di Fabrizio Burattini
L’esistenza o meno della nazionalità ucraina è stata messa in dubbio dal presidente russo Vladimir Putin nel suo ormai celebre discorso del 22 febbraio, quando ha affermato che “L’idea dell’Ucraina è un’invenzione di Lenin” e che “l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia bolscevica e comunista” , puntualizzando la sua ricostruzione della storia: “Lenin e i suoi compagni hanno tolto alla Russia pezzi del suo territorio storico”.
Quel che ha affermato Putin è effettivamente una parte significativa della realtà, anche se le valutazioni di quella realtà possono essere molto diverse e anche antitetiche. Furono infatti Lenin e il Partito bolscevico a battersi per l’autodeterminazione dell’Ucraina, così come di tutti gli altri popoli segregati ed oppressi dalla “prigione dei popoli” che costituì fino all’ottobre 1917 l’impero zarista che Putin vorrebbe rifondare.
E’ celebre l’articolo sulla Pravda del 28 giugno 1917 (dunque tre mesi e mezzo prima della rivoluzione) in cui Lenin dichiara:
“Nessun democratico può negare il diritto dell’Ucraina di separarsi liberamente dalla Russia: è proprio il riconoscimento incondizionato di questo diritto, ed esso solo, che rende possibile la campagna per la libera unione degli ucraini e dei grandi russi, per l’unione volontaria dei due popoli in un unico stato. Solo il riconoscimento senza riserve di questo diritto può effettivamente, per sempre e completamente rompere con il maledetto passato zarista, che ha fatto di tutto per rendere estranei l’uno all’altro popoli così vicini tra loro per lingua, territorio, carattere e storia. Lo zarismo maledetto fece dei Grandi Russi i carnefici del popolo ucraino, alimentando sistematicamente l’odio verso coloro che arrivavano a impedire ai bambini ucraini di parlare la loro lingua madre e di studiare in essa.
La democrazia rivoluzionaria della Russia deve, se vuole essere veramente rivoluzionaria, se vuole essere una vera democrazia, rompere con questo passato, riconquistare per sé e per gli operai e i contadini della Russia la fiducia fraterna degli operai e dei contadini dell’Ucraina. Questo non può essere raggiunto senza riconoscere nella loro integrità i diritti dell’Ucraina, compreso il diritto alla libera separazione.
Non siamo a favore dei piccoli Stati. Siamo per la più stretta unione dei lavoratori di tutti i paesi contro i capitalisti, dei “loro” capitalisti e di quelli di tutti i paesi in generale. È precisamente per fare di questa unione un’unione liberamente consentita che l’operaio russo, non fidandosi neanche per un minuto né della borghesia russa né di quella ucraina, è attualmente a favore del diritto di separazione dagli ucraini, non volendo imporre loro la sua amicizia, ma conquistare la loro trattandoli da pari, da alleati, da fratelli nella lotta per il socialismo”. Basterebbe questa sola breve citazione a dimostrare a chi è disposto a leggerla senza preconcetti la natura intrinsecamente democratica e libertaria della rivoluzione bolscevica e del suo principale ispiratore.
Una posizione del tutto analoga a quella di Marx che sosteneva che i lavoratori inglesi dovevano lottare per l’indipendenza irlandese, in modo che i lavoratori inglesi e irlandesi potessero allearsi contro la borghesia.
Non a caso, immediatamente dopo la presa del potere da parte dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati, già il 31 dicembre 1917, meno di due mesi dopo la rivoluzione, la Russia sovietica riconobbe l’indipendenza della Finlandia, fino ad allora integrata, come “granducato”, all’interno dell’impero zarista. E successivamente, il “Trattato costitutivo dell’URSS” del 30 dicembre 1922 sancì formalmente all’articolo 26 il “diritto incondizionato di secessione per ognuna delle repubbliche socialiste dell’URSS”.
Putin al contrario non tiene in alcun conto la volontà democratica del popolo che vive sul territorio ucraino, ma basa le sue affermazioni sulla rinascita di antichi miti (l’Ucraina, dice Putin, “è da tempo immemorabile una parte inalienabile della nostra storia, della nostra cultura e del nostro spazio spirituale”, con un linguaggio non dissimile da quello che usò a suo tempo Mussolini per giustificare le sue avventure coloniali e belliche).
E non a caso Putin, nel suo sconclusionato discorso, si mostra molto più tenero nei confronti di Stalin, riconoscendogli lo sforzo di “russificazione” dell’Ucraina operato in particolare negli anni 30 del Novecento.
In effetti, negli anni 20, subito dopo la rivoluzione, l’intelligentsia ucraina, pur non negando l’appartenenza del paese all’URSS, lottò contro la russificazione coatta che il regime zarista aveva imposto per secoli, obbligando all’uso del russo nelle scuole, nelle università, nei giornali, negli uffici pubblici e degradando la lingua ucraina a lingua dei cittadini incolti, dei contadini, dei poveri.

La lotta dell’intelligentsia produsse così un significativo movimento di “ucrainizzazione”, che però, negli anni 30 venne represso violentemente dal regime staliniano in quanto ritenuto “deviazionismo nazionalistico borghese”. Il regime di Mosca proibì la pubblicazione di dizionari ucraini, operò una profonda revisione dell’ortografia della lingua, impose l’uso delle terminologie russe e licenziò tutti i lavoratori che si ostinavano ad usare la lingua ucraina sul posto di lavoro.
Ma Putin, pur riconoscendo a Stalin questi “meriti”, lo accusa di non aver “rivisto formalmente i principi di Lenin che sono alla base dell’Unione Sovietica”, cioè di non aver mai abrogato quell’articolo della con il quale l’URSS garantiva, seppure ormai solo sulla carta, il diritto all’autodeterminazione.
Il micidiale odio tra quei due popoli, che Lenin e i suoi avevano cercato di mitigare e di superare, un odio rinfocolato dalle successive russificazioni forzate degli zar e di Stalin, viene di nuovo criminalmente riacceso da Putin, che con la sua aggressione nega la dignità nazionale al popolo ucraino.
Ma la lingua ucraina, pur discendendo dallo stesso ceppo linguistico (lo “slavon”), differisce dal russo tanto quanto, per esempio, il francese differisce dall’italiano. Entrambe le lingue sono slave, sono scritte in alfabeto cirillico e sono rimaste vicine l’una all’altra, foneticamente, grammaticalmente e lessicalmente. La grammatica delle due lingue ha molte somiglianze e il loro vocabolario coincide allo stesso modo in cui molte parole francesi (dénoncer, cheval, décembre, e mille altre) assomigliano a quelle italiane (denunciare, cavallo, dicembre, ecc.). Il russo e l’ucraino sono infatti due lingue distinte: un italiano non capisce un francese, anche se le due lingue hanno un’origine comune, come nel caso del russo e dell’ucraino.
Certo, la lingua ucraina contemporanea, dopo la russificazione forzata degli anni 30, assomiglia di più al russo di quanto non fosse precedentemente. Ma resta che un moscovita che arrivi a Kiev credendo di capire immediatamente l’ucraino, scopre presto di essersi illuso. E’ noto l’episodio nel quale l’allora presidente Petro Poroshenko, in un incontro svoltosi a Minsk nell’agosto del 2014, parlò in ucraino al presidente russo Putin ritenendo di essere compreso, ma quest’ultimo lo fermò, dichiarando di non capire e chiedendo l’intervento di un interprete. Un russo non può capire ucraino senza averlo imparato, così come un francese non può capire uno spagnolo senza aver imparato lo spagnolo (o viceversa).