La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

Bertolt Brecht, Der Krieg, der kommen wird

Der Krieg, der kommen wird
Ist nicht der erste. Vor ihm
Waren andere Kriege.
Als der letzte vorüber war
Gab es Sieger und Besiegte.
Bei den Besiegten das niedere Volk
Hungerte. Bei den Siegern
Hungerte das niedere Volk auch.

Ogni volta che sento avvicinarsi venti di guerra (e negli ultimi 30 anni li sento sempre più spesso), penso a questa profetica poesia del grande Bertolt Brecht. Ma la poesia, purtroppo, come la politica del socialismo rivoluzionario, non è mai riuscita ad impedire una guerra. Semmai, come Cassandra, ha seminato, inascoltata, frutti destinati a maturare in seguito, dopo che gli esseri umani, sperimentando sulla loro pelle la giustezza delle profezie ignorate, si sono aperti alle idee che i “profeti” avevano cercato di diffondere per evitare il baratro della barbarie. In questi ultimi giorni l’avventurismo delle classi dominanti, soprattutto “occidentali”, avvicina sempre di più alle nostre narici l’odore nauseabondo, putrido, del mostro guerriero. Il rischio che il “gioco” della provocazione sfugga di mano a questi apprendisti stregoni (Biden e Johnson in testa) si fa sempre più concreto. Qualcuno diceva che il capitalismo (e tutte le società classiste e statuali, in realtà) porta in sé crisi, pestilenze e guerre. Ecco, ci mancava (almeno per noi in “Occidente”) il terzo di questi incubi, dopo aver ampiamente “goduto” dei primi due. Non saranno così pazzi da scatenare una guerra che ha la possibilità concreta di coinvolgere armi atomiche, e quindi potenzialmente distruggere l’umanità? Questa domanda angosciosa, che sentiamo per la strada, nei bar, nei social, non ha una risposta certa, a mio avviso. Presumo che le canaglie che guidano i principali stati imperialisti non siano così idioti da mettere a repentaglio anche le proprie vite, visto che la guerra atomica non è, come quelle del passato, una guerra “dell’armiamoci e partite”. Ma non ci metterei la mano sul fuoco, visti gli antecedenti storici. Magari contano sulla pressione psicologica, sul fare i bulli per far sì che l’avversario si metta la coda tra le gambe e si ritiri in buon ordine, lasciando mano libera al bullo più grosso e più aggressivo. Ma, come diceva quel tale, le guerre si sa come iniziano, ma non come proseguono. E, in questo caso, come diceva Einstein, possiamo immaginare come comincerebbe quella successiva: a colpi di pietra. Per questo è necessario mettere in campo tutte le nostre forze per tentare di impedire la possibile sciagura che sembra avvicinarsi. Senza illudersi sull’intelligenza e la buona volontà dei predoni nordamericani, britannici, “occidentali” in genere (o sui loro servi ucraini), ma nemmeno su quella dei predoni di serie B di Mosca o Pechino. Non sarà sventolando bandiere tricolori (e mi riferisco, in questo caso, ai colori della Russia neo-zarista) che saremo credibili nell’indicare la strada del “disertare la guerra”. Solo le bandiere rosse (o rosso-nere) del socialismo internazionalista, nemico di tutti gli imperialismi, di tutte le classi dominanti e sfruttatrici, hanno le carte in regola per dare il senso di marcia. Di tutti gli altri, il migliore ha la rogna.

Vittorio Sergi