettorale con una serie di leggi e leggine parziali che, unite allo strapotere economico e mediatico del regime, consentono a ogni tornata una vittoria praticamente garantita. Un esempio è quello dei collegi elettorali dove l’opposizione era troppo forte, che sono stati smembrati in modo da favorire la vittoria del candidato governativo. O ancora si potrebbe parlare di una cosa poco nota in Italia, come il sostegno elettorale carpito da Orbán presso alcune comunità rom, che lo votano in massa (con tanto di autobus che li portano ordinatamente al seggio elettorale), in cambio di piccoli favori, che naturalmente non cambiano il generale stato di miseria ed esclusione nel quale si trovano. In queste ultime elezioni diventate ormai meramente simboliche, una associazione ha addirittura denunciato che fuori da un seggio veniva promessa carne di maiale appena macellata a chi votasse Orbán. Si tratta di un piccolo particolare grottesco, magari isolato, ma che rende bene l’idea della situazione (del resto, abbiamo visto che il sistema è fatto in modo da garantire una vittoria sicura, anche senza promettere carne di maiale). 

In una situazione del genere, battere Orbán sarebbe stato difficile o impossibile anche per la migliore delle opposizioni. Ma chi, in Ungheria, si oppone a Orbán? Questa domanda non è affatto peregrina, perché si potrebbe dire che in ogni risultato elettorale c’è qualcuno che vince per i suoi meriti, e qualcuno che perde per i suoi demeriti. In un certo senso, questo è stato proprio il risultato delle ultime elezioni, che sono state per l’opposizione una batosta ancora peggiore delle precedenti. 

Il fronte di opposizione a Orbán, che aveva deciso di correre unito, almeno apparentemente, è molto composito, fatto di vari partiti che vanno dai liberali ecologisti, ai falsi “socialisti,” agli ultranazionalisti scopertisi democratici. Data la situazione, probabilmente molti ungheresi che potenzialmente avrebbero voluto un cambiamento avrebbero potuto soprassedere su questa natura molto composita. A livello simbolico, però, la scelta del candidato e delle parole d’ordine è stata gravemente sbagliata. Ciò non solo ha portato alla sconfitta (che si sarebbe verificata in ogni caso, dice qualcuno), ma a una sconfitta indecorosa. Sarebbe stato molto meglio, infatti, scegliere un candidato più credibile, che provasse almeno simbolicamente a distinguersi da Orbán, per poter poi in seguito condurre una resistenza di lunga durata. 

Invece, chi è stato scelto per guidare l’opposizione ad Orbán? L’opposizione aveva indetto delle primarie, scelta condivisibile in una coalizione, perché possono servire per dare legittimità al candidato. Il più quotato sembrava a molti Gergély Karácsony, un liberale ecologista riuscito a espugnare Budapest e a divenirne il sindaco d’opposizione. È importante sottolineare che Budapest, una città di quasi due milioni di abitanti su un totale di dieci milioni, è politicamente diversa dal resto del paese (definito “la provincia” o “le campagne”), e questo spiega anche il passaggio all’opposizione. Al di là delle posizioni di Karácsony (né di sinistra né rivoluzionarie), sarebbe stato forse il candidato più appropriato, perché avrebbe potuto sfruttare l’onda lunga della vittoria nella capitale (a suo modo storica), e perché aveva una parvenza di differenza dall’avversario Orbán. 

Cos’è successo, invece? Dopo il primo turno delle primarie, Karácsony si è ritirato dalla competizione, decidendo di lasciare il posto a Péter Márky-Zay, col quale aveva avuto un testa-a-testa. Chi era costui? Sindaco di Hódmezovásárhely, comune di 40 mila abitanti dell’Ungheria sudorientale, cristiano di destra e conservatore, con sette figli. In pratica, una brutta copia di Orbán, col quale condivide anche la “provincialità.” La domanda sorge spontanea: perché l’opposizione si è presentata con un candidato del genere? La razionale è stata spiegata esplicitamente da Karácsony. Riassumendo: «In un paese destrorso come l’Ungheria, io sono visto come un uomo di sinistra. Se ci presentiamo con un candidato di destra come Márky-Zay, forse abbiamo qualche possibilità di vincere». 

Come si è visto, purtroppo, le cose non sono andate così. La brutta copia di Orbán non solo ha perso miseramente (riuscendo addirittura a prendere qualche parlamentare in meno rispetto alla scorsa tornata), ma non è riuscito neppure a farsi eleggere nel collegio dove è lui stesso sindaco, e pertanto non andrà neanche in parlamento. Durante la campagna elettorale (quando i vari partiti non erano impegnati a litigare per le candidature), ha coerentemente cercato di presentarsi come un candidato di destra ma onesto, anzi, come il vero uomo di destra (a differenza di Orbán che sarebbe un destrorso corrotto). Tralasciando la vacuità delle professioni di onestà (noi italiani ne sappiamo qualcosa, fra “questione morale” e grillini invasati che urlano “onestà, onestà!”), è interessante notare quale sia stata la sua posizione espressa sul tema dell’immigrazione. Questo tema, infatti, sarebbe stata un’ottima occasione per distinguersi dall’avversario, sia in linea di principio, sia per sbugiardarne le menzogne. 

Nonostante in Ungheria l’immigrazione sia quasi inesistente (è uno dei paesi europei col minor numero di immigrati rispetto alla popolazione, cosa della quale si rende conto anche senza tante statistiche qualunque turista occidentale che viene a Budapest), da anni il regime di Orbán sottopone la popolazione a un bombardamento mediatico complottistico che presenta gli inesistenti immigrati come un pericolo mortale per il Paese. 

