Due traduzioni del volume Per una storia della Quarta Internazionale di Livio Maitan, per 53 anni membro del Segretariato Internazionale, poi Unificato [Diego Giachetti]

A poca distanza l’uno dall’altro, il libro di Livio Maitan, Per una storia della IV Internazionale. La testimonianza di un comunista controcorrente, pubblicato dalle Edizioni Alegre nel 2006, con la prefazione di Daniel Bensaid, è stato tradotto in inglese (Memoirs of a critica communist. Towards a history of the Fourth International, Merlin Press- A Resistance Book, 2019) e in francese (Pour une histoire de la Quatrième Internationale. Itinéraire d’un communiste critique, La Brèche 2021). Entrambe le pubblicazioni si sono avvalse della collaborazione dell’IIRE (Institut International de Recherche et de Education) di Amsterdam. Rispetto all’edizione italiana le due citate contengono utilissimi allegati con note informative sui Congressi mondiali della Quarta Internazionale e i relativi documenti discussi e approvati, indicazioni sui nomi delle organizzazioni politiche più citate nel testo, succinte biografie di militanti e l’indice dei paesi nominati nel libro.

L’autore, scomparso nel settembre del 2004, all’età di 81 anni, aveva i dati anagrafici e la militanza politica giusta per potersi cimentare con l’impresa in quanto aveva aderito alla Quarta Internazionale nel 1947, vivendo per oltre mezzo secolo da protagonista le vicende della sinistra italiana e internazionale. Nell’introduzione al libro l’autore precisava che non si trattava di una storia completa della Quarta Internazionale, ma di un “punto di vista”, per quanto autorevole, fondato su una documentazione di prima mano e su un’esperienza condotta senza risparmio di energie. Una vera e propria storia della Quarta Internazionale proseguiva, “per non parlare delle sue organizzazioni nazionali, esigerebbe un lavoro di molti anni, non di una sola persona, ma di un nutrito e articolato collettivo di ricerca”.

Il tempo della politica e il tempo della memoria storica

Per l’autore c’è stato un tempo lungo per fare e agire politicamente e un tempo, molto più breve della memoria, del bisogno di raccontare e di ricordare, ponendo interrogativi vecchi e nuovi alle cose accadute. L’attività politica, se mantenuta nel tempo e svolta con intensità e partecipazione diretta, non lascia spazi e non trova luoghi per pensarsi compiutamente sotto forma di ricostruzione storica. Solamente in quelli che si sarebbero rivelati gli anni finali della sua vita, il bisogno della memoria prese il sopravvento, probabilmente sospinto in questa direzione dal combinarsi materialistico (usiamo questo termine che lui avrebbe gradito) tra elementi biologici-umani (la coscienza della vita che va finendo), di bilancio biografico dopo anni e anni di militanza e storico-politici, dettati dalla situazione nella quale venne a trovarsi a vivere, dagli anni Novanta, quando il mondo cambiò radicalmente rispetto a quello nel quale aveva vissuto e operato coscientemente per quasi cinquant’anni.

Dopo la pubblicazione nel 2002 del libro autobiografico La strada percorsa (Massari editore), iniziò a cimentarsi con la stesura della “sua” storia della Quarta Internazionale sospinto dal bisogno di sistematizzare una memoria storica, una sorta di assicurazione personale di tipo psicologico, che riguarda il lascito delle cose che si sono fatte in quanto testimone principale. Scriveva infatti nell’introduzione: “mi trovo a essere oggi la persona che ha vissuto, non di rado anche direttamente, la vita di questa organizzazione in diversi paesi del mondo nel più vasto arco di tempo e che ha quindi accumulato un gran numero di esperienze, positive e negative, conoscenze che rischierebbero di andare disperse se non tentassi di rievocarle”.

Il libro non è un’autobiografia, nel senso che non è il racconto della sua vita l’elemento conduttore. Come scrive nell’introduzione all’edizione francese Penelope Duggan, le sue sono memorie di un dirigente della Quarta Internazionale non ricostruite solo sulla base di un percorso tra carte e documenti d’archivio, ma di un lungo “viaggio” militante in più paesi e continenti per costruire e consolidare le organizzazioni locali. In questo senso è stato un classico esponente di quel tipo umano che Bertolt Brecht aveva chiamato “commesso viaggiatore” della rivoluzione – riferendosi ai funzionari del Comintern che tenevano i collegamenti far le varie organizzazioni nazionali e l’Internazionale. Nel libro ricorrono “racconti dei suoi viaggi” per conto della Quarta Internazionale, a cominciare dal primo che compì tra l’agosto e l’ottobre del 1959 in Asia, partendo da Roma il 19 agosto, poco dopo la nascita del suo primo figlio e giungendo, dopo brevi soste al Cairo e a Karachi, in India a Bombay, Calcutta e Madras, poi a Ceylon e di lì in Giappone.