Benché per qualche motivo non se ne vedano molti in giro (forse perché l’Ungheria è un paese povero?), in realtà gli immigrati si trovano appostati appena fuori dai sacri confini magiari, pronti ad assalire il Paese non appena si abbassi la guardia. Cosa si può fare per tener fuori questi barbari? Naturalmente, si è costruito un bel muro al confine con la Serbia. Nonostante il regime posti video su Youtube di immigrati che cercano di superare la barriera col sottofondo di musiche ansiogene, non è dato sapere quanti effettivamente siano questi tentativi. Si tratta molto probabilmente di numeri ridotti, molti dei quali, tra l’altro, vorrebbero solo attraversare l’Ungheria per cercare rifugio altrove. E tralasciamo che alla classe politica ungherese piace tanto cianciare della provvidenziale caduta del muro di Berlino! Regola d’oro: quel muro era cattivo, il nostro è buono. 

Chi sono poi questi immigrati? Che cosa vorrebbero fare? Inutile dire che gli immigrati in genere vengono identificati con l’Islam (come se tutti i migranti fossero musulmani) e addirittura con il terrorismo islamico. Non può mancare il terrore dell’immigrato stupratore (tralasciando naturalmente la natura patriarcale e maschilista della propria società). Un’altra domanda sorge spontanea: come fanno questi balordi a tentare di entrare in Ungheria? La risposta è facile: c’è dietro un complotto delle ONG e della finanzia ebraica internazionale, perfettamente impersonata dal “milionario di sinistra” George Soros (sembra noioso, ma per trovare un ottimo esempio di fantasia del complotto che presenta gli ebrei come sinistroidi e finanzieri allo stesso tempo, il classico del genere è certamente il Mein Kampf). 

La campagna elettorale sarebbe stata un’ottima occasione per il candidato dell’opposizione per smentire questa infame campagna di menzogne. Avrebbe così dimostrato coraggio e distinzione dall’avversario. Così facendo, l’opposizione sarebbe stata duramente attaccata dai media di regime? Certo, ma dato che si viene attaccati (e calunniati) in ogni modo, perché non approfittarne e dire la verità? Tanto più che l’Ungheria si trova in una situazione paradossale: con mezzo milione di ungheresi emigrati, una grave crisi demografica e carenza di forza lavoro (in Ungheria la disoccupazione è bassa; il contratto sociale è: lavorare tutti, sfruttati e mal pagati), un maggiore flusso migratorio potrebbe essere una boccata di ossigeno per la società ungherese, sviluppando il lavoro, aumentando i contributi pagati allo stato, ecc. Invece, la decisione del candidato di opposizione è stata non solo di sostenere il muro e di non contraddire radicalmente la falsa narrazione orbániana, ma di costruire una narrazione costruita quasi su quella dell’avversario, accusandolo di poca coerenza nella sua chiusura verso gli immigrati. Certo, Márky-Zay aveva genericamente promesso più umanità verso gli immigrati, ma non ha smentito le menzogne dell’avversario nel modo appropriato. 

Márky-Zay ha accusato Orbán di favorire l’immigrazione grazie a un sistema arbitrario per l’assegnazione dei permessi di soggiorno e della cittadinanza. L’accusa ha un suo fondamento: difatti alcuni stranieri danarosi hanno potuto “acquistare” questi preziosi documenti, specialmente se potevano vantare amicizie politiche in Ungheria. Così facendo, ci sono stati anche alcuni casi di persone ricercate per gravi reati nei propri paesi e che oggi si godono una vita tranquilla e agiata in terra magiara. Bisogna dire, però, che l’arbitrarietà nell’assegnazione dei documenti agli immigrati è una caratteristica generale dell’Europa e non solo [1]. Márky-Zay avrebbe potuto denunciare questo problema generale, e promettere di instaurare regole meno arbitrarie e discriminatorie per l’assegnazione dei documenti. Ma per come ha impostato il discorso, si è limitato a dire: «Non credete al bugiardo Orbán, che dice che io voglio riempire il paese di immigrati. Se votate per me, vi terrò al sicuro dai barbari meglio di lui. Anzi, toglierò il permesso di soggiorno agli amici di Orbán che se lo sono comprato». Questa impostazione parziale e insipida non solo non ha prodotto grandi risultati, ma non ha comunque risparmiato sia Márky-Zay che l’opposizione tutta dalle calunnie del regime. 

Arrivati a questo punto, chi legge si chiederà: cosa succederà adesso? Fare previsioni è difficile. Orbán è ormai come un sovrano o un piccolo satrapo orientale, che non nutre nessun serio timore di venire spodestato. Soddisfatto e gongolante nella vittoria, potrebbe fermarsi e continuare e gestire il suo feudo come ha fatto sinora, senza particolari scossoni. Oppure, ubriaco di onnipotenza, potrebbe andare avanti con ulteriori leggi liberticide, che limitino la libertà di espressione, ecc., costruendo un regime sempre più simile a quello russo, turco o cinese (ai quali infatti si ispira). 

L’opposizione, purtroppo, è nello stato che si è detto. Le piccole sacche di resistenza che ci sono in Ungheria (presenti soprattutto nella capitale), sono rappresentate da piccoli gruppi, riviste e circoli culturali che cercano di portare avanti un discorso sul femminismo, sull’ambientalismo, magari con uno sfondo mutualistico. Con tutti i limiti di questo approccio, è l’unica cosa alla quale, per ora, sia possibile aggrapparsi, se si esclude il volontariato vero e proprio. Rimane l’augurio che questa sconfitta serva di lezione per l’opposizione, di modo che riesca a sviluppare una strategia resistenziale più coerente e incisiva. 




(1) Pietro Basso, a cura di, Razzismo di stato. Stati uniti, Europa, Italia (Milano: Franco Angeli, 2010); Dimitry Kochenov, Cittadinanza (Bologna: Il Mulino, 2020).

E.S

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