Due parti

Il libro è suddiviso in due parti periodizzanti: dal 1947 al 1974 e dal 1975 al 1995. Pur non mancando un denso capitolo che tratta della nascita e della fondazione della Quarta Internazionale e del suo operato durante la Seconda guerra mondiale, la scelta dell’anno 1947 come inizio della periodizzazione è una concessione autobiografica che l’autore si prende. Egli, infatti, con Michel Pablo (1911-1996), Ernest Mandel (1923-1995) e Pierre Frank (1906-1984) è stato per 53 anni membro del Segretariato Internazionale (poi Unificato), l’organismo dirigente della Quarta Internazionale, organizzazione alla quale aveva aderito nell’ormai remoto autunno del 1947. Sono gli anni della Guerra fredda, del contrasto tra Stalin e Tito, della vittoria della rivoluzione cinese, dell’assimilazione strutturale dei paesi dell’Europa orientale nel blocco sovietico, della guerra di Corea e dei timori di precipitare in una nuova guerra mondiale. Seguono paragrafi dedicati alla destalinizzazione e all’invasione dell’Ungheria da parte delle truppe del Patto di Varsavia, nonché una riflessione storica sulle divisioni che spaccarono l’organizzazione nei primi anni Cinquanta e le nuove analisi che si dovettero approntare a fronte dell’imprevisto sviluppo capitalistico internazionale che si manifestò compiutamente negli anni Sessanta, parallelamente all’ondata di rivolte in atto nei paesi coloniali e le tensioni che emergono nei paesi dell’America Latina, per giungere  a quelli che sono definiti i “due anni cruciali, il 1968 e il 1969, che danno inizio ad un serio e consistente rafforzamento delle sezioni della Quarta Internazionale e coinvolgono ancor di più l’organizzazione nelle battaglie politiche dei primi anni Settanta nel mondo.

È in questa cornice storica che l’autore pone le ragioni e le spiegazioni delle scissioni interne alla Quarta Internazionale di quegli anni, richiamandosi sempre al dato politico-ideologico delle divergenze, rifuggendo interpretazioni personalistiche e/o psicanalitiche. Determinate tendenze storiche e contingenze politiche possono favorire l’emergere di tratti caratteriali delle personalità dei dirigenti, ma questi ultimi non possono mai essere considerati elementi scatenanti di dinamiche politiche e sociali. L’autore racconta e si dilunga sulle tensioni interne, misura la varietà delle voci e la vittoria e sconfitta delle varie posizioni, nonché i meccanismi interni di formazione della volontà collettiva. Una constatazione amara accompagna questa analisi: “nonostante la sua genesi e la sua ispirazione democratico-rivoluzionaria, la Quarta Internazionale non è riuscita a sottrarsi a meccanismi perversi che hanno segnato gran parte della vicenda del movimento operaio”: scissioni e divisioni accompagnano infatti tutta la storia delle organizzazioni anticapitalistiche. In linea generale, aggiungeva, per un’organizzazione che voglia costruirsi su scala nazionale e internazionale vi è una difficoltà in più, poiché deve fare i conti “con le diverse esperienze storiche e tradizioni culturali di vari paesi e continenti”. In questo ambito, entrano in causa i dati caratteriali, le strutture di personalità, come le chiama la sociologia, frutto della formazione ricevuta vivendo inseriti in una determinata formazione sociale e culturale.

L’inversione di tendenza: la “mutation

Nella seconda parte del libro la storia è nuovamente densa di avvenimenti e di potenzialità politiche a cominciare dal biennio 1974-75, quando si verifica una recessione generalizzata dell’economia capitalistica, si sviluppa la rivoluzione dei garofani in Portogallo, giunge all’epilogo la dittatura franchista in Spagna e l’imperialismo americano è sconfitto in Vietnam, mentre nuovi scenari si aprono in America Latina, si afferma la rivoluzione iraniana e il fronte sandinista sale al potere in Nicaragua. Sono gli anni dell’eurocomunismo, del conflitto militare in Indocina tra paesi “socialisti”, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, della crisi del regime burocratico in Polonia, dell’aprirsi di una dinamica rivoluzionaria in America centrale, della fondazione del Pt in Brasile, ma anche quelli della controffensiva conservatrice della Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti. Sono gli anni Ottanta, che scivolano verso il colpo di stato in Polonia, l’avvento di Gorbaciov e la “Nep cinese” e un “nuovo ordinamento mondiale” a partire dallo scioglimento dell’Urss nel 1991, l’esplosione della Federazione jugoslava, del nuovo corso in Cina, del crollo delle Democrazie popolari e del rafforzamento del processo di integrazione europea.

Pesano su questa parte del lavoro il peggiorare delle condizioni di salute dell’autore. Conscio del suo declino psico-fisico scrive che “non è più in grado di continuare il suo lavoro secondo i criteri adottati dall’inizio. Il contributo sarà, dunque, molto più sintetico e la periodizzazione si riferirà al succedersi di tre congressi mondiali e solo in parte avrà una corrispondenza con grandi avvenimenti internazionali”. Inoltre, il previsto capitolo finale che doveva trattare della fase “aperta con i nuovi movimenti, da Seattle a Porto Alegre e a Genova” non è stato scritto, in quanto Livio Maitan morì a Roma il 17 settembre del 2004. Il libro si chiude con un non completato capitolo sul XIV Congresso mondiale del giugno 1995 realisticamente intitolato “un congresso di disincanto?” il quale derivava, seppure col punto interrogativo, dagli arretramenti subiti in una serie di paesi e, soprattutto, dalla delusione per il prevalere delle tendenze alla restaurazione capitalistica nell’Urss e nelle altre società di transizione burocratizzate, che assumeva spesso la forma di un ripiegamento nazionalista, etnico, razziale o religioso. Il tema della “mutation”, scrive, era al centro dei lavori del congresso: mutation della situazione mondiale, della sinistra anticapitalista mondiale, della Quarta Internazionale, in un quadro generale in cui la tendenza predominante su scala internazionale era quella dell’indebolimento del movimento sociale antisistema, che induceva, sul piano soggettivo, al diffondersi del dubbio circa “la possibilità stessa di rimettere in discussione il capitalismo […] è lo stesso progetto socialista che è messo in discussione”.

La biblioteca Livio Maitan

Per la stesura della storia della Quarta Internazionale l’autore usò abbondantemente il suo fornitissimo archivio personale accumulato nel tempo. Grazie all’impegno e alla competenza di diverse compagne e compagni, i libri, le riviste e i materiali documentari, lasciati da Livio Maitan dopo la sua morte sono catalogati, esposti, descritti e resi accessibili al pubblico. Per sancire questa piccola vittoria della memoria e della storia del movimento operaio sull’oblio, il 5 ottobre 2018 è stata inaugurata a Roma, in via Elisabetta Canori Mora, 13, la biblioteca che porta il suo nome. In un sito apposito sono riportate utili indicazioni circa il materiale raccolto e gli orari di apertura (http://liviomaitan.org), nonché l’indirizzo di contatto e-mail: bibliomaitan@gmail.com.  Essa è inserita nel Polo SBN delle biblioteche del Comune di Roma Capitale, possiede un patrimonio librario di circa 4100 volumi riguardanti la storia del movimento operaio mondiale e circa 300 testate di periodici nazionali e internazionali. L’archivio invece è costituito da carteggi e documenti epistolari e contiene una esauriente raccolta di materiali originali prodotti dalla Quarta Internazionale dal 1939 al 2003. L’archivio è stato dichiarato di notevole interesse culturale dalla Soprintendenza Archivistica per il Lazio in quanto importante per la storia politica, economica e sociale, italiana e internazionale.

Libri, riviste e archivio rappresentano un percorso storico-politico, che abbraccia sessant’anni di storia del movimento operaio in Italia, in Europa e nel mondo, e possono essere considerati l’autobiografia politica e militante di Livio Maitan. Lo scopo che ha favorito la raccolta del materiale non era affatto quello di costruire un archivio di documenti e libri, perché non era un collezionista, non era posseduto dal feticcio del libro e delle carte. Tutt’altro, il fondo si è andato costituendo dall’esigenza dello studio, dell’analisi politica e sociale, finalizzate alla lotta politica del momento, utilizzando i libri come strumenti del sapere necessario per trasformare la società. Egualmente le carte, le circolari, i volantini, i bollettini interni, gli appunti per le relazioni, la corrispondenza epistolare, testimoniano la concretezza di un agire per la costruzione di organizzazione politica.

A differenza di altri paesi, in Italia la Quarta Internazionale è ancora un classico esempio di ciò che è noto ma non è conosciuto. Si sa che è esistita, ma pochi conoscono la sua storia e quindi la banalizzano. La mancanza di conoscenza storica e politica ha contribuito alla trattazione superficiale del tema, l’opinione generica e non sempre in buonafede, ha sostituito la narrazione storico-politica. Per tutti quelli interessati a procedere dal “noto” alla conoscenza, la biblioteca costituisce un valido punto di partenza, anche per chi ancora oggi si sente parte di questa corrente politica marxista-rivoluzionaria. Si dovrebbe cominciare ad avere più attenzione e interesse per la propria storia. Essa non sfigura rispetto a quelle di altre correnti del movimento operaio novecentesco, anzi regge bene il confronto.